

5 aprile sera di ritorno a casa
Cammino a passo veloce ma costante, con centinaia di occhi puntati sul cappuccio della mia felpa. Non si è affacciato nessuno, già sanno che è meglio ritardare i soccorsi per convincere la polizia e se stessi che non hanno visto niente. L’omertà è un’assicurazione senza scadenza. Ho la testa vuota e leggera. Ascolto solo il mio cuore, il suo battito irregolare che non accenna a normalizzarsi. Mentre respiro profondamente per liberarmi dalle leggere convulsioni che mi accompagnano da quando ho impugnato la pistola, mi disfo dei guanti di lattice nero usati per eccesso di precauzione. E’ improbabile, quasi impossibile risalire a me: non ho un curriculum criminis tale da destare interesse per un’eventuale indagine. Sì, perché ne sono convinto, tutta questa storia sarà dimenticata presto. Mi inoltro nelle stradine laterali e, percorrendo un labirinto il cui tracciato conosco a memoria, armonizzo l’andatura sciolta con la quiete riconquistata. Solo ora, che ho raggiunto l’androne del palazzo, mi scopro il capo e rientro a casa come un onesto lavoratore sfibrato da una fatica che non comprende.
6 aprile
Una gambizzazione non è una vera e propria notizia che possa interessare i lettori dei giornali locali o i navigatori disattenti della rete. E’ un evento che non si radica nell’immaginario collettivo perché su di esso non si può costruire alcuna storia: è un fatto che non prevede un sequel che ne spieghi i dettagli. Altro discorso è la risonanza che può avere nella grande riserva – senza indiani – di un quartiere popolare; qui, anche in assenza di segnali di fumo, la comunicazione è diretta e trasmessa oralmente tramite anonimi intermediari. Ed è così che, dopo poche ore, tutti hanno saputo del ferimento del cardillo, attinto da un proiettile che ha compromesso la funzionalità di una delle sue zampette. La prima persona a confermarmi che viviamo in un villaggio globale in miniatura è stata Susetta, di ritorno dal suo giro mattutino. “Hanno sparato al figlio di Titina” – mi ha annunciato – come se fosse scontata la mia conoscenza genealogica della popolazione del luogo. “Ah, sì? E’ morto?”, rispondo con finta indifferenza. “No, però sta ‘nguaiato. Il ginocchio è saltato”. “Che vuol dire è saltato? – chiedo con una punta di irritazione. “Il colpo gli ha sfracellato la rotula – mi spiega Susetta –ora per ripigliarsi ci vorrà tempo.
6/7 aprile
L’alternativa alla vera e propria attività sportiva, per i pigri di natura, è la passeggiata veloce per mantenere in uno stato accettabile apparato cardiovascolare e tono muscolare: è un consiglio standard che i medici dispensano ai pazienti il cui unico sforzo comprensibile è quello del sollevamento posate durante i pasti principali e il mini tragitto che li conduce alla poltrona per il riposo postprandiale. Motivato da visioni ipocondriache mi decido a fare due passi. Lungo il percorso improvvisato che mi sono imposto, e solo dopo pochi minuti, mi accorgo di essere seguito. Sono in due ed usano la mia stessa strategia, quella di quando ero dedito al borseggio. Si fermano ad osservare le vetrine dei negozi non appena mi giro nella loro direzione. Sono dilettanti e per questo motivo non debbo abbassare la guardia. Mi infilo nel primo vicoletto alla mia destra e comincio a correre, scartando poi a sinistra lungo la strada principale e raggiungendo finalmente una piazzetta semideserta. Loro sono già lì a fumare, facendo finta di chiacchierare. Ma chi sono? Cosa vogliono? Non me lo chiedo una seconda volta, faccio dietrofront con un’andatura da marciatore – sculettando senza grazia – imbocco la prima viuzza che mi appare nel campo visivo: è un vicolo cieco, me ne rendo conto quasi subito, ma ormai non posso fare più niente. Avverto la loro presenza e quando, spalle al muro di cinta cerco di focalizzarne i volti, la mia attenzione viene distolta dalle pistole che impugnano. Uno dei due è mancino, l’altro destrorso e mirano – non ci sono dubbi alle mie gambe. Fanno fuoco senza un preavviso che mi prepari al peggio. Non sento dolore…”Donneee! E’ arrivato l’arrotinoo, affiliamo coltelli, ripariamo cucine a gas, aggiustiamo ombrelliii”. Mi risveglio, felice di far parte ancora di questo mondo.
8 aprile
E’ seduto al tavolino del bar in compagnia di uno dei suoi guardaspalle. Appena mi vede congeda il gorilla e mi fa cenno di sedere al suo posto. Indossa una vistosa camicia stile hawaiano, una giacca di camoscio e un jeans a zampa d’elefante, tutto rigorosamente fuori moda. Mi offre un caffè e, dopo che il cameriere si è allontanato, rimane per un po’ in silenzio, concentrato forse sulle parole ad effetto da usare per rendere convincente il suo sermone. ‘O barone, e tutti quelli che come lui sentono il peso della responsabilità del comando, non può servirsi del linguaggio comune; deve scegliere con accuratezza le frasi e caricarle dell’enfasi necessaria per stupire il suo interlocutore. Conosco il giochetto e me ne sto tranquillo, in una finta trepida attesa. “Ti ho fatto chiamare per complimentarmi con te – mi rassicura – hai fatto un buon lavoro, rozzo ma efficace”. “Ma io non volevo…”, cerco di replicare. “Shhh – mi fa, portandosi l’indice al naso che, solo adesso lo noto, ha la forma di un tubero – Marittiè! E sto parlando! Dicevo…come primo incarico sei andato bene, anche se hai commesso un errore da principiante. Ma non è colpa tua. Devi cominciare a studiare un po’ di anatomia”. Non accetto di buon grado le critiche, soprattutto quando a muoverle è un camorrista figlio (postumo) dei fiori. Ma tant’è, è lui il mio datore di lavoro e non è il caso di contraddirlo. “Devi imparare quali sono i punti vitali. Se spari a casaccio rischi di uccidere pur non volendolo – continua – e allo stesso modo, se miri alla coscia, devi fare in modo che il proiettile attraversi il muscolo, entrando da un lato e uscendo dall’altro. Tu invece gli hai distrutto il ginocchio”. E ride, divertito da quella che per lui è una battuta irresistibile. “Comunque non è un problema, vuol dire che la convalescenza per quel pezzo di merda sarà più lunga”. Da come ha impostato il discorsetto, credo che questo sia il primo atto della sua personale commedia. Dopo una breve pausa, arriva il secondo tempo: “’O cardillo doveva essere punito perché per uno scherzo pensato mentre stava tutto fatto, ha mandato Ciccio all’ospedale. E Ciccio mi serve. Io non sono mai stato un sentimentale: qui si parla di soldi e chillu muccuse me li ha fatti perdere solo perché quella sera non teneva un cazzo da fare”. Cos’altro devo aspettarmi? Quale altro dei miei pochi amici è al soldo di don Michele? “E ‘o bassotto, lo lasciate stare?”, mi informo. “Sta già cacato sotto. Si è chiuso in casa e ha spento il cellulare. Non è un problema, ha capito”.
8 aprile sera
‘O barone, come compenso, mi ha pagato con cinque grammi di cocaina. Secondo lui se la vendo posso ricavarne più di quanto valga sul mercato il lavoro che ho fatto per lui. Io invece penso che l’abbia fatto per un altro motivo: vuole tentare di incatenarmi a una doppia dipendenza. Ma con chi crede di avere a che fare?