

di Peppe Papa
Se ne riparla forse lunedì, dopo che i Cinquestelle e Lega avranno consultato le loro rispettive basi chi con la sua inquietante piattaforma online, chi più tradizionalmente con i gazebo in piazza, per capire finalmente se ci sarà il governo giallo-verde. Una possibilità, man mano passano i giorni, che si va sempre più affievolendo. I due leader populisti, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, si stanno rendendo conto di essersi lanciati in una impresa titanica rispetto alla loro modesta statura politica e che le fantasmagoriche promesse dispensate in campagna elettorale che gli hanno permesso di fare il pieno di voti, sono pressoché irrealizzabili. Una cosa difficile da spiegare ai tanti che ci hanno creduto. Così traccheggiano, prendono tempo sostenendo che stanno “scrivendo la storia” e si sa c’è bisogno di mettere a punto un “contratto” che non può lasciare alibi a distinguo e interpretazioni di comodo. Le cose vanno fatte per bene, senza fretta, intanto si mantiene il ferro caldo casomai si dovesse tornare alle urne in autunno, come in molti dei due schieramenti cominciano a ipotizzare.
Sempreché il Presidente Mattarella sia d’accordo. Il capo dello Stato ha fin qui mostrato estrema pazienza, bacchettando sobriamente i due giovanotti aspiranti premier ricordando loro le priorità del Quirinale a partire dall’incarico del presidente del Consiglio, a quello della nomina dei Ministri. Come pretendere che a garanzia del programma proposto ci siano le rispettive coperture economiche e ricordare che esistono una serie di trattati europei cui non si può derogare. Una mazzata per Salvini e Di Maio che la stavano facendo facile convinti entrambi, ognuno a suo modo, di avere il toro per le corna e che adesso cercano una via d’uscita onorevole che gli consenta di non bruciarsi il personale futuro politico. Salvini sembra sia stato più lesto a capire l’antifona, il ritorno in pista di Berlusconi ha mandato a monte il piano di fagocitare Fi, dovrà ancora aspettare il suo turno, il Caimano non è tipo che perdona i “traditori”, meglio temporeggiare. Pertanto ha fatto sapere di vederla difficile, il governo non è detto che si faccia e le distanze con M5S aumentano, invece di diminuire, su una serie di temi sensibili come sicurezza, grandi opere, giustizia, migranti.
Di Maio dal suo canto non può permettersi che nasca una legislatura “storica” sì, ma precaria, con il rischio di trovarsi fuori al prossimo giro. Capito di non poter fare il premier non gli resta che rompere, dando la colpa al ‘mondo intero’, e provare a mantenere salda la leadership insidiata da Alessandro Di Battista, l’asso nella manica di Grillo per la sua successione che appare sempre più probabile, soprattutto in vista di nuove lezioni. Vedremo la prossima settimana come andrà a finire, è impensabile che il Presidente conceda ancora altri giorni a dei parvenu della politica con tanto consenso, ma senza idee. E’ auspicabile che Mattarella metta fine alla “pagliacciata”, come l’ha chiamata Giuliano Ferrara su “Il Foglio”, e che si decida a battere un colpo, forte e chiaro. Dicono che abbia già messo a punto il suo governo, aspetta solo che il campo sia sgombro per cominciare a giocare seriamente. Speriamo sia vero!