

Dal clamoroso flop delle presidenziali Usa del 1948, alle elezioni politiche del 1992 in Inghilterra, a quelle del 2002 per l’Eliseo in Francia, del 2004 in Spagna, del 2005 in Germania, del 2006, 2008, 2013, 2014 in Italia, un susseguirsi di previsioni sballate che mettono in discussione il lavoro pseudo scientifico degli istituti di ricerca demoscopica, sempre più al servizio di una committenza interessata alla manipolazione dell’opinione pubblica e alla faccia della corretta informazione
di Peppe Papa
La campagna elettorale è appena iniziata e già finita. Con il risultato che a contendersi la vittoria finale saranno il M5S con Di Maio e il centro destra del trio Berlusconi-Salvini-Meloni. Fuori gioco il Partito democratico dell’odiato Matteo Renzi. Questo dicono i sondaggi cui fanno da grancassa i media più o meno allineati al mainstream di un’informazione alle prese con le proprie difficoltà di sopravvivenza e l’incapacità di leggere la complessità di una realtà in continuo divenire. Bene, se così fosse potremmo evitare di recarci alle urne il 4 marzo optando per una gita fuori porta in attesa del governo che verrà (semmai verrà) augurandoci di non farci troppo male. Ma per fortuna non è così. La contesa infatti è ancora aperta, quello che ci riserva il futuro resta tutto da scrivere, la campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo e può succedere qualsiasi cosa, anche che un asteroide imprevisto piombi sulla terra e addio sogni di gloria per i vincitori annunciati. Dare credito alle varie rilevazioni dei principali istituti di ricerca statistica sulle intenzioni di voto dell’opinione pubblica, ha storicamente riservato sorprese cui gli Istituti stessi non hanno mai fatto ammenda, nascondendo dietro improbabili giustificazioni i limiti di una ricerca scientifica, che tanto scientifica evidentemente non è, generando confusione nella confusione, utile solo ad alimentare il chiacchiericcio di talk show televisivi e titoloni di giornali ‘tifosi’ a scapito della corretta informazione. Innanzitutto, va precisato (ma questo i sondaggisti si guardano bene dal farlo per ragioni comprensibili di business) che il sondaggio (come è scritto in qualsiasi manuale di statistica) è solo uno “strumento di rilevazione di tendenze e non di misurazione” che al massimo può funzionare quando si tratta di oggetti fisici (tipo le merci, i consumi ecc.), ma non di oggetti sociali (opinioni, atteggiamenti e comportamenti) come molti matematici avvertano da tempo senza esito. Il problema è quella che si chiama “inferenza statistica”, vale a dire la generalizzazione dei risultati ottenuti da un campione estendibili a un universo più ampio, in questo caso il corpo elettorale di una nazione. La questione, dunque, è stabilire i criteri, molto rigorosi, affinché un insieme di persone intervistate possa essere considerato un “campione rappresentativo”, pratica che, visti i risultati, sembra essere quasi sempre ignorata da chi viene pagato per produrre risultati da poter manipolare a proprio uso e consumo. Per farla breve, andrebbero valutati, ai fini di una corretta interpretazione dei dati, i tassi di non risposta alle domande e le dimensioni stesse del campione preso in esame. Insomma, un campione di 800-1000 intervistati (quello usato dalla maggior parte degli istituti di sondaggi) difficilmente potrà essere rappresentativo dei quasi 50milioni di elettori italiani, anzi, è privo di senso. E i fatti stanno lì a dimostrarlo. Nel 2013, nessuno aveva previsto l’avanzata impressionante del M5S e la rimonta sontuosa di Berlusconi dato per spacciato, mentre addirittura gli exit poll assegnavano un’ampia vittoria al Pd e al centrosinistra per essere poi smentiti clamorosamente nel corso della notte concedendo una risicata maggioranza alla gioiosa armata di Bersani & co. Un risultato che induceva Piergiorgio Corbetta dell’Istituto Cattaneo di Bologna ad ammettere senza mezzi termini che “in Italia i sondaggi si fanno spesso in maniera superficiale: su campioni piccolissimi e basati sui telefoni fissi, mentre molti giovani, che sono una parte importante dell’elettorato di Grillo, usano solo il cellulare”. E che dire di quanto successo l’anno dopo alle Europee del 2014, quando nessuno dei cervelloni incaricati di sondare l’elettorato era riuscito a prevedere la grande affermazione di Matteo Renzi e del Pd (accreditato di non più del 25%) con il 40% dei consensi. Stessa cosa, ritornando indietro nel tempo, già accaduta nel 2006 con i rilevamenti che davano largamente in testa la coalizione di Romano Prodi che ottenne poi una “vittoria dimezzata”, o come nel 2008 quando il flop riguardò la Lega, fortemente sottostimata, e la “Sinistra Arcobaleno”, invece, sovrastimata. Si tratta dunque di un fenomeno non episodico e legato perlopiù, spiegano gli esperti, alla committenza, in prevalenza i media “che sono molto attenti ai costi e spingono a produrre ricerche di basso costo e, inevitabilmente, approssimative”. Ma il mal di sondaggio non riguarda solo il nostro Paese. Basti ricordare, andando in questo caso parecchio indietro nel tempo, alle presidenziali Usa del 1948, probabilmente il fiasco sondaggistico più clamoroso di tutti i tempi. Secondo i rilevamenti il presidente uscente, Harry Truman, non aveva alcuna chance di battere il candidato repubblicano Thomas Dewey dato con un vantaggio in doppia cifra. Tanto sembrava scontata la vittoria di Dewey che il “Chicago Daily Tribune” (una sorta di Fatto quotidiano nostrano dell’epoca) andò in stampa scrivendo a caratteri cubitali in prima pagina “Dewey defeats Truman”, ovvero “Dewey batte Truman”. Da qui la storica foto del riconfermato presidente uscente che sorridente mostra ironicamente la prima pagina del quotidiano che lo dava sconfitto. Ma tonfi di questo genere, magari meno eclatanti, si sono registrati nel 1992 in Inghilterra, dove contrariamente ad ogni previsione il mai amato leader dei Tories, John Major, riuscì a riconfermarsi a capo della Camera dei Comuni contro ogni aspettativa conservando una larga maggioranza staccando di sette punti i laburisti dati fino a quel momento alla pari. Oppure in Francia nel 2002, quando per i guru statistici la lotta per la presidenza si sarebbe dovuta svolgere tra il gollista Chirac e il primo ministro socialista Jospin, mentre andò a finire che l’uscente Chirac se la dovette vedere con il candidato nazionalista Jean Marie Le Pen,con gran spavento di tutto il fronte democratico transalpino. E cosa dire di quello che avvenne in Spagna due anni dopo nel 2004 con l’affermazione del leader socialista Zapatero il quale sbaragliò i favoritissimi Popolari guidati da Mariano Rajoy che dovette aspettare ben due legislature prima di potersi sedere alla Moncloa come capo del governo iberico. Così come inaspettato fu il successo dell’Spd tedesco nel 2005, considerato morto e defunto dopo le riforme lacrime e sangue imposte ai teutonici dai governi guidati da Gerard Schroeder, che costrinse l’astro nascente Angela Merkel del fronte di centro destra (Cdu-Csu) a scendere a patti e varare un esecutivo comune, “Grosse Koalition”, a quasi quarant’anni di distanza da quella presieduta dal cristiano-democratico Kurt Kiesinger. Insomma, per tornare ai fatti di casa nostra, è meglio diffidare di quanto la pubblicistica influente del Paese va propinando quotidianamente al popolo elettore – tra l’altro senza che quasi nessuno tenga in debito conto il monstre dell’astensione – e cioè che la partita è già decisa, ma dar retta al vecchio Trap: “ Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”.
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Splendido.