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Il ministro dell’Economia Tria a Bruxelles liquida il contratto di governo: non si farà quasi nulla di quanto promesso

Luigi Di Maio continua ad annunciare la “rivoluzione” in salsa pentastellata rinviando però di settimana in settimana l’avvio del reddito di cittadinanza, della riforma del job acts, della Fornero, dell’apertura del tavolo su l’Ilva di Taranto, la flax-tax, le pensioni d’oro. Insomma, chiacchiere. Intanto, l’unica voce autorevole dell’esecutivo giallo-blu, il ministro dell’Economia , Giovanni Tria, lavora sottotraccia, complice la poca attenzione dei media più propensi a seguire le sparate di Salvini  e Di Maio, ed è stato chiaro sia in sede nazionale che a Bruxelles nel spiegare come stanno le cose. Vale a dire che non si farà quasi nulla di quello promesso nel famoso “contratto” e che bisogna anzi proseguire sulla “via del risamento” e delle “riforme strutturali”.

di Peppe Papa

Dopo quattro mesi dalle elezioni gli italiani aspettano ancora un primo provvedimento a favore di chi è in difficoltà, del lavoro, della riduzione delle tasse e di tutto il resto del programma sbandierato in campagna elettorale dai due soci del governo, M5S e Lega. Così, mentre Matteo Salvini tiene alta l’attenzione su argomenti che non cambiano di una virgola la vita dei cittadini che si aspettavano ben altro, Luigi Di Maio continua ad annunciare la “rivoluzione” in salsa pentastellata rinviando però di settimana in settimana l’avvio del reddito di cittadinanza, della riforma del job acts, della Fornero, dell’apertura del tavolo su l’Ilva di Taranto, la flax-tax, le pensioni d’oro e via dicendo. Insomma, chiacchiere. Intanto, l’unica voce autorevole dell’esecutivo giallo-blu, il ministro dell’Economia , Giovanni Tria, lavora sottotraccia, complice la poca attenzione dei media più propensi a seguire le sparate di Salvini  e Di Maio, ed è stato chiaro sia in sede nazionale che a Bruxelles nel spiegare come stanno le cose.

Gli avvertimenti del Ministro

Vale a dire che non si farà quasi nulla di quello promesso nel famoso “contratto” e che bisogna anzi proseguire sulla “via del risamento” e delle “riforme strutturali”. Più o meno quello che diceva il suo predecessore, Pier Carlo Padoan. Al termine dell’Ecofin che ha seguito l’Eurogruppo di ieri sulla fine del piano per la Grecia, mollata finalmente dalla Troika, Tria è stato chiaro spiegando che “l’intenzione” del governo italiano “è cercare di rispettare l’impegno dello 0,3% di correzione del deficit annuo” e che “si stanno facendo dei calcoli che una piccola deviazione dall’impegno (già contrattata da Padoan) deriverebbe dal fatto che lo 0,3% dipende da un quadro macroeconomico favorevole. Naturalmente ora c’è un rallentamento in tutta Ue – ha aggiunto – ma nella sostanza le linee economiche non cambiano”. Poi ha lanciato un avvertimento ai due leader che lo hanno voluto a via XX Settembre ribadendo che “la questione della riduzione del deficit strutturale e del debito non risponde solo ai vincoli europei, ma a problemi che l’Italia deve affrontare nel proprio interesse considerando che è un’economia aperta, che si muove nei mercati finanziari e che il vero vincolo al nostro operato ha a che fare con loro”. E rispettare le regole “è un segnale positivo” che rafforza la fiducia “che dobbiamo avere sui mercati e alle prospettive di riduzione del debito”.

La realtà su cui fare i conti

Una sentenza, quella del professore, cui difficilmente Lega e 5Stelle potranno opporre argomenti altrettanto efficaci che non siano l’esigenza almeno di non perdere la faccia nei confronti di un elettorato che ha creduto in loro. Il “governo del cambiamento”, in pratica, è una patacca e che le cose da fare, magari con qualche piccola variazione sul tema, sono probabilmente quelle avviate in precedenza dal centrosinistra, a meno di non sprofondare nel baratro. Nello stesso momento Di Maio davanti alla platea di delegati all’assemblea della Uil continuava a farneticare di reddito di cittadinanza, precisando che i beneficiari dell’assegno dovranno “lavorare gratis otto ore a settimana per i sindaci del loro Comune di residenza”. Praticamente i ‘vecchi’ Lsu, glissando sul fatto che la manovra costa 19 miliardi per riformare i centri per l’impiego e introdurre il sostegno economico che non “possono essere trovati tutti nei fondi Ue in un solo anno”. Tria su questo, a qualche migliaio di chilometri di distanza, è stato lapidario ribadendo: “Per il 2018 i giochi sono fatti. Con Di Maio non sono mai entrato in questi dettagli, di sicuro occorre agire molto rapidamente con interventi di riforma strutturale che non hanno costi e tra questi il decollo degli investimenti pubblici”. Una spina nel fianco nel corpaccione del populismo italiano e il Ministro (chissà ancora per quanto) probabilmente lo sa, aspettandosi il peggio.

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