

Cara Lucia,
Non so quando leggerai questa email, ciò che so è che saprai dalle mie parole, dal mio acuto cosa è accaduto, quali sono gli avvenimenti che hanno portato alla morte della mia sposa, della tua amica che così tanto ti somigliava, da sembrare sorelle.
Devo dirti con franchezza, ciò che mi ha sempre affascinato di te, di mia moglie: sparire dai radar, il divenire invisibile quando non ce la si fa più, in queste giornate mi è stato insopportabile.
Ho sentito e sento la tua mancanza. Non è un fatto razionale, non lo è affatto. Ti vorrei, ora, qui. Chiamami. Appena hai ripreso a vivere, fallo. Con te mi esprimo liberamente, senza inibizioni, senza quella durezza della compostezza che spesso mi avvelena lo stomaco. Solo a te posso chiedere: amica, guardati in giro e dimmi cosa vedi.
Quando durerà questa volta? Conosco la risposta: tutto il tempo necessario per resettare ciò che mi fa stare male. Per poi aggiungere: ciò che non voglio è la commiserazione degli altri, di quei figli di puttana che fingono vicinanza, condivisione di facciata, riempiono d’acqua gli occhi e si frappongono tra me e i miei silenzi.
Tutto il tempo necessario per non mostrarti piegata, vinta dalle controversie.
Non sarai mai come ti vogliono loro. Sei testarda come una mula, e come le mula hai ragione tu.
Anch’io mi sono isolato, ho chiesto protezione alla mia famiglia ed ho cancellato dalla lavagna gli appunti e il lavoro non mi è parso una ragione sufficientemente valida per rinunciare al pianto alba dopo alba e tramonto dopo tramonto.
E’ stato bellissimo. E’ stata una grazia. Si, amica mia carissima, abbiamo vissuto da famiglia fino all’ultimo secondo disponibile, prima che una mezza fiala di morfina e un sedativo l’hanno accompagnata nel suo breve coma, in uno di quei paralleli che noi chiamavamo vita nuova.
Non riesco ad immaginare in che mondo è. Ma penso, in ogni caso, che lì c’è Dio. Che lì dove c’è la vita, c’è il Grande Regista e ci sono gli essere viventi con il libero arbitrio e con la creatività. E c’è il racconto che è il dna di ogni vissuto, ovunque si sta, qualunque sia l’esperienza, in ogni singolo granello di sabbia. Ha avuto paura? Si, l’ha avuta. Ha avuto paura. Non di morire, del dolore della morte, del suo essere punto e fine della storia. Ha avuto paura del suo divenire Assenza.
Ho bisogno di te. Ne ho bisogno in questa giornata che non conosco, nella quale tu hai aperto la posta. Chiama, perché tu e non altri sei l’Amica. A te ho confidato ogni segreto intimo, ogni frequentazione pericolosa, ogni inquietudine dell’anima. E ad ogni nostro incontro, non ho mai mancato di parlarti del mio Amore intenso, resistente al logorio degli anni, ingannato dal miraggio del futuro che ci sembrava un tempo infinito d’innanzi a noi ed invece non è stato così, perché, come la si gira e la si volta, niente è così come appare nelle nostre prospettive. La vita va fino a quando ha gambe per camminare. Cedute quelle, ci si ferma e ciò che è stato, è stato.
Sono solo dietro le tende chiuse, a pensare alla felicità perduta che mi teneva lontano dalle tentazioni e mi faceva tornare la sera, a casa, e dormire con lei.
Fu un colpo di fulmine. Come capita a quasi tutti i protagonisti del tuo libro. Arriva e ti folgora, d’un tratto. Così ho letto. Così la forza del presagio si è impadronita di me ed ogni storia, ogni avvenimento, ciò che appariva come una casualità ha preso sempre più nitidamente il profilo del destino.
A te posso, posso raccontare come è nato il nostro amore. Posso, perché tu l’hai portata da me quel pomeriggio che hai bussato alla mia porta e hai cambiato la mia vita.
Avevo ventiquattro anni. E lei, che sarebbe divenuta la mia donna, ne aveva ventisei.
I suoi occhi neri, profondissimi, messi in rilievo da un trucco eccessivo s’impadronirono dei miei. Era febbraio, era il 1986 e sui tetti di Metrofavela batteva il sole del pomeriggio.
Ed era uno spettacolo stupefacente per la città del sangue al quale era impossibile resistere.
Batteva il sole sui tetti e il silenzio era rotto dalle voce dei bambini che si chiamavano per nome dalla strada e da balcone a balcone per consumare tutto il tempo inseguendo il gioco.
Batteva il sole ed io ero sotto l’effetto dell’lsd, chiuso da ore dentro il cesso a pulire macchie sulle mattonelle che mai avrei notato senza quella percezione chimica che mi faceva vedere ogni minima macchia.
Ci prendeva uguale, lsd/cartoni animati/macchie da cancellare.
Tu avevi appena conosciuto Dario e ti eri persa in lui.
Antonella restò con me quella notte e quando s’addormentò i suoi lunghi capelli ricci e neri corvino gli nascosero parte del viso e il suo corpo morbido, adagiato di schiena sul letto emanava un erotismo irresistibile.
Si svegliò riposata e con i ricci tutti intrecciati. “ Buongiorno “, disse. “ Che freddo che fa. Vieni vicino a me, abbracciami “.
Ed io m’infilai sotto la coperta e il suo corpo era caldo e nudo e la baciai per un tempo lunghissimo, e lei non si ritrasse, si lasciò andare a quell’emozione così totalizzante, che fece sparire tutto intorno a noi. Dopo quel bacio, non ci saremmo più lasciati tentare da altre labbra anche se l’avremmo baciate.
Che botta di culo ho avuto nell’incontrarla, mi ha riempito la vita e adesso è divenuta Assenza.
Non te l’ho mai detto amica mia carissima: grazie. Grazie. Quel pomeriggio hai portato nella mia vita la felicità, il cammino sul filo di lama, l’assieme che ora è separato.
Antonella è morta, il 13 dicembre 2017. Il suo calvario è durato sei mesi. Ha portato la croce senza rimpianti, senza lasciare storie in sospeso. Sarà per questo che non riesco a sognarla. Almeno così sostiene la mia mamma, una roccia in mezzo alle tempeste. Che Dio ce la conceda ancora a lungo. E’ incredibile la forza della sua pratica filosofia: chest’è a vita, guagliò.
Mi ha sussurrato: sono stata felice.
Con me, lo è stata con me.
Non disperarti, non farlo. C’è una ragione, c’è un perché nella morte. Anche se non riusciamo a capire quale fino a quando noi stessi non muteremo la presenza in assenza.
Doveva andare così, dovevi leggerla ora, in questo giorno a me sconosciuto.
Sono annientato dal dolore ed ho capito la differenza che c’è tra l’essere solo e l’essere in solitudine.
L’essere solo è una condizione, la solitudine è una scelta. A volte dovuta… bla bla bla… parole vuote di senso che spesso servono unicamente a giustificare il mal di vivere, a diradare quella nebbia dentro di noi che ci nega il piacere della compagnia.
Lei è divenuta Assenza, la mia. E tu, con la tua opera, con il tuo romanzo o che diavolo è, sei stata il presagio.
Nel libro, all’Assenza, al babbo, hai dato un nome. E l’hai condiviso con me, senza volerlo, hai fatto si che mi seguisse come un ombra per tutto il calvario.
Dario sa, è venuto, si è disperato con me. E’ stato lui ha dirmi della tua particolare condizione, del tuo isolamento, della tua volontà di estraneazione. Situazione che conosco. Ne abbiamo discusso per un po’ di questo tuo meccanismo interiore, quasi un salva vita che scatta quando i nervi stanno per cedere all’impatto con il dolore. Ed ho condiviso con lui ch’era meglio non disturbare il tuo sonno riparatore, il tuo non far niente sdraiata sul divano, la tua distanza dagli avvenimenti e lasciarti nell’incoscienza degli psicofarmaci.
Non te l’ho nascosto, ti avrei voluta vicino. Ma non è stato ancora identificato il segnale che indica il passaggio dallo stato di coscienza allo stato di incoscienza. Emerge nell’attività cerebrale e non sono fra loro sincronizzate e non riescono a comunicare. Anche per Antonella era lo stesso, quando lo stress superava il limite c’era posto solo per l’alcol e per me. Come fai tu, urlava senza gridare: – Fuori tutti dalla mia vita, ho da risolvere un problema. Sono pazza, pazza! E non voglio vedere nessuno, non voglio parlare con nessuno – .
Pazze, due pazze. Due meravigliose creature che hanno avuto in dono di riempire di significato la vita degli altri senza nemmeno rendersene conto. Con una differenza, una di quella che segna: tu hai una famiglia d’origine che ti ha amato e ti ama infinitamente, lei no. Antonella portava dentro di sé questo dolore che spesso la spingeva verso la deriva personale. Me ne parlò quasi subito, eravamo rilassati, con il sole in faccia a passeggiare sul lungomare incontrando, ogni tanto, qualche squilibrato, ai nostri occhi, che faceva jogging con quel freddo vento gelido che soffiava in faccia. “ … per loro sono la pecora nera, che porta sulla mala strada mio fratello più piccolo, l’unico figlio maschio, la luce degli occhi di mia madre “.
Aveva, uso l’imperfetto, cos’altro potrei usare? Anche tre sorelle più grandi. No, non è morta nessuno di loro. E’ lei che non c’è più. Aveva perduto i suoi vecchi genitori uno dietro l’altro, nel giro di un anno. Ma la lama madre non è mai uscita dalla sua carne, è sempre restata conficcata lì. Così come dentro di lei restò l’amore non corrisposto per quel padre che non aveva voluto lasciarla andare via da sola con me, perché il brav’uomo era indifferente agli affetti, misurava tutto con il denaro e le comprò la casa, la nostra casa, senza mai donargliela per davvero.
Dario mi ha detto che i tuoi figli hanno imparato a proteggerti. Che ti amano così come sei, con la stessa dedizione sia, quasi sempre, diffondi speranza ed entusiasmo. Sia quando l’interruttore si spegne, ogni tanto, e oscura la vita.
Anche i miei due figli mi stanno proteggendo. Li amo infinitamente. Si stanno dimostrando molto determinati a dare senso al nostro motto di famiglia: andare avanti, qualsiasi cosa accada mai perdere la direzione. Antonella ne è felice, sono sicuro di questo. Glielo abbiamo insegnato noi ai ragazzi a non aver paura di affrontare la vita per quello che è, perché tutto ha un inizio e tutto ha una fine..
Ma adesso, che hai riaperto gli occhi sul mondo, non puoi non sapere che da me cosa è accaduto e come d’un tratto una mano misteriosa ha messo il punto ad una storia che pensavamo ancora tutta da scrivere.
Tutto è cominciato con una caduta in servizio, non un inciampo, un mancamento. A cui sono seguiti degli accertamenti clinici e una diagnosi terribile: tumore alla testa e alla coda del pancreas e metastasi al fegato di quarto stadio. Due mesi di vita. Ne ha vissuto sei e i medici ancora mi chiedono come abbia fatto.
Ero a lavoro quando cadde. Ero al lavoro quando il medico mi chiamò per invitarmi a raggiungere immediatamente Antonella nel suo studio. Ero in quel posto fatto d’invidie, privilegi e miserie umane quando ho sentito la terra tremare sotto i piedi e il viaggio in metropolitana dalla Favela di Mergellina a quella di Gianturco è stato uno sprofondare spedito verso l’ignoto.
Lei l’ha saputo, ed era sola. Ha guardato il bastardo nel video. Ha capito ed ha aspettato che io arrivassi per sciogliersi in lacrime e sussurrarmi: “ combatterò, però che peccato. “
Chiama, fallo come prima cosa, ora, smetti di leggere e chiama. Fallo prima di inoltrarti nella fiumana umana. Credo che non aspetterò per molto. Non penso che resisterò ancora a lungo, devo buttare fuori la rabbia e tu, tu sola puoi aiutarmi. Se verrò da te, lo so che non mi risponderai. E i tuoi vicini mi diranno: non possiamo escludere che è sia in casa.
Mi metterò ad urlare dalla strada il tuo nome e farò affacciare alle finestre e ai balconi tutto il caseggiato lindo e pinto che dalla Favela dei Colli Aminei non si allontana mai, se non per necessità, perché quell’immobilità del paesaggio che a Metrofavela si respira sulle rampe e sulle discese a mare dà sicurezza.
Ai Colli Aminei c’è tranquillità. Puoi stare per i cazzi tuoi. Questo sostieni.
In tanti mi hanno chiesto di te. A tutti ho risposto: sta male. E dalle loro risposte ho capito quanto sei amata e quanta gelosia susciti tra quelli che s’intromettono senza ritegno nella tua vita per stremarla con le loro dicerie.
Ho ascoltato su di te storie stranianti. Dicono che sei una fuori di testa, annientata dalla depressione.
Non sanno cosa dicono, non sanno cos’è un dolore lancinante. Cosa significa elaborare il lutto. Quanta fatica c’è nella ricerca di dare un senso all’Assenza. Di cui parlammo mentre facevamo la veglia al tuo babbo. Un senso che adesso sto cercando anch’io. Antonella, l’amore della mia vita, che non ho amato abbastanza, è morta.
Sono vinto dalla stanchezza, tormentato dai pensieri, prossimo ad una vita senza più lei.
Antonella adesso dorme di birulimina, più piccola e più ossa.
No, non ce l’ho con Dio.
E non la smetterò di dire che noi siamo i sopravvissuti della nostra generazione. Così come non smetterò di dire che noi viviamo ora, qui.
E ciò che sta dietro di noi è il cammino che abbiamo fatto. Noi siamo le nostre fermate. Noi siamo le discese con i carruocioli e le salite con il bastone. Noi siamo la libertà.
Non capivamo bene cosa significasse, ma decidemmo di prenderne quanto più possibile e finimmo fuori controllo: dal nulla al tutto. E bicchiere dopo bicchiere, stupefacente dopo stupefacente, rock dopo rock, scopate dopo scopate siamo arrivati fin qui acciaccati, ammalati, terminali e disperatamente felici di aver ecceduto .
E’ vero, i nostri viaggi sono stati fatti dentro di noi pensando di essere altrove. Ma sono stati viaggi entusiasmanti, rivelatori. Ci hanno fatto capire cos’è un illusione.
Dovremmo dirci le cose come stanno. Dovremmo farlo senza nascondere niente di ciò che abbiamo vissuto nella tempesta di una società che ci ha accolto con il benessere dell’effimero. Dobbiamo confessare che siamo innocenti e che da innocenti siamo finiti fuori dal contesto.
Noi siamo l’ultima generazione nata dalla guerra e la prima che ha generato dopo la guerra, quando di essa non c’era più traccia dentro i nostri confini. Siamo quelli del sessanta che nell’ottanta avevano venti anni. E se oggi la realtà si è fatta dura, presenta il conto, non abbiamo risorse sufficiente per saldare i debiti. No, non è una questione di soldi, quelli si trovano, alla fine si trovano sempre. E’ tutta un’altra storia, è quella di un fallimento, di ciò che abbiamo lasciato in eredità per correre dietro al piacere e si chiama corruzione materiale e morale e si manifesta come carne viva dell’ingiustizia, con la sopraffazione dell’uomo sull’uomo. E ci domanda: cosa hai fatto tu? Niente, non abbiamo fatto niente, canne a go go, quelle si, è giù risate che adesso si mostrano senza più riso. Niente per impedire che si formasse una società abitata da solitudini disposte a commettere qualsiasi crimine pur di guadagnare l’illusione di essere, per un nano secondo, un number one.
La verità rende liberi ed io devo liberarmi delle mie ingenuità, causa di tutte le mie disgrazie. Germe di ogni dolore di Antonella. Aveva ragione mia nonna Caterina quando mi diceva: “ sei l’uomo delle cause perse “.
Me lo disse per la prima volta dopo aver ascoltato le idee che avevo maturato sulla libertà, sulla partecipazione, sulla democrazia. E non ha mai smesso di ripetermelo ogni qual volta il fuoco dell’irrealtà bruciava le mie energie vitali fino ad incenerirle.
Ed aveva ragione mio padre, quando sbottava: “ che stupido, che stupido che sei a fidarti così tanto degli altri, di tutti, senza difese, senza selezione “.
E’ andata così, il novecento non ha risparmiato nessuna generazione. E’ la mia opinione: è stato un secolo che non ha lasciato scampo: ha illuso e poi deluso. Ha lasciato che credessimo che la libertà e la democrazia fossero la panacea al male della distruzione delle Nazioni. Ed invece, eccoli, sempre gli stessi, tornati grassi d’opulenza, al comando, pazzi di sé e delle proprie prestazioni.
Sintetizzo: sotto i nostri occhi di bambini erano ancora visibili le ferite del secondo conflitto mondiale, sotto i nostri occhi di ragazzi sono passate come stelle cadenti gli abbagli dei nostri padri e delle nostre madri, sotto i nostri occhi contemporanei di over cinquanta c’è un guazzabuglio di comportamenti disagiati, di paure disarmanti, di fragilità psicologiche, di mancanza di futuro che mettono i brividi.
Proprio sul finire della storia, mentre Antonella viveva per morire, mi è capitato di fare conoscenza con l’undicesima orchestra.
Era sempre stata lì, al suo posto, nascosta nel mio cervello dalle altre dieci orchestre strumentali che da sole o in coppia o in trio o tutte assieme vibrano le corde, i fiati e le percussioni al ritmo incalzante delle mie allucinanti giornate.
Non aveva mai suonato una sola nota, l’undicesima orchestra. Se n’era stata muta ad attendere il suo momento per scalzare tutte le altre d’un tratto. Senza alcun preavviso, procurandomi un’emicrania aggressiva. Mettendosi a suonare con fragore, sconvolgendo l’equilibrio faticosamente ritrovato di un cinquantacinquenne ancora alla ricerca di se stesso.
Tutto è cominciato con una caduta, un giramento di testa e giù per terra. Nulla di rotto, nessuna escoriazione, un solo lamento. Colpa del marciapiede sconnesso. Una fesseria. Una di quelle che ti fa pensare: è andata bene. Ed invece, erano le ossa che non reggevano più il peso del corpo. Era l’annuncio della sinfonia dell’Assenza che prendeva il sopravento su tutte le altre, riducendole a poco o niente.
Ciao. Maurizio.
333 8093675600. Squilla.
“ Lucia… “.
“ Si, sono io … “.