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di Peppe Papa

La confusione regna a sinistra. Mentre il governo comincia a muoversi dimostrando la propria vera natura di destra, la gauche nostrana si interroga su come ricominciare e lo fa, naturalmente, dividendosi. Pippo Civati, leader (sic) di ‘Possibile’ abbandona il progetto LeU ed è orientato alla proposta di una lista transnazionale alle Europee dell’anno prossimo, mentre l’ex Guardasigilli, Andrea Orlando a capo dell’agguerrita minoranza del Pd, consiglia di guardare ai movimentisti spagnoli di Podemos. Di Bersani, Grasso, Speranza, Frantoianni e compagnia si sono perse le tracce, ignorati dai media per manifesta inconsistenza di idee e iniziativa politica, oltre che per il vecchio vizio italico, cui la stampa non è immune, di salire senza esitazioni sul carro del vincitore del momento.  Dunque, Matteo Salvini a tutte le ore del giorno, su tv, giornali, nel web in tutte le sue declinazioni, una presenza incessante che non lascia scampo e che con la parola d’ordine “prima gli italiani” tiene in pugno il Paese evitando che si parli d’altro, tipo delle promesse in campo economico sottoscritte nero su bianco con gli alleati M5S e di cui al momento non si vede traccia. Insomma, per il centrosinistra e il Pd in particolare che rappresenta comunque il secondo partito italiano dopo i Cinquestelle, non manca lo spazio per marcare la propria diversità culturale, rivendicare le riforme attuate negli anni di governo e prospettare un’alternativa al populismo imperante.

Invece, come accennavamo, il dibattito langue a sinistra, ognuno pensa a sé convinto di avere la soluzione in tasca contro la deriva nazionalista, l’unica cosa su cui tutti sono d’accordo, a quanto pare, è  l’avversione a Matteo Renzi. Che resta, tra l’altro, l’unico del fronte ancora in grado di attirare l’attenzione di tutti, compresa quella degli avversari. Così, mentre ci si prepara all’ennesima resa dei conti con la richiesta di un congresso da tenere al più presto, preferibilmente in autunno, per verificare definitivamente “chi sta con chi” e sciogliere il nodo Renzi, i “sinistrati” (cit. E. Berselli) in fila indiana seguono e commentano le esternazioni a gettito continuo del ministro degli Interni reggendone il gioco. L’ultima è stata quella sulla messa in discussione della scorta a Roberto Saviano, probabilmente “inutile” secondo Salvini, e che ha scatenato l’indignazione tanto scontata quanto ammantata di uno svilente richiamo al politicamente corretto dei prodi progressisti di cui nessuno più si accorge.

“Minacce inaccettabili per un uomo che ha contribuito a far luce su un sistema criminale pervasivo e pericoloso” ha  attaccato il vicepresidente dem della Camera Ettore Rosato. “Le critiche dello scrittore infastidiscono il governo e Salvini, come nei regimi autoritari, lancia gravissimi messaggi per zittirlo”, ha rincarato Angelo Bonelli dei Verdi.  Sente invece “profumo di ritorsione” Roberto Speranza, mentre Nicola Fratoianni caustico ha aggiunto: “Immagino che stamani i capi dei clan dei Casalesi abbiano applaudito a scena aperta”. E nelle dichiarazioni di protesta non poteva mancare il tweet dell’ex presidente della Camera, Laura Boldrini: “Salvini combatta la mafia non chi la denuncia. Mettere in discussione la scorta a una persona minacciata dalla criminalità organizzata è il contrario di quel che dovrebbe fare un ministro dell’Interno”. E di questo tono, via via, un fiume di lanci di agenzia, post e dirette su Fb, con Salvini gongolante a ringraziare gli amici per il “gentile omaggio”. Forse lui stesso non immaginava tanta grazia, prima costretto dall’alleanza con Berlusconi, poi quella con i “ragazzi” pentastellati, la possibilità di avere voce in capitolo su tutto con appena il 17% dei voti, proprio non se lo aspettava. Ma così va la vita. O almeno la politica italiana, mai uscita dalla prima Repubblica e che ancora conserva con orgoglio la più bella, ma “vecchia” Costituzione del mondo, salvata da un plebiscito popolare al  referendum del 4 dicembre 2016.

Senza opposizione, con un alleato che segue pedissequamente la linea, un presidente del Consiglio “testa di legno” per il leader leghista, ma a questo punto si può parlare dell’intero centrodestra, la strada è spianata, obiettivo elezioni europee  2019.  Una data che potrebbe essere fatale per il progetto  della federazione degli stati europei vagheggiata a Ventotene. Per la sinistra un tegola se incapace di mettersi di traverso. Ad esempio, come ha proposto da presidente dell’Ain (Associazione italiana nucleare) e presidente di Sviluppo Campania Spa, Umberto Minopoli che da tempo invoca la ‘nomina’ dell’ex ministro degli Interni Minniti a principale fustigatore delle estemporanee determinazione del suo successore al Viminale. “Sulle Ong la polemica di Salvini è sacrosanta – ha spiegato in un post su Fb –  E la iniziò Minniti. E, fossi il Pd, lo rivendicherei: il traffico di migranti, tra Ong e scafisti, deve finire. Le nazioni, che autorizzano e danno la loro bandiera alle Ong, devono farsi carico di due cose: le navi Ong siano veramente attrezzate per il soccorso ( non pretendere di esserlo e poi, una volte riempite di poveri esseri umani, ricattare l’Italia in nome del soccorso umanitario); i paesi che autorizzano la raccolta delle loro Ong si facciano carico della destinazione, nei loro paesi, dei migranti raccolti. Dire che questo è “fascismo” è una stupidaggine, una cosa contraria al senso comune della Nazione, un’ odiosa posizione antinazionale,  un favore indebito a Salvini. Faccio una proposta: sui migranti il Pd nomini un “ministro ombra”, Minniti. E faccia parlare solo lui. Che incalzi il governo. E senza propaganda controproducente”. Un appello, ovviamente, destinato a rimanere inascoltato. Il tempo volge al peggio, meglio munirsi di ombrello.

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