

Proseguiamo con “Dentro e fuori” di Francesca Piccolo la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo sempre più numeroso.
Francesca Piccolo è una giornalista napoletana che ha deciso, dopo tanti tentennamenti, di mettersi in gioco come narratrice. Questo che presentiamo è il suo lavoro di autrice, siamo convinti che incontrerà il vostro gradimento.
DENTRO E FUORI
III Capitolo
M.Arca: Consigliaa? – urlando dal basso verso l’alto nell’atrio del palazzo il cui ingresso dava proprio nel centro del vico Politi – Consigliaa??
C: Uhee che vuò? bellella? – fa capolino dalla finestra della cucina la seconda interna al cortile del palazzo –
M.Arca: E’ pulita, ha ‘a può piglià, ma pò vide tu – tutte le frasi erano come una cantilena –come le lagnanze in direzione delle celle del carcere femminile di Pozzuoli, cantando le contava che aveva preso informazioni più dirette sulla ragazza – nessun ascoltatore esterno a quel dedalo di angoli e basoli di piperno sarebbe stato in grado di decifrare e capire che in quei versi melodiati c’erano informazioni precise, eventi, nascite, traffici illeciti, sentenze e morti…
C: L’aggio già pigliata. E va buò ci vedimm’ stasera fore ‘o puzzo.
G: La ragazza era arrivata appena dopo la visita cantata di Maria Arca, la sorella di Consiglia di Napoli, puntuale in un educato silenzio, inverosimile nei traslochi degli abitanti del vicolo. Bussò alla porta della signora Di Napoli
G: Buongiorno Signora ecco –tirò fuori i soldi, ben ripiegati, dalla borsetta di stoffa in raffia viola e li consegnò alla proprietaria di casa.
Immacolata che stava sempre di fianco alla madre con il suo sorriso di denti rosa stampato in faccia notava cha la ragazza aveva già portato con sé 4 enormi valige, pesanti, in due si capivano che vi erano vestiti e biancheria le altre due avevano una forma esattamene rettangolare e squadrata come se fossero di legno rigido…chissà cosa contenevano iniziò a fantasticare Immacolata..
C: Immaculà, accumpagnala a’bbascio
I: mo subito, aggio pigliato pure ‘e chiavi ‘e vascio, Signorina Giuliana mi volete seguire? Vi aiuto io, due voi e due io, io – si lanciò senza pensieri sulle valige – mi prendo queste due – esclamando appena un secondo dopo con tutto il braccio rigido – marò e comm’ so pesanti!! E che ci sta dentro nu’ muorto?
Giuliana: no sono i libri, sono i miei libri di studio, la rassicurò Giuliana. Mi dispiace sono pesanti ma il mio fidanzato Riccardo mi ha accompagnato fino a fuori il portone di sopra poi doveva correre in facoltà e verrà penso o più tardi o domani per portarmi ancora qualcosa ed aiutarmi a sistemarmi.
Consiglia: interruppe l’organizzazione della ragazza – con tono invadente – nunn ‘o disturbà, ti aiutiamo noi, tu fatti solo portare le valigie, poi ce lo vediamo noi- si fermò un attimo rendendosi conto che davvero poteva spaventarla, abbassò il tono, e continuò in modo stridulamente materno – percchè mò se sta studiando, lascialo stare, così poi è meglio se lo fai venire che sta tutto a posto, o no?
Le due ragazze si congedarono sbrigative ed iniziarono a scendere le scale dall’appartamento all’ultimo piano della famiglia Di Napoli, a mano a mano che scendevano le rampe, il palazzo si faceva sempre più buio, arrivarono al primo piano attente a non inciampare sui gradini di piperno lucidi per la vecchiaia, davanti la porta di ingresso marrone di legno dipinto, senza una targa nemmeno un nome, senza una luce sulla sommità, senza campanello. Immacolata aprì con 4 profonde mandate delle sue chiavi. Il varco all’ingresso dell’appartamento era buio pesto, un metro e mezzo più avanti incrociarono le fenditure di una finestra laterale chiusa ma talmente malconcia da far trasparire la luce dalle profonde crepe del legno e così Giuliana riuscì ad intravedere quasi la sua ombra stampata su un quadrato di mattonelle di chissà quale epoca. Immacolata le aprì decisa, una luce invernale le accolse, lesinata dal pezzo di cielo che si infilava nel cortile del palazzo, i grossi scudi di vernice una volta bianca, davano un colore di cinerino intenso che era la summa chimica di vernice vecchia, polvere e buio. Un lungo e stretto corridoio portava in un primo stanzone con la volta altissima, un’altra finestra del corridoio dava anche essa nel cortile del palazzo e un balcone anche questo con stipiti, affacciava nel quadrilatero interno al palazzo. Iniziava a distinguersi la fisionomia di quella strana casa, sentiva Giuliana curiosa, ora che riceveva più riverbero aprendo le finestre, anche qui gli scudi di legno lunghi tutta la porta finestra erano in un color bianco sporco, lercio intenso, indefinitamente sconfortante – pensava Giuliana che perdeva a mano a mano entusiasmo ad ogni nuova scoperta di tonalità sconosciute del “bigio imperante” –le pareti di questa stanza erano di un colore azzurro acqua sbiadito, tutta la casa appariva alquanto sudicia, i pavimenti erano assemblati con piastrelle cementine a rombi bianco e nero, come le case del periodo della guerra che più volte aveva visto nei film del neorealismo che le piacevano tanto, qualche quadratino in porcellana con fiorellini verdi si alternava alla monotonia di quelle a rombi, il pavimento era stato spazzato e lavato di recente – osservò Giuliana- esso solo rifletteva la luce di due finestroni alti opposti al balcone da cui si poteva guardare il cielo in mezzo ai palazzi di tufo. Al lato sinistro Immacolata con un gesto quasi teatrale mostrò alla studentessa l’angolo cottura. Un lavatoio in ceramica bianca, logoro, pieno di venature causate dall’usura di piatti e pentole poggiate in modo sempre più maldestro, un fornello dalla marca sconosciuta Gasfire.
Immacolata – con fare esperto: ma tu ti cucini assai? – si rivolse alla ragazza che si guardava intorno spaesata e rattristata da tanta bruttezza. Poi ripeté: dico, tu cucini molto? Qua ci sta la bombola, indicandole al lato sinistro del vecchio fornello la bombola gpl, e le pentole, le trovi qua dentro, aprì un pensile dal colore indefinito e tirò fuori eccole qua ‘e caccavelle – le definì dando una cadenza scocciata che esagerava la sua maestria di donna di casa ormai fatta, ma che fece sorridere la ragazza,
Giuliana: notò tra sé che non vi era una pentola uguale tra loro, né nel colore né nella forma, di cui la circolarità non era che un vago ricordo, tutte invece erano piene di bozzi, ammaccature, bruciature, due padelle nere che occupavano il forno parevano si tenevano unite solo per il grasso e l’unto che le impastava al manico. Le uscì dal petto e proferì quasi con un pizzico di protervia :Sì ma io con questa roba non ci cucino e non ci mangio – disse – te le metto tutte in uno di questi mobiletti, indicando due stipetti bassi in formica color frassino sbiadito posto al lato del balcone di quell’assemblato angolo cottura. Poi ammutolì, più oppressa nei suoi pensieri che ora la assillavano come pungoli, nubi di dubbi sulla sua ostinata scelta di quel posto, dove chiamavano angolo cottura un parete a cui erano addossati un lavatoio liso sormontato da un cola-piatti a vista di quelli che si comprano sulle bancarelle dei mercatini rionali, un pensile in formica scadente già quando era di prima mano, che avrebbe avuto almeno 30 anni ora, e i due stipetti lisi, esuli da chissà quale altro trasloco, da chissà quale altro esilio. Il frigo poi con la micro- cella quale funzione di congelatore era davvero preoccupante in vista di un’ipotetica calura estiva alla quale Giuliana si voleva sottrarre già con 10 mesi di anticipo.
Ad un tratto la preoccupazione di Giuliana proruppe con gravità: ma il tavolo dove è?, non c’è? – ovvio pensò in questo squallore – ci sono tre sedie e notò ma senza verbalizzarlo anche queste una diversa dall’altra – anche Immacolata ne fu sorpresa ed era qualcosa che anche a lei sembrò strano. Entrambe giravano su sé stesse, Immacolata perlustrava il corridoio, poi l’ingresso e velocemente si catapultò nella stanza da letto. Agitata cercava, con incomprensibili monosillabi in dialetto, di prendere tempo ma soprattutto di annacquare la preoccupazione della studentessa che avrebbe avuto ben più di una ragione a lamentarsi.
I: E mò stù tavolo addo’ sta? Si ripeteva – era attenta la ragazza a non farsi sorprendere più preoccupata di quanto mostrasse per paura di poter farsi scappare qualche parola di troppo con la studentessa- rinscenava frammenti visti nella sua mente: quando avevano arrestato lì i due zii che stevano riparati qua dentro – quella sera che papà se ne fujette pe’ coppe ‘e terrazzi…il cuore le batteva…immagini come i flashes abbaglianti di una macchina fotografica le affollavano gli occhi – lei aveva 13 anni, erano solo 3 anni fa – poi le si spalancavano davanti alla mente fotogrammi più duri, lei doveva stare attenta a non alzare mai gli occhi, le guardie che salivano e scendevano, l’ufficiale giudiziario, madonna che casino, tutto per terra, ricordava e questo particolare Immacolata lo aveva impresso poiché a mettere a posto e a rassettare era stata sempre lei, tutto per l’aria…e comm’è possibile…mica se pigliavano o’ tavolo? ragionava – l’avranno scassato pensò e mamma’ la fatto buttare. Lei se lo ricordava bene quel trambusto, quel terremoto di panni, scarpe, cassetti per terra, mobili in mezzo alla stanza, come se era esplosa una bomba, poi era scesa pure Nunziatina a pulire tutto e per tre giorni stettero solo a fa’ servizi cà abbascio. Poi non erano più scese giù e non avevano fatto domande. Non se ne parlò più, come se non fosse successo niente. Ora con la studentessa ferma e bianca come una tortora, Immacolata continuava a girare come una trottola – la stessa che teneva in testa –ipnotizzata apriva cassetti e zampettava da una mattonella all’altra come in una danza.
Giuliana non ne poteva più di averla tra i piedi, era snervante, perciò decise di dare un’accelerata alla sua presenza da ridicola guida- introduttiva prendendo subito la porta, l’unica che si apriva di fronte alla cucina parete, era quello l’ingresso diretto della luce, il solo dell’appartamento. Era la stanza da letto, stile moderno in legno lucido nero! un grande armadio più datato pieno di cassetti protetti da due grandi ante a specchio faceva da cornice al letto anche esso di legno nero.
Immacolata, presentò con un bizzarro senso di orgoglio: cà ci sta ‘a camera da letto..ci sta pure il balcone che te può affaccià dint’o vico, spalancando le grandi porte a vetro e sbattendo gli scudi al muro…
Giuliana, eh? Esclamo’..non vedo nessun vicolo – precisò ormai innervosita dalla presenza della ragazza – forse giù in fondo..
Immacolata, comm’ sta quà vedi? Indicando di sotto.
Giuliana, in linea diretta con il suo campo visivo Giuliana vide solo l’armadio a specchi bianco laccato stile moderno Rococò, se mai fosse stato inventato dal peggior designer, ed era quello della camera da letto della signora che abitava praticamente nel palazzo di fronte ed era separata da 3 forse 3 metri e mezzo di strada e in distanza fisica da 2 metri di aria. Con tono incredulo disse: ecco la mattina mi posso guardare allo specchio della signora che abita di fronte
Immacolata, Eh sì.. aggiunse divertita..ma chella nun cé sta mai, dorme solo – tentando di tranquillizzarla.
Giuliana, infatti quella è proprio la camera da letto. Ormai era stremata, ma anche contrariata con sé stessa per la sua scelta che piuttosto le sembrava come presa sotto effetto di droghe allucinogene – ma come avrebbe mai fatto ad abituarsi qui in questo posto scomodo, così diverso dal suo, estraneo, oltre che per mille semplici motivi assurdo. Non si era mai trovata prima di ora in una situazione così angusta praticamente priva di ogni confort e iniziava ad avvertirlo come una sensazione quasi di pericolo, di mancanza di protezione, era come sola in una giungla, sarebbe voluta scappare via…che disastro che aveva combinato si redarguiva in silenzio.
Fece un respiro profondo e ricordò a sé stessa che aveva molte ragioni private per giustificare l’aspetto estremo di questa scelta, infatti ne aveva dovuto discutere per molte sere anche con Riccardo che alla fine aveva ceduto allungando il laccio del suo abbraccio amoroso fino alle scale di Santa Maria Francesca al Monte…posto sconosciuto fino a quel momento dell’annuncio sul giornale e alla prima perlustrazione esplorativa in moto. Era un giovane-uomo, forte e pratico, genuinamente sereno, sapeva controllarla amorevolmente anche da lontano, pronto a proteggerla e a portarla via da qualsiasi pericolo si presentasse. L’unica certezza per lei. Quelle scale di una Santa sconosciuta fino ad allora, la portavano fin dentro la pancia di Napoli e dentro le viscere dei vicoli, bui, addossati, affollati, dentro le stanze da letto dei dirimpettai, nelle cucine untuose dei vicini, nelle case umide e senza tavolo, in una baraonda di rumori e voci e di angoli scuri, dove Giuliana avrebbe dovuto mantenere centrata la sua vita, ferrea la sua volontà di studiare, al riposo la sua anima. Ad un tratto non le sembrò più così facile riuscire a tenere in bilico e saldo questo vassoio pieno di coppe di fragile cristallo che erano i suoi propositi. Le vennero i brividi sulle braccia sottili, sentiva un senso di freddo. Certo, aveva messo in conto una normale fase di diffidenza sociale, di ritrosìa anche da parte sua di fronte a tanta invadente novità, una curiosità appiccicosa di domande e sguardi indagatori da parte della gente del quartiere, e perché no un’antipatica indifferenza verso di lei che era diversa in tutto da loro. Mah, si ripeté, ammettendolo come con una carezza sulla fronte, quei vicoli di Napoli le erano sempre simpaticamente piaciuti, le erano apparsi come le membra della sua città, sua come di quelli altri migliaia di cristiani lì sotto, era lo stesso posto al mondo a cui appartenevano, anche se in effetti erano cento città in una.. migliaia di quartieri e di palazzi diversi come galassie e forse proprio questa paradossale nettezza di contrasti la riempiva di desiderio di conoscere. Mah, sì pensò, con una scrollata di spalle, potrei tentare, catturando tutte le immagini nuove e tenendo a bada con un’occhiata furtiva Immacolata che trafugava nei cassetti aprendo e chiudendo in cerca di chissà che cosa, potrei perdermi nel brulichio di persone indefinite in strada, tutta quella gente indaffarata, chiassosa, metteva un senso di compagnia, forse di calore..non avevano nei loro gesti quella rigidità plastica dell’ordine che regnava nel suo ambiente borghese. Quella patina di preciso e ripetitivo rituale freddo come un buongiorno senza accento. Probabilmente, pensò, in questi posti, qui, o ci entravi per qualche evento singolare magicamente architettato dal destino o non ci entravi mai.. ma ora non aveva il tempo da dedicare a nulla di sé che non fossero aspetti meramente quotidiani. Intanto, le salì alla gola la certezza che era giunto il momento di sbarazzarsi di quella mosca fastidiosa che le ronzava fastidiosamente intorno, ora Immacolata non doveva mostrarle alcuna altra stanza che le potesse rendere meno cupo quel posto, che però era l’unico dove poteva rifugiarsi un po’ in pace. Doveva liquidare Immacolata che intanto aveva già accostato una sedia all’inferriata del balcone e si era accomodata affacciandosi a salutare alcune sue coetanee, avendo ripetuto circa otto volte:
sto cà ‘a studentessa, chell’ che sè affittata a casa ‘e mammà, eh sì é venuta mò proprio oggi, poi altre parole incomprensibili ai quali seguivano come ricami altrettanti volteggi con le braccia e le mani e frasi smozzate, risate ammiccate.
Immacolata, allora ci vedimi ogg ‘abbascio a Rinascente…eh se va buò!
Giuliana, prese coraggio e disse:<< Immacolata allora ciao, ora mi devi lasciare sola debbo disfare le valige, mettere a posto le mie cose, ciao eh?!>>
Immacolata insistente, Noo – la interruppe – io debbo rimanere qua per aiutarti – si corresse- aiutarvi ( immaginando che con il voi ossequioso la studentessa si sarebbe fatta convincere e lei avrebbe risparmiato un bel pò da fare a casa con la madre, la casa e Innocenzio il fratello piccolo, ‘o reuccio da casa) devo fare tutte le pulizie me lo ha detto mammà.
Giuliana, No! Assolutamente No, la casa è pulita – lanciando questa esclamazione chiuse entrambe gli occhi per un secondo interminabile, si stupì di sé stessa, poiché era una enorme bugia, quanto l’avrebbe voluta utilizzare al meglio quella ragazza -mosca! Ma si che lo avrebbe voluto il suo aiuto! Pensò – quella casa era lercia..però il bisogno di stendersi un attimo, guardarsi per bene intorno mettere in ordine tutte quelle sensazioni nuove, riposare le braccia e la testa che ora sentiva pesanti, e in più aveva fame. Mentre cercava di gestire tutte queste pulsioni, prese tra le sue una mano di Immacolata e la condusse con sé nel corridoio e poi guidandola con sguardo educato, la fissava, non l’avrebbe mollata se non per chiudere la porta di casa.
Immacolata, ne fu sorpresa, tanto è che si lasciava dirigere più dal silenzio, che dalla mano – ma, fermandosi un instante, le disse: <<che è? Non vi sentite bene?>>
Giuliana, rispose con calma:<< in effetti sì, mi debbo stendere un pochino>>
Immaccolata, si arrese e le disse: è ‘o vere, tenete le mani fredde, fredde>>
Giuliana, le puntò gli occhi sul viso ma prima di parlarle, si accorse che nel suo palmo la mano di Immacolata era la mano di una bimba di quinta elementare, la accompagnò fino alla porta ricalcando il suo passo nel buio corridoio. <<Allora ci vediamo domani?!, grazie dell’aiuto, per le valige, ci vediamo in questi giorni, ora avrò un bel da fare, tentò di stendere ancora una buona spalmata di distanza tra la prossima venuta di Immacolata e tutte le sue occupazioni – mi raccomando ricorda a tua madre che ci vuole un tavolo- assolutamente- è importante per me, devo studiare, scandendo le lettere come ad una straniera – studiare>>
Immacoolata, si era intanto attardata a scrutarle il viso, e proferì:<<ma tenete ‘o marchese? State pallida assaje? Per il tavolo mò ce lo dico subito subito ‘a mammà, ma comm è sparito?? È nu mistero? E ritornando al suo tono di prima richiese:<< avete il marchese?>>
Giuliana, non rispondeva per sincera insicurezza – si stava ancora chiedendo chi fosse mai questo “marchese” che si teneva e poi teneva in che senso?ma a chi mai si riferiva Immacolata, non avendo conosciuto ancora nessuno di quel posto? Un enorme punto interrogativo era sicura le si leggesse come un neon sulla testa. Ed ora il suo cervello ormai in funzione di ‘ascolto selettivo’, fisso nel voler eseguire solo l’azione di sopprimere quella invadente ragazza, non le aveva fatto fare caso alla mimica che da qualche secondo aveva ingombrato lo spazio tra loro due, con un fraseggio di equivoci e vocaboli anodini, Immacolata ammiccava al basso ventre e con un colorito gesto della mano sorreggeva un immaginario assorbente – ahh! Solo ora aveva capito – Giuliana sollevò gli occhi al cielo – e rispose: <<no non sono indisposta, sono solo molto stanca- le avrebbe voluto chiedere da dove veniva quell’espressione, chi la usava, ma era davvero esausta e nessuna curiosità poteva sedurla ora, accaldata ed emozionata. Chiuse la porta dell’appartamento con decisione.