

di Peppe Papa
E’ andata, il Pd è arrivato al capolinea. Le amministrative ne hanno sancito il definitivo collasso, anche se i vertici provano a tamponare il senso di sconforto e disorientamento che pervade tutta la comunità dem, dalla testa ai piedi, riconoscendo sì la sconfitta, ma rassicurando tutti sulla possibilità di poter ripartire su “basi nuove”. A condizione, però che Matteo Renzi si “faccia da parte” e questa volta sul serio, magari vada a fare il conduttore televisivo, “basta che si tolga dai piedi”.
La messa in mora dell’ex premier è praticamente cosa fatta e andrà in scena, molto probabilmente, all’assemblea nazionale del 7 luglio prossimo venturo. Franceschini, Fassino, Veltroni, Gentiloni, insomma, la vecchia maggioranza, ha messo un punto e insieme al tenace leader della ‘sinistra’interna, Andrea Orlando chiede il congresso al più presto. Se così fosse, la kermesse servirebbe solo a sancire la data dell’assise plenaria da tenersi appena possibile dopo l’estate. Renzi da Londra ha fatto sapere che è pronto alla battaglia. “ Così non reggiamo – ha confessato ai suoi – la situazione non richiede compromessi, ma iniziativa”.
La Leopolda, fissata ad ottobre, potrebbe venire utile dopo, o anche prima di un congresso dedicato, come sembra, agli addii, una piattaforma ideale per far partire una nuova iniziativa politica capace di contrapporsi all’egemonia populista che, come un’onda anomala, sta attraversando l’Europa travolgendo le democrazie rappresentative e di cui l’Italia rappresenta attualmente la cresta più ‘spumeggiante’.
Visioni inconciliabili con il resto del partito che continua a pensare ad un centrosinistra rinnovato, ma inesorabilmente avvinghiato alle sue storiche parole d’ordine: solidarietà, lavoro e ascolto degli umili ispirato agli ideali del socialismo e della dottrina sociale cristiana. Come se il novecento non fosse ancora finito e sia ancora possibile descrivere un perimetro di riferimento politico capace di ribaltare lo ‘zietgeist’ di questo scorcio di millennio.
Fuori dal tempo, insomma, tuttavia decisi a dare battaglia ignorando gli inviti dei padri nobili del partito come Romano Prodi che ha suggerito di “andare oltre il Pd”. Resta da capire cosa ha in testa Matteo Renzi, al bivio se diventare un anchorman televisivo di successo, o proseguire la carriera di leader politico, lo statista capace di portare il proprio Paese fuori dalle sacche della post-modernità. Di certo non si adatterà a interpretare il capo di una corrente di minoranza e il suo ‘inner circle’ spinge perché prenda una decisione. Che poi sarebbe, salutare tutti e dare vita ad un nuovo soggetto politico liberal, riformista, europeista e transnazionalista aperto ai moderati impauriti dal grugno feroce di Salvini e fieri oppositori del sovranismo populista.
E’ chiaro che se dovesse passare lo schema Franceschini, di farsi garante della mano tesa alle forze politiche (tutte) appartenenti all’area del centrosinistra e alle formazioni della società civile, di cui renderà conto in una riunione dei big prevista nei prossimi giorni, Matteo dovrà uscire allo scoperto e decidere se rompere e uscire dal partito, oppure intestardirsi a tenersi il ‘brand’ con tutti gli impicci del caso. Nel frattempo Carlo Calenda si è portato avanti con il lavoro e ha presentato il manifesto del ‘Fronte repubblicano’ incentrato su cinque idee base: tenere in sicurezza l’Italia; proteggere gli sconfitti; investire nelle trasformazioni; proteggere l’interesse nazionale nell’Ue e nel mondo; conoscere. Matteo batti un colpo!