

di Peppe Papa
Il neo premier socialista spagnolo, Pedro Sanchez ha tolto le castagne dal fuoco al governo italiano e al resto del consesso europeo annunciando di essere pronto a fare attraccare l’Aquarius, la nave con 629 migranti a bordo ferma a largo del Mediterraneo, nel porto di Valencia. Risolto il problema umanitario, la politica italiana si interroga e scopre che il Paese è finito in mano alla destra radicale sovranista, che i Cinquestelle sono un equivoco storico e che ci aspettano giorni duri.
E’ chiaro a tutti ormai che è Salvini a menare le danze coerentemente, bisogna dire, con la sua visione del mondo e dei valori che lo governano. Per quanto gli riguarda, lui ai migranti farebbe sparare addosso in mezzo al mare, in modo che capiscano che dalle nostre parti tira brutta aria. Un po’ come il suo ‘amico’ ungherese, Orban il quale si è detto felice di “dare una mano ad espellere i clandestini, perché noi sappiamo come si fa”, plaudendo alla decisione di chiudere i porti italiani alle navi di soccorso presa dal ministro degli Interni, pur non avendone la competenza, ma immediatamente certificata dal responsabile legittimo, cioè il ‘concentratissimo’ ministro delle Infrastrutture di M5S, Danilo Toninelli.
Insomma, il prima problema serio politico-amministrativo che si è presentato all’esecutivo giallo-blu (è più corretto definirlo in questo modo a nostro avviso), ha messo plasticamente in mostra le contraddizioni di un’alleanza che non sta in piedi, nonostante il contratto firmato in pompa magna dai contraenti. La Politica, come è evidente, è un’altra cosa. E il leader della Lega, sa almeno di cosa si tratta, a confronto delle ‘teste d’uovo’ pentastellate.
Grillo è da un po’ di giorni che tace, idem Casaleggio jr, figurarsi se prendevano posizioni su una questione dirimente come quella dell’Aquarius. Di Maio si è appellato alle responsabilità di Bruxelles, mentre il presidente del Consiglio ‘nominato’, Giuseppe Conte, dopo aver ringraziato Sanchez per “la solidarietà”, ha rimandato la questione agli “incontri di venerdì e lunedì con Macron e Merkel, già fissati da tempo (ci ha tenuto a precisare) per discutere le modifiche da apportare al regolamento di Dublino”. Di Battista è a San Francisco, “pronto a tornare se c’è bisogno” , intanto se la spassa – anche se dice che studia per il suo libro già acquistato dalla Mondadori – e non risulta finora nelle agenzie alcuna sua dichiarazione sulle vicende italiane. Il sindaco di Livorno, Nogarin, invece, è uno che ha fatto sentire la sua voce anche se poi, richiamato dai vertici del Movimento, ha ritirato il suo post su Fb dove si diceva disponibile ad accogliere nella sua città di mare il cargo di migranti disperati. Lui, origini di sinistra e vicino al presidente della Camera Roberto Fico, si sarebbe aspettato da questi una presa di posizione forte contro la deriva di destra presa dall’esecutivo, un moto di protesta della base attraverso la piattaforma Rousseau, rimasta praticamente silente per tutta la giornata. Ma niente. Ha dovuto ritrattare, cospargersi il capo di cenere sperando che l’esternazione non gli costi il posto.
Fico, il radicale amico dei centri sociali, imbarazzato, a fronte della decisione imposta da Salvini ha farfugliato qualcosa tipo “non è questa la soluzione”. Poi si è recato a visitare la tendopoli di San Ferdinando in Calabria dove viveva Soumayla Sacko, il migrante ucciso il 2 giugno scorso a colpi di fucile, dove il massimo che ha concesso al commento della vicenda Aquarius è stato: “Sto monitorando la situazione, so che a bordo stanno tutti bene, vedremo nelle prossime ore cosa accadrà”.
In tutti i casi, pur se stretto nel ruolo istituzionale nel quale si sta rapidamente calando, non ha rinunciato ad esercitare il ruolo di duro e puro del Movimento vantando, tra l’altro, un legame ‘privilegiato’ con il duo Grillo-Casaleggio. Ha incontrato nei giorni scorsi, senza clamori, la Cgil, il garante dei detenuti, Medici senza frontiere, Amnesty, assicurando che “chi fa solidarietà ha tutto il supporto dello Stato” e che “anche nel Mediterraneo vanno supportate le persone e le organizzazioni che aiutano gli altri”. A questo punto è chiaro che il M5S fattosi partito a tutti gli effetti e forza di governo è diventata contendibile dall’interno, dove sono diverse le anime che la compongono.
E i risultati di questa ultima tornata delle amministrative sta a confermarlo, con una batosta elettorale che li ha riportati indietro di qualche anno, dimostrando tutti i limiti dell’organizzazione. Un bagno di sangue nei Comuni al voto, dove ha prevalso il ‘nemico-amico’ Salvini e il centrosinistra si è difeso alla grande, mentre loro hanno scontato le ambiguità e l’incapacità in ‘nuce’ di dare seguito alle strabilianti promesse proposte agli elettori il 4 marzo scorso. Chiacchiere. Di Maio, sembra un pesce fuor d’acqua, ci sta capendo poco e si arrabatta, usando più registri a seconda delle convenienze, ma la credibilità è crollata. Se continua in questo modo, vale a dire fare da rimorchio alla Lega incassando solo prebende da ‘poltrona’, non è facile ipotizzare qualche ribaltone con il Movimento che trova la forza e il coraggio di mettersi di traverso anche a costo di far cadere il governo e interrompere l’egemonia della ‘ruspa’ leghista.
Tutto può succedere e le occasioni non mancheranno, come abbiamo visto. Fico sembra pronto, Di Battista pure, l’opposizione langue e gli italiani aspettano, chiedendosi se ne è valsa la pena di affidarsi ad un’armata Brancaleone per l’agognato “cambiamento”. Ad ognuno il suo.