

di Peppe Papa
Siamo nel limbo dell’imponderabilità. I leader del nuovo ordine politico del Paese, Luigi Di Maio e Matteo Salvini sono incartati. Non sanno che pesci prendere. Era prevedibile. Una volta giunti alla porta del potere, hanno scoperto di non avere le chiavi per aprire. Qualcuno li ha imbrogliati? O più probabilmente, si sono ritrovati tra le mani un pacco inaspettato, come quelle vincite alla lotteria che, sognate ad occhi aperti, ti sconvolgono la vita e ti fanno deragliare.
Reduci da una campagna elettorale combattuta all’arma bianca, con scambi di offese, promesse perentorie, mirabolanti programmi, hanno adesso qualche difficoltà a rimangiarsi tutto facendo finta che non sia successo niente e calarsi nella parte di chi deve governare sapendo di non poter fare a meno l’uno dell’altro.
Salvini, a prescindere dalle mire di diventare premier, sa di non poter mollare Berlusconi, se la coalizione si sfascia non è più nessuno. E questo è un punto debole, anche perché i 5Stelle, almeno a parole, del Cavaliere non ne vogliono sapere, anche se poi gli hanno eletto la seconda carica dello Stato. Un impedimento nelle trattative di dare vita a un esecutivo giallo-verde, cui Di Maio farebbe volentieri a meno se non fosse per la base che già rumoreggia avendo intravisto movimenti da ‘inciucio’, che per il momento restano in fase di stallo.
Il capo politico dei pentastellati, Luigino da Pomigliano, prova a smarcarsi, cerca di blandire i piddini insofferenti a Matteo Renzi, che sono sì la minoranza, ma molto rumorosa. L’ideale per lui sarebbe che il Pd si lacerasse in una nuova scissione che è diventato il nuovo must del giornale d’area, Il Fatto, che dal giorno dopo l’esito delle votazioni ha cominciato una campagna incalzante per convincere i democrat al sostegno del Movimento promettendo tra le righe poltrone per tutti. Finora qualsiasi tentativo è andato a vuoto, il Pd sembra compatto sulla linea dell’opposizione dura e pura imposta dall’ex segretario, anche se non mancano le ‘riflessioni’ maligne di qualche capo corrente in vena di distinguo. Come Andrea Orlando il quale, sul Corriere di ieri, ha vagheggiato di una “opposizione senza tralasciare il dialogo con Di Maio sulle cose da fare”. Che è poi, esattamente, quello che l’opposizione ha sempre fatto e deve fare in qualsiasi democrazia. Orlando, evidentemente, ha altro per la testa in questo momento, la posta in gioco è il partito, il ‘brand’ della ditta. E ‘fare fuori’ Matteo è indispensabile. Vedremo se ci riuscirà insieme agli altri notabili suoi sodali, nel frattempo la trincea è scavata e non sembra ci siano possibilità di un arretramento. I due ragazzi ‘terribili’ che sono stati capaci di scassare il sistema, non hanno scelta, devono provare a convivere, il governo lo devono fare, non hanno altra scelta. Ne va del loro futuro politico. Se pensano di poter spazzare via in un sol colpo Pd e Fi, inaugurando davvero la terza Repubblica che sarebbe comunque tutta da decifrare, sono obbligati a provarci. Sapendo che potrebbe rappresentare anche l’inizio della fine e l’addio ai sogni di gloria. Per questo tentennano, cercano scappatoie, alla fine loro pensavano che non avrebbero mai potuto fare Bingo, ritrovarsi un Paese in mano e non sapere che farsene. Adesso sono costretti a dare risposte, o al prossimo giro, qualunque sia la legge elettorale che escogiteranno, saranno destinati all’estinzione. Forza ragazzi, fuori gli attributi, fate vedere agli italiani di cosa siete capaci.