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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: quindicesima puntata

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.

Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la quindicesima puntata del suo:

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”

 

 

26 gennaio

E’ arrivato il grande giorno, quello delle presentazioni ufficiali. Il direttore del carcere ha concesso il suo benestare ed ora me lo trovo di fronte, separato solo da una barriera simbolica: uno schermo di vetro per sottolineare che ai nostri due universi, per il momento, è concessa solo la prossimità. Alfonso ha salutato con un impercettibile cenno la sorella e poi si è dedicato a me. Mi scruta prolungando un silenzio che, più che imbarazzarmi, mi indispone. Ciò che sono è tutto qui, non c’è bisogno di scavare. “Benvenuto Mario – mi dice, accantonando di colpo la sua analisi lombrosiana–ce n’è voluto di tempo per arrivare a questo incontro ma, come potrai immaginare, non a tutti è concesso di avvicinare Al Capone”. Non si compiace della battuta, costringendo anche me a rimanere impassibile. Fofò ha il viso di un ragazzino: una corta barba biondo scuro, occhi verde nocciola e un fisico da maratoneta, magro e nervoso.  I suoi colori non appartengono alla stirpe degli Esposito, scuri e meridionali: riportano, invece, ad ascendenze nordeuropee. E, a rifletterci, è l’aplomb di questo trentenne manieratoa creare distanza, a farmi sentire un intruso. “Otto anni trascorsi in galera con la prospettiva di doverne scontare altri dodici, se non ci si appella a qualche beneficio di legge – continua – sono un lasso di tempo sufficiente a fiaccare la tempra dei criminali più incalliti. Per me il discorso è diverso. Ho scelto la strada della resistenza minore: non combatto, assecondo il movimento degli eventi e ne traggo profitto”.La filosofia, quella spicciola di strada, è un ottimo antidoto per affrontare le piccole battaglie quotidiane contro i luoghi comuni e l’idiozia imperante. Batman ha superato questo stadio e si è costruito una prigione più grande di quella in cui è rinchiuso; ha elaborato un sistema di difesala cui chiave d’accesso è forgiata con la materia impalpabile delle grandi idee. Un sognatore, insomma, che tiene a bada – con le chiacchiere –amici e nemici. Susetta non parla, osserva come incantata il fratello che si scatena in un delirio oratorio ed ogni tanto mi rivolge uno sguardo furtivo per assicurarsi che io non mi lasci sfuggire neanche una di queste perle di saggezza. “Se ho insistito tanto per incontrarti – mi confida Alfonso – è perché vorrei metterti in guardia. Ho saputo che si sono verificati alcuni incidenti che in apparenza sono di poco conto. Fai attenzione, nel nostro quartiere la casualità non esiste; qualcuno sta cercando di rompere degli equilibri con rappresaglie che per il momento sembrano insignificanti. Ne parlo con te perché so che sei una persona affidabile e leale, mia sorella me lo ha garantito. Non voglio sbilanciarmi con ipotesi azzardate, ma io qualche sospetto su chi possa essere l’artefice, la mente malata che dirige questo progetto suicida”. Uscito dalla trance che lo ha messo in comunicazione con il mio spirito, Fofò si dedica poi a Susetta, abbandonandosi alla frivolezza dei colloqui da parlatorio. Prima di congedarsi le passa, al di sopra della trasparente parete divisoria, due libri. Ne leggo i titoli, sbirciandone i dorsi: “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes e “Hagakure” di Yamamoto Tsunetomo:sono alcuni dei tanti volumi che Assunta custodisce in enormi scatoloni impilati nel ripostiglio. Di ritorno da ogni colloquio, sfoglia gli ultimi che ha ricevuto e ne legge alcuni passi a caso, senza mai preoccuparsi di comprenderne la struttura narrativa perché non c’è alcun bisogno di ricercare un significato in una reliquia.

 

27 gennaio

Come bonus fedeltà, per l’efficienza e la professionalità che ho dimostrato nel gestire i suoi passaggi di mano, ‘o Barone mi regalato una calibro 9 di provenienza furtiva, la cui efficienza – dopo l’uso che ne aveva fatto il legittimo proprietario – è stata collaudata con tre omicidi. Un buon usato, considerato che nessun’ arma, almeno in questi ambienti, circola a chilometri zero. Il suggerimento, che ha esaudito il mio desiderio, è giunto dai ragazzi che circolano in casa miaai quali, sebbene impegnati nel lavoro di confezionamento, non è sfuggitoil mio malcelato interesse per le pistole. Per ridurre il rischio di un’incriminazione, nel caso in cui dovessi essere sorpreso da una perquisizione improvvisa, ho lasciato la Beretta al poligono; ed è lì che vado almeno tre volte a settimana alimentando – me ne rendo conto – una passione insana. Sparare a dei fantocci, sagome immobili per dilettanti, comincia a stancarmi. Secondo il mio istruttore sono prossimo a un livello da semiprofessionista e potrei, volendo, partecipare a una competizione sportivagiusto per dare un senso a una continua esercitazione che si ripete senza alcuna gratificazione. Il punto è che io non amo lo sport, lo slancio vitalistico che lo anima; sono più attratto dall’arte, dalla ricerca dell’armonia e della bellezza. Quando mi concentro sull’obiettivo sono tutt’uno con esso e nulla mi distoglie dal tentativo di raggiungerlo. L’unico elemento di cui sento la mancanza per aspirare alla perfezione è il movimento, quello della preda che cerca nella fuga la via della salvezza. Ed io, inutile dirlo, vorrei essere il cacciatore.

 

30 gennaio

Gennaro ha saputo della mia visita al fratello ed appena lo incontro comincia a precisare, non richiesto, il suo punto di vista. Lo fa, però, affrontando l’argomento con domande retoriche che mirano a chiarire le anomalie del comportamento atipico di Alfonso: “Che te ne pare, tipo strano eh?” Cattivo inizio, brutta fine. “Non mi sembra – gli rispondo – ognuno cerca di adattarsi all’ambiente in cui è costretto a vivere e lui mi sembra si stia difendendo bene”. “Perché secondo te è normale che si isoli dai suoi compagni per atteggiarsi a professore, sempre a leggere libri e senza capire dove si trova veramente?” Gennaro si inalbera facilmente, è parte del suo carattere di merda. “Che ti devo dire, io l’ho visto una sola volta – provo atranquillizzarlo  -è una persona equilibrata che cerca a suo modo di rendere meno opprimente la sua vita di uomo non libero. Che dovrebbe fare secondo te? Diventare bestia tra le bestie?”. “Ma che è? Già ti sei affezionato? – ribatte Gennaro – “Lo sai che sta in galera per una cazzata, per un colpo di testa? Se ne avesse parlato, senza partire in quarta, avremmo risolto il problema diversamente. Lui libero e l’altro sempre morto”. Intanto sono anni che Alfonso si rifiuta di parlare con Gennaro: non vuole incontrarlo, lo ha cancellato da tempo dal già ridotto elenco delle pochepersone con le quali alterna discorsi fiume a ermetiche sentenze. L’unico ponte di comunicazione tra i due fratelli è Susetta che però si mostra sempre reticente, gelosa del suo rapporto esclusivo con Fofò. Ed io? Vado alla deriva, trascinato mio malgrado in questo incomprensibile psicodramma familiare.

 

2 febbraio

Ho aperto il piccolo scrigno che contiene la cocaina messa da parte da oltre un mese. La osservo come un usuraio che passa in rivista i gioielli sottratti ai suoi clienti inadempienti e provo un sentimento che assomiglia ad una gioia depotenziata, un senso di soddisfazione effimero legato solo al possesso. Prima o poi dovrò decidermi a consumarne un po’, quando si presenterà l’occasione giusta. Ma come ci si accorge che è giunto il momento?

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