

Proseguiamo con “Dentro e fuori” di Francesca Piccolo la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo sempre più numeroso.
Francesca Piccolo è una giornalista napoletana che ha deciso, dopo tanti tentennamenti, di mettersi in gioco come narratrice. Questo che presentiamo è il suo lavoro di autrice, siamo convinti che incontrerà il vostro gradimento.
DENTRO E FUORI
Capitolo V
Quella mattina c’era un’assemblea all’università, Giuliana aveva deciso che le tasse, che le erano state anticipate dai suoi amati nonni, quest’anno erano ammantate di sacralità non doveva essere sprecato un mese! Si rimproverava con la sua voce interna – non poteva perdere un solo giorni di studio e di lezioni, per cui i suoi amici avrebbero dovuto fare a meno di lei nella preparazione di questa rivoluzione planetaria.
L’anno precedente aveva superato un solo esame e per un caso solo fortuito si era aggiudicata anche lo scritto di latino, che valeva come e più di un esame, perché consentiva l’abilitazione all’insegnamento nei licei. Giuliana si gratificava ancora per quella scelta istintiva, non ci era voluto infatti nulla in più per la preparazione. Gianfranco lo propose come andare a seguire un seminario, in un pomeriggio di inizio estate tra un panino e la discussione su alcune pagine di un testo di Thoureau, molto gettonato in quell’anno, si erano andati a sedere nell’aula al terzo piano di Porta di Massa, e beneficiando di non aver dimenticato il tesserino blu, aveva acconsentito a perdere un paio di ore a tradurre una versione di Seneca…ma in fretta perché dopo nella aula al primo piano di via Mezzocannone 16, era in programma un’assemblea studentesca.
Oggi si ripassava a mente quel primo anno di frequenza all’Università, percorreva a passi lunghi quel suo conquistato corridoio di libertà, oggi che non era più una spettatrice sognante ma un soggetto partecipante a tutte le iniziative che in quel periodo di grande fermento sarebbero culminate con il grido: “L’ università privata, la pantera s’ è incazzata”.
Nel giro di boa di un inverno che tardava a diventare rigido, raggiunte dai raggi del più tiepido autunno tutte le facoltà universitarie erano strette nel medesimo abbraccio, erano “Occupate”. Si protestava contro la riforma Ruberti. Una riforma che, al di là di ogni colore o appartenenza politica, avrebbe portato ad uno svilimento del valore delle facoltà umanistiche a vantaggio di quelle scientifiche e tecnologiche, e ad un declassamento di quegli atenei minori, alla riduzione dell’investimento per fondi alla ricerca, con conseguente perdita di peso del titolo di studio da esse rilasciato. Da Palermo a Roma, a Genova e poi a Napoli la mobilitazione e la protesta fu virale. Lettere e Filosofia fu la realtà più attiva, l’allora FGCI che aveva già avuto modo di conoscere quando era al liceo classico, continuava a voler dettare una certa egemonia, per pregressa disponibilità di mezzi divulgativi e di esperienza organizzativa, ma le sedi di discussione in cui veniva contestata non erano poche ed anche Giuliana in qualche timido intervento cercava di esercitare la sua presenza, parlava della sua difficoltà condivisa da un gruppo di altri 20 studenti del suo anno di corso a seguire le iniziative perché impegnati con la necessità del lavoro pomeridiano, essenziale, per mantenersi agli studi. In pochi giorni l’ala più radicale e creativa creò i “Gruppi d’agitazione”. In teoria era una commissione incaricata di produrre eventi spettacolari all’interno della facoltà, ma in realtà un gruppo di persone estranee alla politica tradizionale, con un approccio di avanguardia e insieme più estremo ma non per questo progettualmente riconoscibile diedero vita ad una radio di facoltà, delle casse poste all’esterno dell’aula magna con una consolle in presidenza. Qualcosa di nuovo e di radicalmente dirompente si respirava in ogni angolo di strada che tagliava netto e perpendicolare aule di facoltà e palazzi antichi dove un tempo studenti in giacca e cravatta avevano già dispiegato la loro rivoluzione. Giuliana si sentiva sostenuta da tutti, sconosciuti ma vicini, nella sua ribellione nella sua sommossa profonda verso un ordine mai riconosciuto. A Mezzocannone 16 si svolgevano affollatissime assemblea, da lì uscì il grido di: occupazione! Gli esami e le lezioni sarebbero state interrotte per intraprendere un percorso di lotta, lungo un anno di sogni. Uno dei forti motivi della contestazione era l’aumento delle tasse che avrebbe seriamente compromesso il diritto allo studioe su questo Giuliana era agguerrita. Ormai come gli altri studenti era proiettata in una nova dimensione di consapevolezza e preoccupazioni per l’entrata in Europa e per la nascita dell’Unione Europea. La Pantera era come un neo scoperto sulla pelle che ti faceva sentire della specie dei tuoi simili, un vessillo animale dietro cui organizzare il proprio dire no, perché, in che modo, con quali garanzie e tutele, rispetto all’imminente unione economica e finanziaria che avrebbe condotto la ricerca, ancora di più nelle mani delle grandi multinazionali. Infine, il movimento rivendicava l’accesso a un’informazione libera e autonoma davano la cifra di un universo che sarebbe stato radicalmente diverso dall’endimionico sonno degli anni’80, il solo modo che conosceva Giuliana, inquisita dalla mamma per quell’unico esame sostenuto nonostante le sue intere giornate fuori casa, le aveva dato l’ultimatum con una litigata di oltre sei ore a decibel incalzanti. La volontà irremovibile di iscriverla in una università privata fuori regione, le aveva fatto accarezzare l’idea di una distanza ancora maggiore da lei e da casa, una bolla di sapone scoppiata alla precisazione che per tutto il tempo degli studi avrebbe soggiornato e dimorato in un convento -educandato delle fanciulle maggiorenni e “maggiorenti” di tale nobil donna- nei pressi di Bergamo ben osservata dalle educatrici e con possibilità di soggiorno a casa e la piaga era definitivamente scoppiata trasformandosi in un giro di filo spinato. Perché non chiamarlo con il suo vero nome aveva sarcasticamente provocato ancora la madre – Giuliana- è un collegio! <<e ti risparmio le discussioni religiose sul fatto che le educatrici saranno sicuramente “sorelle” dall’abito scuro>>. Ma perché in questa destinazione geografica così lontana? -quasi al confino – ormai Giuliana era decisa a fare esplodere le due arterie laterali che incorniciavano il collo magro e nervoso della madre tese e azzurre come due stecche di corpetto- <<stai cercando di sbarazzarti di me per un pochino? -concluse – abbassando la testa da un lato, calma e decisa a provocarla senza soluzione di continuità –
<<Verrai ogni tanto e alla fine di ogni corso di studi –prescrisse la madre con tono da badessa- <<e poi – aggiunse con un sorriso rassicurante e vincente come le pubblicità dei frullatori delle foto anni ’50 – alla tua laurea certo organizzerai una festa anche qui a casa a Napoli. Questa frase aveva svegliato Giuliana come da un sogno lungo un flash, senza perdere il tempo però di rispondere alla madre che il maggiorasco era stato abolito qualche anno dopo la sua nascita. La madre aveva incalzato, dando il proprio nome a quella decisione lungamente studiata, concertata anche con il padre con le immancabili cognate impalate a cerchio e sicuramente tra una pinella ed un burraco. <<Ma sicuramente certo – proruppe Giuliana se vorrò festeggiare con gente che non si ricorderà nemmeno più chi sono>> ormai i discorsi con sua madre erano così scarni e netti e così pericolosamente decisivi, nonostante la rabbia le fosse visibile sulle guance arrossate Giuliana non riusciva ancora a tenerle testa. La detestava e giurava a sé stessa che mai sarebbe diventata come lei.
Ancora imbrigliata in quelle immagini fastidiose, trovava sollievo aggrappandosi alle sue fragili sensazioni di sentirsi viva, ricca nella sua lussuosa opportunità di poter scegliere da sola. Si dava coraggio e forza confermando a sé stessa in modo risoluto che oggi, anche se sabato avrebbe studiato sodo, almeno 5-6 ore. Avrebbe sostenuto l’esame di linguistica generale ad ogni costo ed iniziato a preparare quel mattone di esame di letteratura latina 1. Viveva giorno per giorno per cosa ma non sapeva ancora per cosa vivere, come condurre per mano la sua giovane vita, per pria cosa decise di fare colazione. E la colazione sarebbe stata ancora più dolce perché accanto a lei c’era Riccardo che la osservava da un po’ in silenzio attento a non farle sentire i suoi occhi addosso.
L’amore di Riccardo è -quello dei venti anni che ti copriva di attenzioni e di premure – cose semplici come ricordarsi di comprarle la marmellata ai frutti di bosco che lei adorava, invece di una qualsiasi o svezzarla al gusto del caffè americano che piaceva solo a loro due, macchiato con poco latte. Riccardo non la disturbava mai quando la vedeva lontana, quasi catatonica, sapeva che nonostante il suo silenzio era impegnata a trovare una via d’uscita tra ricordi ed ansie che la attorcigliavano come in una balla di stracci. Tra un bacio e l’altro lui la rassicurava di essere lì nell’oggi e le accordava il suo appoggio:<< beh questa settimana facciamo i bravi ragazzi di famiglia borghese, io approfitterò per affrontare la parte monografica di diritto civile – lui frequentava il penultimo anno di Giurisprudenza che non aveva scelto ma intelligente e doveroso come era stato allevato, gli bastava solo decidere quando sostenere un esame e quanto impegno ci doveva infondere, una solida famiglia di banchieri e direttori di alte strutture dello Stato gli consentiva di avere un orizzonte privo di nuvole, nemmeno a volerle dipingere per creare una variazione di azzurro.
G:<< ciao amore – alzandosi dal letto – debbo vestirmi in fretta ed andare
R: << aspetta facciamo colazione e ti accompagno con la moto
Fecero velocemente un piccolo spuntino senza attardarsi a scambiarsi idee per il fine settimana che avevano già pattuito era pesante e privo di svaghi, mentre Riccardo preparava il caffè Giuliana spalmò quattro fette biscottate con un velo spesso di marmellata ma ne mangiarono una a testa.
R: <<lascia metto a posto io, la rassicurò – dopo torno e mi organizzo per studiare qui in camera mia – che era una dependance della sua villa in un’antica e stretta via laterale di via Manzoni.>>
G: <<sono pronta in cinque minuti, ed entrò nel piccolo bagno della stanza, ormai non le sembrava più una minicella frigorifero come le prime volte e lì c’erano tutte le sue creme e i saponi da toilette. Entrambe infilarono in due mosse jeans e felpa. Riccardo prese le chiavi della moto, il portafogli e i caschi: <<micina tutto ok? – mi dispiace che te ne vai –abbassando gli angoli delle labbra carnose e traducendole tutto la sua disapprovazione per quella casa e quel posto così estraneo, ma senza farla sentire nemmeno per un attimo estranea da lui e giudicata>> << ma stasera devi anche lavorare al pub? Vengo a riprenderti io e non muoverti da lì per nessun motivo da sola, capito? Occhi verdi fissi e rassicuranti ai quali Giuliana non avrebbe mai pensato di sfuggire>>.
G: alzò leggermente la punta dei piedi, e gli diede un bacio sulle labbra grato ed appassionato, la sua mente si rilassava e scioglieva ogni tensione dinanzi alla premura vera e sana di Riccardo, la sua gentilezza mai formale traduceva esattamente il suo affetto. Sulla moto rossa, alta, lei lo abbracciò forte, sapeva che Riccardo non era contento che avesse ostinatamente scelto quella sistemazione, anche la sua famiglia lo aveva redarguito con tatto deciso, cercando di carpirgli molti più particolari di quelli distillati dalle risposte laconiche e rassicuranti che concedeva su Giuliana. Sicuro di sé e del loro sentimento era certo che bastava starle vicino sempre senza soffocarla e tutto sarebbe andato bene, di questo Riccardo ne era certo.
G:<< ok lasciami qui tesoro, non fare il giro dalla parte dei quartieri, è inutile, le scale scendono comodamente fino a giù a casa, sono arrivata>>
R:<<va bene, le accordò – senza togliersi il casco e accostata la moto al marciapiede per farla scendere con agio, voglio solo aspettare che entri nel palazzo. Entrambe uno di fronte all’altro si guardarono fissi negli occhi, accostando le pareti delle loro guance dure di plastica –e ammiccando un sorriso di telepatia sulla parola “palazzo” a cui rivolsero una scialba occhiata, sembrava una bocca sdentata aperta sopra una facciata gialla di tufo umido e muffoso, ai lati due finestre con i battenti marroni e ruggine sempre chiusi apparivano come due occhi stanchi e flaccidi. <<Va bè – lasciamo perdere – per ora deve andare così – sintetizzarono i loro pensieri muti negli sguardi- e poi con un vezzoso inarcare delle sopracciglia e un mezzo roteare della testa, Giuliana era solita chiudere in modo femminile e seducente ogni incipiente considerazione critica che le avrebbe voluto muovere Riccardo sulla sua palese e assurda scelta della casa e che si sarebbe presentata ad ogni equazione: moto, palazzo Riccardo, uscio di casa.
Entrò nel palazzo varcò l’ingresso velocemente e scendendo le scale si accorse del buio già alla fine della prima rampa di scale, non vi erano lampadine di illuminazione solo sulla porta della proprietaria ormai raggiunta a memoria vi era una lampadina sostenuta da un piatto di porcellana bianco una cosa vista nei film in bianco e nero di quelli tristi, e 50 anni li aveva certamente, nessuna targhetta indicava il cognome della Di Napoli o parenti affini. Giuliana si fermò un secondo prima di bussare, tese ancora un pochino l’orecchio e tutte le sue attenzioni a Riccardo al quale non aveva detto né dei proiettili né dell’intenzione di voler chiarire con la proprietaria di questa ed altre faccende, aveva sicuramente sentito il rumore della marmitta della motocicletta allontanarsi, avrebbe riconosciuto quel clacson, quel motore tra mille altre anche nel traffico che a quell’ora di mattina non c’era per questo la sua sensazione di allontanamento era più nitida, attese comunque quasi un minuto lunghissimo e poi bussò il campanello incastrato nel legno marrone.
Le aprì subito dopo Immacolata:
I:<<ciao Giuliana – mammà ci sta a studentessa, la signorina Giuliana – scandendo quasi come un cinguettio parole e suoni
C: falla trasìre – urlò da un’altra stanza Consiglia –
La sua voce- immediatamente le risuonò in modo differente, oggi era chiaramente bassa, roca, con tutte le vocali allungate, (segno che stava davvero seguendo con interesse le lezioni di linguistica in facoltà, pensò tra sé).
C:<< uè Giulià dimmi che c’è?, ti sei sistemata giù? Com’è bella la casa eh?
G: <<insomma sì, buongiorno signora Consiglia – disse con tono educato- ho portato le prime valige ma purtroppo c’è un bel problema, almeno per me, – cercava di mettere sacchetti di protezione tra le parole e il suo disagio – dovrò organizzarmi meglio per cucinare e per lavare soprattutto la mia biancheria perché giù non c’è la lavatrice, lei aveva detto che a casa c’era tutto>>
C.<< embè ci sta tutto! Che ci deve stare di più’? proruppe in modo aspro ed antipatico- guardando altrove- scostò una sedia di scatto e si accomodò alla tavola di fronte alla ragazza nella stanza soggiorno- Giuliana intuì che si sarebbe dovuta accomodare anche lei anche se non aveva sentito alcuna parola uscire di bocca.
Era ora accostata al tavolo e sentito il freddo del piano fu come scossa da un campanello che la punse proprio nel plesso del coraggio:
G.<< signora Consiglia giù non c’è nemmeno il tavolo, ma dove mangio, come studio? Accompagnando con lieve lamento le sue ultime vocali.
C.<<ah si me lo ha detto Immacolata e stù tavolo mò vediamo e recuperarlo e te lo porto giù tra qualche giorno per la lavatrice non è cosa proprio non c’è mai stata, ma scusa tua mamma non te li può lavare due panni? o te li lavi tu into ò cufunaturo.
G: pensò ad una serie di possibili significati per questa strana parola dal sapore molto antico<<scusi? Signora? – avendo bene inteso che darle del “lei” la scuoteva e la metteva in soggezione e dunque lasciava a Giuliana qualche margine di protezione in più, ma al contempo aveva ricordato che Immacolata spesso si rivolgeva in tono di ostentato rispetto verso la madre dandole del “voi” dunque cambiò registro perché davvero quella donna minuta e forte le sembrava una montagna invalicabile in qualsiasi lingua del mondo. E continuò:<< Signora Consiglia voi sapete dunque che debbo studiare, lavoro anche, perciò non avrei proprio il tempo e il modo di lavare a mano questi panni, poi dove li metto ad asciugare?
C:<<uh Gesù fuori dal balcone>>
G:<<signora è il tavolo che proprio mi manca, non posso studiare è la cosa più necessaria per me, ormai aveva capitolato su qualcosa che le era stata quasi negata come un lusso inutile…
C:<<eh eh ora vediamo stu tavolo – confermò infastidita
G:<<ci sono solo tre sedie – continuò Giuliana ora con voce ancora più cantilenante ormai aveva preso coraggio ed era decisa a declinare tutto il foglietto che aveva scritto il giorno prima, con l’elenco di tutte le mancanze e di tutte le presenze non normali, tipo 12 proiettili che invece c’erano e come. Poi signora le debbo dire una cosa- approfittò di aver intravisto Immacolata che spariva saltellando nella cucina alle sue spalle- come di un’occasione per creare un minimo di intimità – basata sul nulla ma a questo avrebbe fatto caso solo dopo- Giuliana abbassò di un tono la voce, protese a metà il capo verso la signora Consiglia che con il pigiama viola era ancora più tetra come un corvo con occhi indagatori e freddi, e ora
Consiglia battè solo le palpebre per accordare alla ragazza diritto di rivolgersi con tale confidenza e aggiunse, <<che c’è ancora dimmi?>>
Giuliana chiuse le mani appoggiandole sul suo ventre e le sulle gambe incrociate signora volevo dire che nel cassetto centrale dell’armadio in camera da letto mentre mettevo a posto i miei vestiti ieri ho trovato dei proiettili>>. Non la degnò nemmeno di uno sguardo e la interruppe girando il collo – era apparsa alle spalle Immacolata, aveva in mano un vassoio di plastica con due tazzine fumanti di caffè:
I:<< mammà nu poc’ e cafè?>>.
C: << Ah brav’, dallo pure a Giuliana che si è presa paura – dice che ha truvàto i proiettili abbascio o’quartino – ma secondo me ti sei impressionata – Giulà chissà ch’è vist?!
Uno sguardo penetrante passò per aria come un lampo fulmineo tra mamma e figlia – Giuliana riuscì a percepirlo solo alla fine del suo bagliore- l’ultimo tratto di un’intensa frase non detta a parole ma con una penetrane occhiata che tradotta in parole sarebbe stata udita così:<< appena sta scem’ se ne và a faticà, scinn’ abbascio e arap’ tutte e cassette, e truov’ chell’c’hanno lasciato, pulizz’ tutt’cose, si no, te romp’ll’ossa>>.
Giuliana aveva inteso bene quello che era stato un vero ordine ipnotico impartito da madre a figlia. Non le restava altro che mostrarsi per come si sentiva, spaventata:
<< signora Consiglia se per lei non è un problema, io sono appena arrivata e posso andare via, nel senso che mi ridà i soldi indietro ed annulliamo il contratto che le ho firmato, prendo subito le borse mie ed oggi stesso lascio il suo quartino. Mi faccio aiutare dal mio fidanzato e vorrei andarmene, se per lei non è un problema>>.
C: <<Giulià, tu mò si arrivata e già te ne vuoi andare? – allora ohì cà si pazza?
Il tono delle sue parole era di ruggine, una cantilena sarcastica- mo che mi ricordo per qualche mese ho fatto stare nu parente e nà signora e fore o’ vicolo San Mandato, solo per dormire qualche settimana, e chist’chissà che ghjev’facenn’ e l’avrà lasciati ìss, stì confetti, sti proiettili, come li chiami tu>>.
Tu devi stare tranquilla, mò Immacolata va a pulire un’altra volta, è o ver’Maculà? scendi con Giuliana e vall’a dà un aiuto>>
I: <<mammà – la voce di Immacolata puntava ad un solo obiettivo: discolparsi – io ce l’ho detto ieri sera, essa ha ditto, è tutto apposto, e me ne ha mannato ‘n copp>>
G: prese la parola non per lei ma in solidarietà verso Immacolata, intuendo che la colpa di non aver pulito bene e di aver lasciato i proiettili era davvero sua e la madre le avrebbe fatto chissà cosa: <<Signora Consiglia la casa è pulita e davvero non c’è nulla di strano, tranne il tavolo che non esiste – all’improvviso la lista di confort che voleva rivendicare dato l’affitto non esiguo che pagava, le si era cancellata dal cuore più che dalla mente – <<perché? Deve scendere ancora Immacolata?>> si sentiva braccata, stretta, messa in angolo pure qui a chilometri di alberi e di comodità di distanza da casa sua.
Giuliana si irrigidì sulla sedia, doveva tenere a bada anche un altro rash di irritazione che sordo le faceva eco dal di dentro della sua cassa toracica, Consiglia le aveva detto che sembrava una pazza proprio come le diceva sua madre per colpirla senza volontà di soluzione, solo per farla stare zitta. Anche forse Consiglia le aveva rivolto quel vocabolo più con l’intento di darle la sua cifra di totale estraneità dal loro modo, di animale pragmatismo che non le faceva giustificare la scelta faticosa di quella ventenne, sola alle prese con case, traslochi, gente nuova e diversa dal suo mondo, quartieri lontani, una studentessa deve studiare, mica traslocare da sola ai quartieri? E doveva pure lavorare per mantenersi? E allora chi era una così, forse se lo era domandata Consiglia di Napoli, donna esperta della strada e della vita, oscura e leggibile nello stesso tempo. Forse una così è una che scappa, forse è pazza, o forse non lo è, forse si è persa.
Come il timore di aver tolto la tenda da una stanza che non puoi vedere, il velo da qualcosa che non puoi indagare, in quella stanza l’imbarazzo doveva essere contenuto come un segreto di famiglia, quando c’è un debito grosso, quando succede un guaio che non devi nemmeno nominare se no prende vita e scappa fuori e non lo governi più, quindi chi ha parlato e ha scoperto il velo poi si tiene pure la paura, se la tiene stretta sulla pancia, si tiene fermo l’intestino e aspetta, cosa? un movimento, un fruscìo di tenda, una parola detta da chi ti sta di fronte e allora la coglie e si fa venire un’idea, una soluzione:
E Giuliana tolse le mani dalla pancia e calò sul tavolo di quell’insolito tressette un asso, e disse:<< ma sì signora sarà proprio come dice, qualcuno di passaggio li avrà lasciati lì e Immacolata non poteva proprio arrivarci a prenderli né a vederli, stavano incastrati in fondo al cassetto che io ho tirato completamente fuori perché c’era poca luce con il balcone chiuso e stavo mettendo lì i miei pantaloni piegati>>
Come si chiama in psicologia questa attitudine a diventare assertivi e compiacenti dinanzi al nemico? Ossequiosi verso chi in quell’istante ti fa tanta paura? Dove le era venuta questa abilità innata di farvi ricorso, ed ora in questa occasione l’aveva sfoderata addirittura colorandola di solidarietà e leggerezza. Giuliana mise da parte questa considerazione che le affiorò solo per un secondo, attendendo la reazione della proprietaria, a cui – le era chiaro come la forchetta e il coltello – non sarebbe riuscita a nascondere nemmeno un respiro più profondo. E per ora poteva contare solo sulla complicità di un’altra vittima, giovane come lei, Immacolata -Non posso più andare via – si diceva tra sé – questo è il fatto-.
C:<< Giulià, io i soldi mò non te li posso dare, quindi qua un paio di mesi ti devi fermare. Poi quando te ne vuoi andare, pure mò – il tono di sfida era come un’enorme nuvola nera sulla testa delle due ragazze -ma i soldi indietro non te lì do perché mi so serviti per pagare certe tasse e nun c’è stanne cchiù, mo arrupuosete.
Il tono della voce di Consiglia era diventato più calmo, un sole tiepido riscaldava dalla finestra tutta la stanza, la luce si faceva spazio tra i troppi mobili e faceva brillare miriadi di particelle di polvere, la loro immagine come in un quadro si era fermata, le domande sospese.
Giuliana non voleva andarsene, e non avrebbe potuto farlo per almeno tre mesi. Si strinse nelle spalle, aveva incassato senza reagire la situazione, non poteva perdere così tutti i suoi soldi e per un po’ non ne aveva altri. Una nuova emozione le alleggeriva tutta la faccenda, in fondo i proiettili non erano i suoi e anche le difficoltà le apparivano stranamente più sopportabili. Certo doveva convivere con domande nuove: cassetto, proiettili, tavolo che non c’era, lavare panni a mano come in campeggio, vicini molto vicini fin dentro casa, esami università, silenzio con Riccardo, lavoro, risate con i ragazzi a cui dava ripetizioni e studio, università, riunioni a parte tutto questo c’era chi dettava legge su tutto la signora Consiglia.
Lontana da quella sensazione di ipocrisia che le ardeva in gola a casa sua con la sua famiglia e i suoi genitori, qualcosa le suggeriva che in quei vicoli, tra quei palazzi addossati e scuri non si sarebbe mai drogata di noia, lì non c’erano guerre fredde.
Voleva scappare dopo colazione alla casa nuova ai quartieri, che Riccardo detestava senza dietrologie, come una materia che non ti piace. Lo aveva convinto Giuliana che era necessario ritornare a casa per organizzare al meglio un confortevole angolo studio, il mese prossimo era decisa a sostenere e riuscire a prendere con un buon voto l’esame. E poi in cuor suo meditava anche un’altra incombenza, aveva con sé il foglietto dei punti critici della nuova casa e voleva parlarne con la proprietaria. Doveva solo trovare il modo giusto per dirlo: <<cara signora Consiglia ecc. ho trovato numero 8 (controllare) proiettili nel cassetto centrale dell’armadio della stanza da letto>>.