

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.
Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la tredicesima puntata del suo:
“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
23 dicembre
Ho tutto, ma non posseggo nulla. Sono più che benestante e conservo ogni euro illegalmente guadagnato al sicuro tra, e più di frequente, nelle mura domestiche. Al conto in banca, che mi condannerebbe al ludibrio della agenzia delle entrate – sempre pronta a fare la cresta sul denaro degli altri – ci ho rinunciato. La liquidità di cui dispongo è occultata ad arte, distribuita in anfratti la cui mappatura è nota solo a me. Neanche Susetta sospetta dell’esistenza di tanti nascondigli, scovati per sopravvivere alle incursioni del fisco. A lei cedo, così com’è d’uso in una sana economia familiare, una congrua sommetta settimanale per le spese correnti, più un bonus quando le entrate superano le mie aspettative. Pago solo quando è strettamente necessario: nel caso delle utenze domestiche non posso sottrarmi ma per tutto il resto mi affido al mio status di disoccupato. Per giustificare la mia sopravvivenza materiale ho investito poche centinaia di euro in chincaglieria, quella che in genere si rifila ai turisti; l’ho messa a deposito, diventando così un venditore abusivo virtuale. La proprietà, la sicurezza che discende dal possesso è solo un sogno destinato a nutrire menti deboli. La coazione a spendere, accompagnata da un esibizionismo senza controllo, è letale per chi è costretto a dissimulare una ricchezza che non può giustificare. Ai miei soci d’affari lo ripeto ogni volta che li vedo sfilare, vanesi, nel loro abbigliamento kitsch o quando si mettono alla guida di auto e moto il cui valore è pari al reddito medio annuale di un funzionario statale. Non hanno capito che sono bestie d’allevamento: marchiate, controllate e rinchiuse nel loro recinto.
24 dicembre
Fofò ha presentato istanza al direttore del carcere in cui è detenuto, per un colloquio, per conoscermi. Mi sfugge il motivo di tanto interesse anche se credo dipenda dal mio curriculum vitae, infiorato ad arte da Susetta, fan sfegatata del sottoscritto. Se ripenso alla storia di Batman, divenuto mio parente acquisito, non posso che biasimare un comportamento troppo ingenuo anche per la sua giovane età. La domanda è una formalità, sarà sicuramente accolta perché nella strategia complessiva della riabilitazione di un detenuto, l’aspetto della socializzazione è fondamentale: non solo quello che riguarda i rapporti con i compagni di sventura, ma anche l’altro – di valore affettivo – relativo alle interazioni filtrate con l’esterno. Susetta mi racconta che Fofò è cambiato, ha stemperato l’aggressività con una sorta di precoce saggezza. Lettore onnivoro, è benvoluto da tutti perché trova sempre una soluzione, una risposta nella confusione generale di quelli che non riescono neanche a formulare una domanda. Gli agenti di custodia hanno per lui un occhio di riguardo e lo rispettano, ammaliati dal suo carisma. Alla sorella, come “spesa” aggiuntiva mensile chiede ad ogni scadenza tre libri, mentre quel che rimane del pacco lo divide con i suoi compagni di cella. In cambio, questi ultimi, non lo disturbano quando lo vedono immerso e perso nelle pagine di un romanzo o di un saggio. Recluso fuori dal comune, Fofò vive in un mondo tutto suo; e sarà da questa dimensione che mi ha fatto recapitare una missiva, poche righe, che ho interpretato come una lettera di presentazione: “Non può affrontare la lotta con grande sicurezza di sé l’atleta che ancora non abbia i lividi delle percosse: chi ha visto il suo sangue e ha sentito rompersi qualche dente sotto i pugni; chi, atterrato con uno sgambetto, ha dovuto sopportare in tutto il suo peso il corpo dell’avversario, ma non si è perduto d’animo, anzi ogni volta si è rialzato più deciso a resistere, costui ha maggiori speranze di successo nell’affrontare il combattimento”. Hai capito, Alfonsino….
25 dicembre
Il presepe, l’alberello, i regali da scartare, la sorpresa da simulare…. Ogni volta è la stessa storia. Da diversi anni, vivendo da solo, mi ero sottratto a questi rituali ossessivi che durante l’adolescenza mi facevano precipitare in una depressione vicina allo stato di pre-morte. L’agitazione insensata dei preparativi, l’ansia generata dal timore di essere in ritardo rispetto a una routine che si ripete invariata da sempre, la conta degli stessi invitati, la strenna e la rottura di palle che gravita intorno alla sua ricerca: ecco, tutto questo lo avevo archiviato, messo da parte e – con il passare del tempo – rimosso. E intanto, per effetto di una nemesi che ha scompensato invece di riequilibrare, mi sono ritrovato a rivivere un incubo. Dal quale, per fortuna, mi sono risvegliato nel pomeriggio quando ho saputo che Ciccio è stato coinvolto in un incidente stradale. A raccontarmi l’accaduto si è premurato Gaetano che, a sua volta ha attinto le informazioni da altri amici in comune, che lo hanno saputo da alcune persone che erano sul posto…. Il tutto in un crescendo di indeterminazione che mi ha esasperato: “Gaetà, tu parli, parli ma non arrivi mai al punto. Si può sapere che cosa è successo?- ” “E che ti devo dire, so solo che si è accappottato con la macchina e adesso sta in ospedale tutto scassato”. Più chiaro di così…
25 dicembre sera
Solo per trovare la stanza ci ho impiegato tre quarti d’ora. Già all’accettazione del pronto soccorso ho temuto di arenarmi: di Esposito ricoverati ne avevano fin troppi. Tra i quattro Francesco presenti, siamo risaliti al mio amico quando ho descritto il tipo di sinistro, ma per giungere finalmente a destinazione mi è toccato far commuovere due guardie giurate che mi hanno concesso un’autonomia di venti minuti, parte dei quali li ho utilizzati sbirciando nelle camere alla ricerca di un viso familiare. Quando l’ho individuato, Ciccio non mi ha fatto una buona impressione: gamba destra in trazione, braccio sinistro ingessato e la faccia picchiettata da numerose escoriazioni. Sembrava dormisse, ma appena ha avvertito la mia presenza con una vocina da oltretomba mi ha salutato: “Uè Mario, hai visto come sto combinato? Mi sono salvato per miracolo: mi hanno tirato fuori da una Punto che sembrava una Smart.” “E si – gli ho risposto- ma come hai fatto, avevi bevuto?”.“Ma quando mai, l’incidente è venuto dopo, è stato una conseguenza”. “Due cornuti su un motorino – ha continuato – mi hanno affiancato e quello di dietro mi ha puntato una pistola addosso. E che dovevo fare? Ho accelerato, non so di quanto li ho distanziati, e alla fine sono andato a sbattere contro uno spartitraffico e la macchina si è girata sottosopra”. – “E si è capito che volevano? Un tentativo di rapina?” – “Non lo so. Loro non hanno detto niente e io non gliel’ho chiesto”. Il problema di comunicazione con Ciccio è insormontabile: reticente per natura e sospettoso per vocazione, si trincera dietro mezze verità, convinto di essere vittima di un complotto dalla trama complessa e dalle motivazioni oscure. Come si dice in gergo: un ingrippato doc.
26 dicembre
“Secondo me, dietro a tutta questa storia ci sta ‘o barone – azzarda Gennaro – Ciccio continua a fare il cane senza padrone e Michele gli sta spiegando che deve rimettersi a cuccia”. Ecco, Gennaro è tutto qua: ogni frase una metafora tratta dal mondo animale, vegetale e qualche volta – quando entra nella parte – anche da quello inanimato. La sua è un’esibizione continua, una recita senza fine. Come sempre gira attorno a deboli argomentazioni e, pur di dire la sua, trasforma quelle che sono semplici illazioni in verità rivelate. Ciccio vende quel poco che gli consente di vivere in autosufficienza; non fa parte di nessun grande sistema di distribuzione, di una famiglia o di un clan in guerra per accaparrarsi fette di mercato. E’ solo, e lo è sempre stato, un innocuo piccolo spacciatore di quartiere. Resta da capire se la sua disavventura sia da interpretare come una intimidazione, la bravata di due ragazzini strafatti o un semplice scambio di persona. Di qualunque cosa si tratti, ci penserò e indagherò in questi giorni inutili, sprecati in festeggiamenti insensati.