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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: le prime venti puntate

 

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la prime venti puntate del suo:

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”

 

“Due cose che entrano in contatto diretto

quali che siano, due parole, o segni

che si accoppiano e basta, sono impure.

La  loro promiscuità è quella del cadavere

con la Terra, degli escrementi tra loro.

Ci vuole della discriminazione, altrimenti

l’universo diventa miserabile, e di una

violenza perfettamente inutile, quello

della confusione”

Jean Baudrillard

 

 

 

DIARIO DI UN REAZIONARIO

 

Reazionario = agg. s.m. Riferito a chi

svolge un’attività complessa perché

sollecitato da molteplici stimoli a rispondere

in maniera caotica – non necessariamente

violenta – alle provocazioni sistematiche

di una génia di imbecilli.

Il reazionario è recuperabile a patto che

si dimostrino le origini dei suoi, presunti, disturbi 

 

 

27 maggio

Li osservo spontaneamente, a volte per costrizione, sempre. Non riesco a comprenderli, a giustificare le loro abitudini primitive che li accomuna ad animali tenuti in cattività. Come componenti di un nucleo tribale trasmettono i pochi, ma essenziali rudimenti della loro cultura a figli e nipoti, ignorando e quasi disprezzando chi non appartiene al clan. Temprati da un’educazione spartana, resi aggressivi da percosse e ingiurie elargite senza badare al risparmio, i bambini ben presto acquisiscono lo scarno ma inequivocabile vocabolario dei loro genitori: minacciare prima dell’offesa, in via preventiva. E’ solo così che possono ottenere rispetto e camminare a testa alta con la sicumera degli intoccabili. Il territorio – la conquista dello spazio vitale – è un altro simbolo del controllo sui propri simili, su quelli che, lontani da qualsiasi logica di sopraffazione, sono guardati con ostilità. Preferiscono vivere in miseri terranei –arredati con mobilia costata sacrifici truffaldini – piuttosto che fittare o comprare un appartamento fuori quartiere. Cultori della trasgressione, con qualche giorno di lavoro, costruiscono il loro piccolo balconcino abusivo intorno la porta del “basso”. Con sedie e stenditoi si riservano il parcheggio dell’autovettura a pochi metri dalla propria abitazione. Questo è, al di là di ogni edulcorata immagine folcloristica, il popolo dei vicoli. Un campionario umano che mi dà il voltastomaco.

 

30 maggio

Sono in una incomprensibile fase iperattiva. Corrono come dei dannati sui loro motorini. Non sono diretti in nessun posto, però si divertono così, della non tanto remota possibilità di metter sotto qualcuno. Si sentono onnipotenti, capaci dei qualsiasi clamorosa bravata, questi bastardi. Io li conosco. In passato, nel corso di interminabili discussioni, mi veniva detto – con appropriati libri alla mano – che chi nasce nell’indigenza è innocente, non ha colpa. E’ il sistema, è la società malata che contagia i suoi figli. Quante volte sono intervenuto, forte delle mie letture coatte sull’argomento, per sostenere le recondite aspirazioni di una comunità in rivolta, di una classe di diseredati. Da questo assunto, in cui ho creduto per qualche tempo, si è definito il mio destino. Un percorso in discesa, sempre più giù.

 

31 maggio

Non posso lamentarmi, tutto sommato. Ho capito chi ho veramente di fronte, chi sono i miei nemici. Gente da poco, delinquenti comuni. L’unico problema è che sono venuto ad abitare nel loro quartiere. Mi sento osservato: sono certo che si illudono di sapere tutto sul mio conto. Per fortuna, sin dal primo momento – questi rifiuti umani – li ho condotti fuori strada. Mi sono inventato un lavoro mentre sono un disoccupato, da sempre. Ho creato una famiglia dal nulla, ho forgiato un individuo medio che non li induca ad invidiarmi: un professore di matematica. A che tipo di ritorsione può spingere la mia falsa occupazione? Per questo gregge di analfabeti, sicuramente nessuna. Eppure debbo vigilare, stare attento a non ritrovarmeli in casa. Immagino già la scena: un Pasquale qualsiasi che tenta di stabilire un contatto con me. Mentre sorseggia il caffè cerca di disorientarmi con i suoi anelli rozzamente infilati alle sue rozze dita. Figurarsi se mi impressiono.

 

3 giugno

Si compiace nel definirsi un ragazzo sfortunato, a 44 anni, perseguitato dopo la morte dei genitori, da una sorte avversa. Ha perso il proprio impiego al Comune – un incallito assenteista – ed ora vive in un buco senza energia elettrica. Indossa, sempre, un jeans e una maglietta nera. Ricorda con nostalgia i “bei tempi” quando, in compagnia di qualche balordo come lui, era in prima linea a protestare. Cosa, non si sa. Oggi è un saggio/mortodifame che sentenzia, pontifica e condanna. Nel frattempo fa l’accattone, racimolando quel poco che gli occorre per vivere. E non è molto: il fitto non lo paga, l’acqua neanche a parlarne. Ha bisogno di mangiare e di comprare qualche candela per la notte. Ed è proprio a notte fonda che la sua voce diventa una persecuzione. Non mi lascia dormire. Parla, farnetica, mi fa saltare i nervi. Poi, il giorno successivo, non si sveglia prima di mezzogiorno. Ciro è un divertimento gratuito per la gente del posto che fa finta di prenderlo sul serio. Però se, come un ladro, qualcuno gli imbianca – per scherzare, naturalmente – la misera porta d’ingresso o cerca di forzare il catenaccio che la chiude, gli indigeni diventano indifferenti per poi ridivertirsi l’indomani alle reazioni impotenti della vittima.

 

8 giugno

Jessica, Rudy, Pamela. Ecco il massimo che delle menti contorte possono partorire per bollare la propria discendenza. Non riescono a distinguersi nei fatti, si ostinano nella ricerca della forma: nomi astrusi per indicare soggetti altrettanto curiosi. E con quei nomi hanno il coraggio di portarli in giro, presentarli, iscriverli a scuola, esponendoli alle beffe dei loro coetanei. Se ci penso mi viene da ridere. Bisogna ascoltarli: “Rudy, siedi in macchina; Jessica prendimi la borsa”. Il tutto gridato, in modo da comunicare che loro sono degli innovatori, dei trasgressori che hanno rotto con le barbare tradizioni partenopee. Niente più Concetta, Carmela, Assunta, Ciro, Salvatore, Nunzio, Mario. Voltiamo pagina, Jessica e Rudy per tutti.

 

10 giugno

Continuo a comprare quotidiani ma, leggendo, non riesco a capirci più niente. Mi sforzo, parto dai grossi titoli, poi lentamente cerco di decifrare lettere e parole nell’ampia pagina. Comunque, in questo momento, ho altro a cui pensare. Ad esempio, a questi bambini così rumorosi che strillano anche per il gioco più banale: sono isterici. Di sera tardano ad addormentarsi lanciando delle urla disumane, come se li stessero sgozzando. Sono grida che mi lasciano sgomento, che mi impressionano. Non so cosa succede nei trenta metri quadrati del basso che condividono con i loro familiari. Potrebbero anche torturarli, non lo saprei mai. Alla luce del giorno si muovono nervosamente, per un nonnulla diventano violenti, picchiano i loro amichetti. Da adolescenti cominciano a rubare. Da adulti, ammazzano. Ma dove sono venuto a cacciarmi….

 

14 giugno

Quattro giorni inchiodato al letto. E’ bastata una leggera, fastidiosa influenza a rendermi incapace di pensare. Dormivo o guardavo il soffitto, non riuscivo ad allungare il braccio per prendere il libro che avevo appoggiato sul comodino. Un bel tomo intonso comprato un anno fa quando ancora, sulla scia di un passato ormai dimenticato, mi erudivo, mi dilettavo a trovare le chiavi interpretative più complicate per capire i miei simili, le loro artificiose architetture esistenziali, il sistema complesso delle loro relazioni sociali.

 

24 giugno

Guardo la tv con occhio eccessivamente attento e mi distraggo. Dirigo lo sguardo altrove, nel cortile di casa mia dove piccioni incontinenti si divertono a sporcare con le loro sozze feci qualunque indumento mi azzardi ad esporre. Mi è capitato, in attimi di comprensibile regressione infantile, di colpirli con coppetti lanciati con una rudimentale cerbottana. Hanno reagito con il loro classico sistema, evitandoli. Dannate bestie, sono immortali.

 

28 luglio

Un senso di spossatezza, vertigini, un tremore incontrollabile alle gambe che mi costringe a disinserire la marcia. Sono questi i sintomi che sperimento sul mio già provato equilibrio psicofisico ogni qualvolta vedo rosso. Quello del semaforo. C’è un incrocio, in particolare, che mi provoca questi disturbi. I paraplegici, quelli che con movimenti dissociati si aggrappano al volante e con la mano libera strombazzano, innalzando il livello di decibel tollerati, con imprecazioni sconnesse, sono la pura e semplice affermazione del caos primigenio, ovvero, l’incarnazione dell’irrazionale. Mi inganno, faccio finta di non sentirli, ma nel frattempo mi organizzo pronto a lanciarmi nella mischia non appena scatta il verde.

 

2 agosto

Tento, mutando espressione, caricando nell’enfasi, abbandonandomi ad una non richiesta ridondanza, di spiegare le mie ragioni: io, in realtà, non odio nessuno. La mia è, piuttosto, una forma di insofferenza a cui non c’è cura. Della sua inesorabilità ne ho fatto le spese. Non riesco a comunicare con anima viva. O meglio, quello che c’è di vivo in un’anima lo fagocito e poi, con la stessa indifferenza, lo espello. E’ una condanna a cui mi sono rassegnato. Prendiamo Tonino: sorriso beffardo, battuta pronta, di un’idiozia senza fine. Non lo biasimo, sarebbe crudele. Lo studio, cerco di penetrare nelle sue distorte visioni del mondo. E’ inutile, è un coglione. Insiste nell’esprimere ciò che da sempre conosco, illustrandomi nei minimi particolari dettagli insignificanti. Potrei fargli del male? Forse sì.

 

8 agosto

Occorre un silenzio post atomico per cominciare a riflettere. Un’oscurità mortale per dare moto ai miei ingranaggi che si inceppano sempre più di frequente. E’ la notte il mio ambiente naturale, l’assenza di movimento la mia gratificazione. Dormono. La Natura così vuole.  Questo è quanto sostengono gli impotenti intellettualoidi del nostro secolo. Me ne frego di queste teorie. Sono false. Continuo a sentire voci: “Mamma, mammina….”. “A nonna, eahh, uhh”. Non la smettono, mai. Come porre fine al loro inutile chiacchiericcio, bambini compresi? Tento, inane, di stabilirlo mentre anche per me sopraggiunge una stanchezza liberatoria.

 

11 agosto

Qualcuno ha sputato. L’ho sentito, brutto porco. Non è che mi interessi la pulizia del suolo pubblico. Per quanto mi riguarda potrei galleggiare anche nell’indifferenza…. In verità,  a galleggiare ci metterei quello stronzo che – proprio in questo momento – ha lanciato il sacchetto dell’immondizia dal secondo o dal terzo piano.

 

 

 

12 agosto

La mia bontà stenta a trovare dei limiti: cerca confini, baratri in cui abbandonarsi. E’ inutile, sono un fallito.

 

13 agosto

Sento delle voci, amici che rientrano da una serata mondana trascorsa all’insegna di un immaginario divertimento. Discutono amabilmente del nulla, frivoli fino all’inverosimile. Questi oggetti non identificati non servono a riequilibrare l’ecosistema. Il mio ecosistema. Mi provocano scompensi maggiori di quelli che nascono da questo maledetto bambino che continua a frignare mentre la mamma (mamma?) lo redarguisce con un imperativo categorico di cui il pargolo non coglie il senso: “Statte zitto, munnezza!”

 

14 agosto

Mi debbo calmare.

 

15 agosto

Accadono cose strane nella mia testa. Pensieri non richiesti, monologhi improvvisati, interi discorsi contribuiscono a perpetuare il disordine che alberga in una psiche corrotta dall’usura. Non ce la faccio a controllarmi. Mi piace farmi del male. Sono talmente abituato al consenso che mi autotributo, da non riuscire più ad accettare il contraddittorio. Se in qualche momento di debolezza abbozzo lo schema di un’improbabile reazione – di un altrettanto fittizio interlocutore – sono capace di distruggere in pochi minuti (seguendo la mia inconfutabile logica) ogni accenno di dissenso.

 

16 agosto

Trasmigrano da un basso all’altro. Li osservo dall’alto, come un dio buono – permissivo all’eccesso – con le sue creature. Eppure anche un creatore può stancarsi, di colpo, dei suoi manufatti. Il problema è che queste anime vaganti si spostano per socializzare, per scambiarsi qualche pettegolezzo dell’ultima ora e bearsi nella convinzione di aver utilizzato la propria giornata in maniera produttiva. Sì, lo confermo, sono delle piattole.

 

20 agosto

Quale odio più motivato di quello che si nutre verso gli accattoni? Non è più sufficiente la moneta, arroventata di proposito. Sarebbe necessaria una tagliola che bloccasse il loro malsano gesto. La postura è intollerabile: mano concava ed occhio annacquato. Hanno imparato bene la parte. Non mi fregano. Non c’è ingiuria che li mortifichi. Per offenderli basta imitarli. Anch’io allungo la mano, illanguidisco lo sguardo e mi attiro gli improperi del mendicante di turno. Che soddisfazione!

25 agosto

E’ un circolo vizioso: senza desiderio non c’è felicità. E poiché il mio stato normale somiglia a quello del giocoliere impegnato a non far cadere palle e birilli, mi ritrovo sempre in bilico, vicino e contro la depressione. Vivo, di rado, un’euforia solo fisica, fatta di piccole tensioni. Per rilassarmi devo imporre la mia presenza e la mia volontà a quanti mi circondano. Peccato che nessuno se ne accorga.

 

26 agosto

L’ho fissato per alcuni minuti, il tempo necessario per farlo scomparire dalla mia visuale. In un primo momento il suo volto è diventato deforme poi, come in una nebbia, si è dileguato. E’ stato allora che ho sperimentato l’oblio, l’insensato, l’annullamento percettivo. Guardarmi allo specchio mi fa sempre questo effetto. Sugli altri però, e lo constato con rammarico. Questa tecnica non funziona. Non vogliono assolutamente sparire, né tantomeno sono disposti a farsi da parte. Vogliono che all’inesistenza sia condannato solo io.

 

1 settembre

Ho sempre creduto nel libero scambio dei punti di vista, nel dialogo costruttivo, nel riconoscimento dell’Altro. Insomma sono convinto che gli individui debbano comunicare. Ma cazzo, lo facessero tra di loro…. Sono al di sopra e al di fuori. Non mi piace il contatto, soprattutto quello quotidiano con quanti incrociandomi – in un bus affollato – sentono il bisogno di sfiorarmi, urtarmi, spintonarmi. Con aria innocente si scusano, mortificati per avermi sgomitato. Oppure quando maldestramente, mettendo un piede in fallo, ghermiscono qualsiasi appiglio gli si trovi davanti. Anche quando volutamente cerco di scansarmi per non imbattermi in questi squilibrati, scattano repentinamente e mi afferrano un braccio, una spalla, la maglietta e tirano un sospiro di sollievo. “Che bello, non sono caduto”, pensano. E il loro cuore gioisce per aver evitato il contatto con il suolo, felici di averlo stabilito con me. Non sono curiosi di sapere quale effetto produca l’impatto con la Terra, la stessa che li ha generati: temono di farsi male. Un punto d’appoggio, uno qualsiasi, li rassicura.

 

3 settembre

Caro Gianni, poiché la tua principale occupazione sembra essere quella di screditarmi per affermare la tua personalità, in realtà debole e inconsistente, vorrei spingerti verso una semplice riflessione. Le opinioni che pubblicizzi impudicamente in giro sono quanto di più fragile abbiano potuto creare i residui del tuo intelletto, ormai logorato da circonvoluzioni che hanno distrutto il tuo senso critico. Sei un piccolo pettegolo dispettoso, contento quando i pettegoli tuoi pari vaneggiano. Al solo pensiero di mostrarti, per apparire, perdi la testa. E parli a vuoto. Ho voluto scriverti queste poche righe per evitare, nello sfortunato caso mi capitasse di rivedere la tua brutta faccia, di causarti qualche danno permanente. Perché – è bene che tu lo sappia – in qualsiasi momento avrò occasione di incontrarti, troverò il modo di procurarmi un qualsiasi corpo contundente per dimostrarti che i dolori fisici procurano sofferenze analoghe, e a volte superiori, a quelle dello spirito.

 

5 settembre

Mentalizzare. Io ho mentalizzato. Così, senza pudore, con molta disinvoltura, questa donnina ha cercato di esprimere una miriade di concetti utilizzando un solo verbo. E’ questo ciò che mi disorienta: l’affezionarsi ad una parola nel tentativo di sintetizzare un’esperienza complessa che, in fondo, rimane sempre oscura. Eppure lei insiste. Non ho potuto interromperla. Se lo avessi fatto mi sarei sentito fuori luogo, un essere spregevole che improvvisamente mette in discussione un ordine del mondo, una sistemazione che – a fatica, forse – è costata anni di sacrificio. Mentalizzare, è inutile perdere tempo, non significa assolutamente nulla. Forse, volendo impegnarmi in uno sforzo interpretativo, ci potrei anche arrivare. Sprecherei però parte della mia esistenza che, anche senza la presenza di un tale quesito, è già di per sé sufficientemente ingarbugliata.

 

6 settembre

Ogni volta mi tocca ripetere la stessa storia. Parlare con qualcuno, condividere quella che chiamano esperienza, è un lavoro snervante. Recitare meccanicamente, stupire con il più pedantesco dei racconti la vittima predestinata, è il passatempo coatto a cui mi spinge la mia natura morbosa. E così mentre snocciolo il frutto degli accadimenti, l’amico occasionale gioca di rimessa e prova a mischiare e a confondere la sua vita con la mia. ”E’ vero anch’io mi sono trovato a dover….”. Ma come è possibile? Mi vanto di essere unico, irripetibile ed ecco che un tale, un maniaco non c’è dubbio, si perde in un mare di illazioni. Non è sufficiente essere razionali, bisogna ancorarsi alla precisione scientifica: io non sono te, tu non sei me. Congruenza, identità sono concetti approssimativi, manifestazioni patologiche del gregarismo (altro termine con il quale si indica il principio di realtà). Condividere, compatire, compenetrare, compiangere, concreare, condirigere…. Tutto quello che potrei essere è già ipotecato, concesso in usufrutto a quanti credono di aver perso qualcosa e si sentono in diritto di reclamarlo. Quando posso non mi tiro indietro, posseggo tutto in abbondanza. Vorrei però dare senza ricevere. I regali me li faccio da solo.

 

21 settembre

Oclocrazia, che strano vocabolo. Certo, non è alla portata di tutti, eppure l’umanità senza nome, senza età, senza sesso è concentrata in esso e per quanti sforzi faccia l’individuo per tirarsi fuori dal pantano statistico, si ritrova a dover nuotare nelle futili convinzioni della probabilità più alta: essere nulla per sfuggire al nulla. Con il corpo invincidito dalla battaglia quotidiana, anche lo spirito si infeltrisce e diventa calcolo puro – talmente pesante da costringere all’immobilità totale. Io sono una pietra destinata a diventare macigno. Non cammino, non striscio: posso solo rotolare. Nella mia corsa senza freni travolgo chiunque mi si pari davanti, mosso da un disegno stragista. Ma, sebbene lo scopo sia quello di causare un minuscolo big bang, non creo alcun universo perché al traguardo c’è solo un enorme buco nero. Massa, masse, folle, folli.

 

 

 

28 settembre

Franca e Renato hanno un passato da tossicodipendenti. Lo si intuisce dai ragionamenti sconclusionati, dall’incedere caracollante, discinetico, dalle bottiglie di birra divenute protesi della mano destra. Hanno superato la fase critica dell’oblio perenne per entrare in quello della convalescenza a lungo termine. Già si conoscevano, ma quel passato è parte di un’altra vita. Adesso che si sono ricongiunti hanno deciso addirittura di fidanzarsi e, come tutte le coppie che procedono con sistematicità alla reciproca esplorazione sentimentale, si impegolano in piccole scaramucce amorose. Schermaglie innocenti di cui una piccola percentuale è frutto di reminiscenze adolescenziali; il resto è sintomo incalzante del morbo di Alzheimer. Quando sono giù di corda mi metto alla ricerca dei due colombelli – pronto a scarpinare per qualche chilometro. Se non sono abbarbicati come una molecola di Dna, è segno che la tempesta è prossima. I prodromi dello scontro imminente li intuisco da frasi smozzicate, dal provocatorio protendersi dei menti. Cosa mi succede in quei momenti è difficile spiegarlo: un’eccitazione diffusa che potrebbe indurmi a saltare come un tarantolato se non fossi pronto a mascherare tutte le emozioni, a comprimerle con un pranayama degno di uno yogi d’importazione.

 

2 ottobre

Quattrocento euro mensili per un appartamento di due stanze collocato in centro che somiglia a una periferia. Erano animati da buone intenzioni i miei genitori, credevano nell’evoluzione, nel progresso costante, scevro da crisi. Ad incarnare quello che poi si è rivelato il loro disincanto, ci ha pensato il sottoscritto: accidioso nella forma, iperattivo nella sostanza. Dall’esterno nulla che lasci presagire una motilità dell’animo; e allora come dargli torto se nella loro travagliata esistenza si sono dovuti chinare al capezzale del loro figliolo scambiato erroneamente per un vegetale? Corpo inerte, refrattario a qualsiasi galvanizzazione. Questo è il linguaggio di media complessità semantica per ricordare quello che mio padre più semplicisticamente, ma con toni esasperati, mi ripeteva di continuo: “La verità è che non vuoi fare un cazzo! Morirai di fame!”. Ed io? Neanche una risposta, una simulazione psicoattitudinale per provargli che non ero e non sono una spora. Sporadico forse sì. Ma chi –con un quoziente intellettivo tale da provocare una crisi mistica anche tra i membri della più corrotta commissione d’esame – non ha conosciuto la discontinuità? “Mostra, facci vedere quello che sei in grado di fare”. Lo hanno ripetuto fino alla morte, poverini…. Dopodiché stanchi di infierire su un catatonico, aizzati da parenti e amici ad includermi nelle fila dei cloni nei quali, per fatalità, il cervello non si era riprodotto, i miei genitori hanno deposto le armi. E aperto il salvadanaio. I loro risparmi mi hanno rivelato che sono incline alla contemplazione; forzata, ma pur sempre contemplazione.

 

5 ottobre

Un sogno ricorrente sta rovinando il mio sonno. Vedo apparire dal wc, dall’acqua stagnante, un animale non ben definito. A prima vista sembra il muso di un topo ma, a ben vedere, è un becco che fuoriesce dal pantano della tazza. Non so precisamente di quale volatile si tratti ma l’istinto onirico mi suggerisce l’immagine di una papera – cucciolo d’oca – che cerca di emergere dall’acqua impregnata di urina. Ho chiesto chiarimenti, non avendo dimestichezza con la psicologia del profondo, sul significato simbolico di questa epifania. Uno studente del primo anno della facoltà di filosofia (con un indirizzo dal nome impronunciabile) mi ha fornito alcune indicazioni sommarie, a mio parere, poco attendibili. La tazza del wc sarei io. La papera, il mio spirito che cerca di librarsi verso altre dimensioni che non sono – ovviamente – di natura terrena. Una delusione. I numeri corrispondenti non posso neanche giocarmeli al lotto. Portano male.

 

10 ottobre

Appollaiato sul trespolo dell’incertezza, rumino un passato indigeribile. E mi chiedo: se alla mia vita avessi fatto seguire un’altra rotta, se ne avessi modificato le coordinate, cosa sarei in questo preciso istante? Proietto il fascio delle possibilità in tutte le direzioni, ma non si illumina nulla. Scorgo solo i particolari di questo presente costruito su una routine debilitante.

 

11 ottobre

E’ eccezionale. Chi l’avrebbe detto che anche oggi non sarebbe successo nulla? L’ordinario è talmente fuori dal comune che certi giorni per la gioia mi vengono le lacrime agli occhi. Si dice che l’inclinazione a commuoversi sia legata alla senilità; ma cosa è la vecchiaia se non un accumulo, la somma di esperienze identiche, noiose e rassicuranti? Il dipanarsi costante delle ore che si accavallano improduttive, mi restituisce l’identità dello spettatore attento e imparziale. Gli incidenti, le sciagure, le catastrofi di cui ho notizia mi giungono come echi inquietanti. Ho già lasciato tutto fuori. Ora comincio a cercare dentro per vedere se trovo qualcosa.

 

15 ottobre

La mia memoria funziona a sprazzi. Un giorno ricordo, l’altro rimuovo. Però, poiché sono un paranoico, mi indigno e riporto stralci di discussioni inconsistenti. Proprio ieri – alle 19.35 – sono capitato poco lontano da un gruppetto di mezze tacche intente a discettare su un argomento degno di fungere da copione per una sceneggiata. Io, appoggiato al muretto, facevo finta di nulla.

  1. Una volta le guardie mi fermarono vicino Roma e mi chiesero i documenti. Ma io, sono italiano? E allora a che servono questi documenti?
  2. E che volevano?
  3. Dicevano che con la mia motocicletta era stato fatto uno scippo. Ma se io la tenevo attaccata sotto casa, che ne sapevo chi se l’era pigliata? E comunque mi hanno denunciato e sono dovuto andare a fare una causa.
  4. Sei un perseguitato.
  5. E sì, pure perché non tengo precedenti. Solo una guida senza patente quando era ancora reato.
  6. E che ti hanno contestato?
  7. Un concorso.
  8. E tu dove stavi quando è successo il fatto?
  9. Stavo lavorando. Se avrei fatto il reato, non me ne importava niente, ma si l’aggia piglià a chillu servizio senza fa niente, no. Non è giusto secondo me. Io sono un bravo ragazzo, non mi permetterei mai di fare qualcosa di male. Il problema è che il pubblico ministero era una femmina. E poi ha portato anche i testimoni.
  10. Ma tu dovevi dire….io non so proprio niente di queste cose. Figuratevi, non sono neanche sposato perché non me lo posso permettere. Insomma, devi fare la parte dello scemo, però fatto per bene, proprio sincero. Quando il giudice ti fa parlare, invece di dire “io sono innocente”, devi buttarti a pietà: “Signor giudice, vediamo di chiuderla questa storia, sono tre anni che per me è diventata un’ossessione”. Glielo devi chiedere proprio per cortesia.
  11. In verità lo so chi ha fatto questo scherzetto, però questo amico sta in galera per rapina, per un altro reato; quello che ha fatto lo scippo – salute a noi – è morto. Mo io che ci vado a dire? Vado a dire: avvocato io so tutto….io sono sempre negativo. Ho fatto “facce ‘e fronte” e non c’è stato riscontro. Quattro testimoni. I primi tre hanno detto che ero un tipo molto piccolo. Al quarto il giudice ha chiesto: “ Ma lo conosce questo signore?. “No”, ha risposto “non l’ho mai visto”
  12. Stai a posto allora.

 

21 ottobre

La vecchia è fastidiosa, diciamocelo senza mezzi termini.In un autobus che stenta a riempirsi e nel quale ognuno è immerso nei più futili pensieri, l’anziana signora rompe. Racconta di tutto, con la sua vocina stridula. A occupare un posto – parallelo alla porta d’uscita – siede una probabile studentessa, occhialini e vestito bianco, concentrata nella lettura di una dispensa piena di annotazioni e sottolineature. Dall’aspetto innocuo, comincia a manifestare il suo disappunto muovendo nervosamente i suoi piedini. ”Signora – s’altera la signorina – può abbassare la voce?” “Ma che vvo’ chesta – ribatte la megera – pè’ mmeza che è gghiut’ ‘a scola se penza d’essere meglie ‘e me!”. “Sì va bene, ma ora basta!”, incalza la ragazza. “Ehh ciure ‘ a vocca tu!”. Non c’è pace. L’universitaria sembra in preda a una crisi isterica, si agita pronunciando frasi sconnesse. La decrepita, forte dell’appoggio degli astanti, infierisce sulla sua vittima occasionale: “Ma chi se crede d’essere….sta mezaffemmena!”. Prossima al crollo psicologico, l’occhialuta passeggera scende dal mezzo pubblico, accompagnata da un applauso liberatorio.

 

26 ottobre

Non sono propriamente un adone, un uomo che al suo passaggio lascia l’altro sesso in uno stato di prostrazione emotiva, come conseguenza di un desiderio inappagato. Tuttavia piaccio perché ho un portamento elegante, un incedere deciso e, allo stesso tempo, armonioso. Sono sostenuto da un fisico atletico, reso tale da un metabolismo benigno che, almeno fino ad oggi, non si è mai inceppato.  Alto quanto basta, tanto da osservare il mio prossimo da una posizione neutra. Il viso, che dire della mia faccia…. simmetrica, un ovale glabro incorniciato da una chioma liscia e corvina. Occhi grandi con iridi di un nocciola chiaro. Le orecchie purtroppo sono piccole – lo ammetto con una punta di rammarico perché la loro dimensione influirà sulla mia longevità – senza rovinare nonostante tutto il quadro d’insieme che, a giudizio dei miei pochi ma fidati conoscenti, risulta complessivamente gradevole.

 

 

 

 

2 novembre

La mia “primadonna” è stata una delusione. Le avevo spiegato che ho un carattere che mi impedisce di essere indulgente verso chi non rispetta i canoni elementari di comportamento. Non parlavo di etica, di impegnativi dilemmi morali, ma di semplici modelli consuetudinari. Lei mi aveva frainteso e me ne rendo conto solo adesso. Pensava mi riferissi all’umanità, a quelli che con una definizione aleatoria chiamiamo gente. Era lei, invece, che non mi comprendeva, non seguiva le mie più elementari indicazioni. Prima fra tutte la raccomandazione di non spingersi oltre l’attualità del rapporto amoroso, immaginando una continuità indefinita della relazione; sognare l’inevitabile e fatale trabocchetto della convivenza. La prospettiva di un legame quasi indissolubile è stato solo l’epilogo di un’esperienza costruita sulla costante vicinanza quotidiana e quindi sulla possibilità che la mia vita si concludesse per asfissia. Ho bisogno di ossigeno, di aria, di quanto mi lascia respirare. Una cena, due passi, qualche parolina che si avvicini agli standard romantici è più che sufficiente. Un amplesso fugace e sono l’uomo più felice del mondo. L’otre mi spaventa.

 

7 novembre

Non è la prima volta che mi chiedo perché mi ostini a mettere su carta, in maniera discontinua, impressioni senza una storia coerente. Istintivamente lo giustifico con la mancanza di uno psicoterapeuta che si accontenti solo di ascoltarmi senza spennarmi. Un analista che si impegni ad inserirmi in qualche sottogruppo definito attraverso una miscela di patologie psichiche preoccupanti, ma guaribili. Sono una commistione inestricabile di fobie, insignificanti repressioni, coazioni a ripetere tali da costituire un’accozzaglia di sintomi psichiatrici. Uno psicologo alle prime armi potrebbe facilmente gongolare scoprendo in un singolo individuo tanta materia di studio. Se prima non sbrocca, ovviamente. Sarà l’empatia, l’immedesimazione, la sindrome dell’ipocondriaco. Poco alla volta, anche i più quotati conoscitori dell’animo umano manifestano modelli di comportamento che, per quieto vivere, “addebitano” ai loro pazienti. Quando mi sono recato presso l’ambulatorio del mio distretto sanitario ho scoperto che una frase fraintesa produceva un corrispettivo farmacologico; un discorso intero, il tentativo di un ricovero coatto. Da allora mi sono ripromesso di confidarmi solo con me stesso, giudice monocratico e (onni)comprensivo.

 

8 novembre

Sicuri che anche il più accorto automobilista abbia elaborato le necessarie strategie difensive, provano a prenderti alle spalle, da tergo – senza, ovviamente, le implicazioni sessuali di cui sono maestri – i vari Mohamed, Tarek, Habib si lanciano prima sul lunotto posteriore compromettendolo con un detergente saponato per poi completare l’opera sul parabrezza. Si può provare a blandirli, come primo ingenuo tentativo di reazione. Ti ignorano. Sono razzista? Sì, di più. Ho avuto modo di assistere a diversi pestaggi ai danni di questi parassiti: si cimentano in evoluzioni circensi, evitando i colpi letali. Quando si trovano alle strette riescono ad incassare bene grazie all’alcol ingurgitato che funge da antidolorifico naturale.  Anche se malconci, il giorno dopo sono pronti per un nuovo assalto proditorio armati dei loro spazzoloni similtelescopici. Come difendersi? Sopprimendoli durante il coma etilico.

 

11 novembre

Figlio unico di figli unici e come tale segnato da una tendenza all’isolamento, imposto più che cercato. Da piccolo mi divertivo tristemente seppellito da una montagna di giocattoli, condannato a vagare tra mura poco rassicuranti. I miei opprimenti carcerieri, ansiosi come collezionisti di fragili porcellane, andavano in fibrillazione per la mia salute e per la mia incolumità: percepivano il mondo esterno come una minaccia latente. Il loro incubo ricorrente prendeva forma, si materializzava ogni qualvolta un’innocua influenza contagiava me e il resto della popolazione infantile di quegli anni. Mi dedicavano un affetto malato, temendo che il loro “gingillo” potesse rompersi da un momento all’altro. Li ho tollerati, anche loro vittime di attenzioni non sempre richieste. In questa oasi protetta, gli altri genitori mi apparivano come conigli iperprolifici che donavano la vita, lasciandola scorrere. Si è sviluppata così un’invidia morbosa che avrebbe corroso tutti i miei rapporti se non fossi corso ai ripari.

 

14 novembre

Tutto quello che ho visto è circoscritto a questa città. Mai viaggiato. Non ho potuto sperimentare alcun cambiamento eclatante, alcun improvviso arricchimento interiore. Sono sempre lo stesso, soggetto solo a micromutazioni di prospettiva: spostamenti limitati, stimoli emozionali altrettanto irrilevanti. Giro nel mio quartiere e, quando capita o ne ho voglia, anche in quelli limitrofi. Evito accuratamente di superare la cinta urbana, quel confine oltre il quale la mia immaginazione collassa lasciandomi scorgere solo popolazioni con un’evoluzione che da poco ha superato l’età della pietra. Intuisco, pur non essendone certo, che incontrerei difficoltà a comprendere il loro idioma, composto da suoni disarticolati. E nel mio peregrinare stanziale conosco – non uomini e donne – ma tipi, canovacci di personalità che seguono uno sviluppo predeterminato: l’imbecille, il ragioniere, il commerciante imbroglione, l’avvocato viveur, l’operatore ecologico perennemente inchiodato sul predellino dell’automezzo per la raccolta rifiuti, il delinquente saccente, il politico locale che sogna uno scranno in parlamento, la professionista rampante. Tante figure solo abbozzate, stilizzate, senza anima. Eppure, nonostante la mia innata diffidenza, ho costruito negli anni una rete – sebbene limitata – di rapporti sociali. Relazioni strumentali legate al concetto di sopravvivenza: a tutti coloro che hanno il piacere di incontrarmi sulla loro strada riservo la superficie visibile di un carattere poco espansivo. Quel tanto che basta per sottoscrivere un tacito accordo di non belligeranza. Se voglio ricavare qualcosa debbo affidarmi alla menzogna. Quella vera.

 

15 novembre

Lavoro poco, sempre in perfetta autonomia. Odio i “caporali”, quelli che gestiscono i caporali e, salendo su per la scala gerarchica, quella élite che governa l’ineffabile mondo della produzione. Oltre a dilapidare con parsimonia il tesoretto ereditato dai miei, mi sono dedicato a svariate occupazioni temporanee e redditizie. Ultima in ordine di tempo, l’esportazione di vino sui mercati esteri, soprattutto in Giappone. Un’ attività gestita per procura che mi ha consentito di non spostarmi di un centimetro. Dopo un anno è subentrata la noia; non so cosa mi prende, forse una sorta di insoddisfazione che mi fa girare a vuoto. Sento la necessità di forti emozioni sebbene mi accontenti di quelle più blande. Noto, con un misto di inquietudine e di eccitazione, la crescente attrazione che mi spinge verso i cosiddetti “marginali”, quelli che vivono alla giornata, in un eterno presente fatto di espedienti, noncuranti – o più semplicemente ignari – delle sorprese che riserva loro il futuro.

 

20 novembre

Un uomo, affinché possa definirsi tale, deve mettere ordine nella sua vita, preservando il proprio corpo dalle insidie che ne possano compromettere il funzionamento. Una dieta equilibrata, ipocalorica con pasti e spuntini assunti cinque volte al giorno assolve ampiamente il compito. Inoltre la regolarità deve estendersi anche all’esterno, scandendo il ritmo quotidiano: in casa ogni cosa al suo posto, controllando che ad ogni variazione corrisponda una ricomposizione. E’ indispensabile poi osservarsi minuziosamente ogni giorno allo specchio, considerando il riflesso come il corpo di un’altra persona: in questo modo è possibile scorgere anomalie e trasformazioni frutto del passaggio inesorabile del tempo. Ci si abituerà così al cambiamento e ci si sottrarrà alle considerazioni irritanti del primo venuto alla ricerca di imperfezioni da attribuire solo a te. Non si tratta di una teoria bizzarra, ma di un modus vivendi mutuato dal parcheggiatore abusivo del mercatino rionale. Salvatore, per le forze dell’ordine, ricade nel novero di coloro sempre prossimi ad essere denunciati per estorsione; basterebbe la segnalazione di uno qualsiasi dei suoi “contribuenti” al commissariato di zona per stroncargli la carriera. Tutto questo Sasà non lo vuole accettare. E’ convinto di esercitare un mestiere che si pone ai limiti della legalità ma che, tutto sommato, è a tutti gli effetti un servizio sociale. Lui è – a suo dire – un sistematore. Dall’anarchia totale in cui è precipitata la gestione degli stalli di sosta, compare il Salvatore – di nome e di fatto – a porre fine all’anomia che angoscia gli avventori di botteghe e minimarket. Casalinghe e pensionati gli cedono volentieri le chiavi delle loro autovetture e lui, alla loro guida, le sposta, le colloca seguendo schemi poco ortodossi ma ottimizzando spazai che a prima vista sembrerebbero insufficienti a soddisfare la richiesta di parcheggio. Un libero professionista, funzionale in una città disfunzionale. Il significato della parola “tasse” lo conosce solo perché le pagano gli altri. A lui basta ripetere: “Io non ho niente e non tengo niente da perdere”.

 

23 novembre

Dov’è che sbaglio? In questo periodo me lo chiedo sempre più di frequente e mi accorgo che dovrei ritornare sui miei passi. Nessuno stravolgimento o capovolgimento radicale, sia chiaro. Solo l’introduzione di qualche correttivo, cominciando a muovermi di più, controllando se con una maggiore ossigenazione possano nascere nuove idee, se possa trarne beneficio il mio spirito d’intolleranza. Le incursioni nel mondo esterno dovranno essere mirate. Già mi sto esercitando, prestando attenzione ai più piccoli dettagli, alle minuzie che prima tralasciavo. Fuori c’è un campo di battaglia, non posso distrarmi.

Esercizio 1: “Questa è la pratica per i primi sette giorni: dobbiamo ricordarci di noi – cioè essere presenti, concentrati sulle azioni che stiamo compiendo, senza pensare ad altro – mentre ci spogliamo e ci vestiamo”.

Ci sto provando, senza alcun risultato. Ma la strada è lungo e non bisogna desistere. C’è da fidarsi? E’ l’indicazione di un percorso spirituale o new age d’accatto? Non saprei…. Qualunque cosa sia, dubito possa danneggiarmi più di tanto.

24 novembre

Diversi segnali mi hanno persuaso che la mia strada è già tracciata. Uno di questi è il mio nome: Mario. Divertente, quasi prossimo al ridicolo, il cognome è poco diffuso: Trucchetto. Qualche mio avo si sarà sicuramente esibito in una fiera itinerante, cimentandosi in giochetti da illusionista, carpendo la buona fede e – in alcuni casi – truffando ingenui spettatori. Ecco, io sento di aver ereditato qualcosa di tale spirito. I tempi di gestazione sono ancora nella fase iniziale. L’inganno in incubazione.

 

3 gennaio

Cosa avranno da ridere…. Facce beate da beoti. Sarà l’effetto di qualche sostanza stupefacente perché, ascoltandoli, non ho colto alcuna nota umoristica, un accenno comico, neanche una fine freddura, di quelle che fanno increspare le labbra agli intellettuali e fanno sbellicare dalle risate – dopo diversi minuti – i ritardati mentali. Nonostante le remore giustificate, anch’io mi associo all’ilarità generale. Sono in mezzo a loro. Ho bisogno di conquistare la loro fiducia, debbo capire cosa fanno per non fare niente. Una mano ad inserirmi nelle “basse sfere” me l’ha data Gennaro, un traffichino che abita al piano di sotto e che, tra un buongiorno e un buonasera, è diventato mio amico. Quasi ogni giorno, almeno tre volte a settimana, ci si incontra al bar Blek end Wait (che ignoranza!) con un altro gruppetto di galantuomini e, davanti un aperitivo, si discute di umanità varia. Li lascio parlare, è giusto che diano sfogo ai loro pensieri confusi. Ogni tanto annuisco, confermo, commento sostenendo le affermazioni dell’ultimo oratore. Cazzate a ruota libera che, nell’ebbrezza alcolica, diventano materia di studio di una conferenza pseudoscientifica all’aperto. Alcune volte si è sfiorata la rissa, dopo il terzo o quarto drink; poi tutto è rientrato perché nella foga argomentativa, dopo un po’ di questo parlare a vuoto, avevano perso il filo del discorso. Solo quando torno a casa posso sghignazzare con amarezza.

 

1 marzo

Il sentiero che conduce all’illuminazione è disagevole, pieno di insidie, pericoloso per chi lo percorre in solitudine. Se il maestro non compare o – come nel mio caso – si nasconde tra le pagine di un libro, è facile perdersi. Come autodidatta, paziente e pervicace, proseguo il mio cammino e non mi lascio sopraffare dallo sconforto. Continuo a seguire le indicazioni di chi è giunto prima di me a comprendere che la realtà è più semplice di ciò che sembra. Bisogna solo stare all’erta e ascoltare alcuni semplici suggerimenti che, per la maggior parte dei profani, non hanno alcun senso. Le maggiori resistenze si registrano quando si richiedono costanza e sacrificio. Per me non ci sono problemi, tant’è che anche nella seconda prova sto ottenendo ottimi risultati. Stavolta si tratta di ricordarsi di sé ogni qualvolta si attraversa una porta, in casa o fuori casa. Sul piano simbolico la soglia rappresenta il limite ultimo, superato il quale non si è più in questa vita. Ma non voglio spingermi tanto oltre; a me interessano solo le porte degli autobus, dalle quali si sale e – soprattutto – si scende. Infatti da qualche giorno mi sono dedicato allo studio delle movenze di chi esercita la non tanto nobile arte del borseggio: ammiro gli stratagemmi, le manovre con le quali accerchiano l’obiettivo, la disinvoltura che accompagna l’abbandono del “campo di battaglia” dopo aver depredato l’incauto passeggero.

 

 

19 giugno

Se si riflette sulle moderne scoperte della fisica quantistica si arriva alla conclusione che la materia, così come la conosciamo, è solo frutto della struttura dei nostri organi sensoriali che ci fanno percepire la realtà come solida e tridimensionale. A ben vedere, invece, siamo immersi in un flusso di energia ed ogni contatto con un altro individuo presuppone uno scambio di questa forza primigenia. Tale interpretazione non implica alcuna connotazione morale per cui, sfilare il portafoglio o il cellulare a un ignaro passante mentre lo si incrocia, produce un arricchimento reciproco: nel mio caso di natura apparentemente materiale e, nell’ ”altro”, energetico spirituale. Per constatare la veridicità di questa teoria, mi sono sottoposto ad una dura disciplina fondata sulla meditazione e sull’utilizzo di specifici mantra. Il significato letterale del termine mantra è “strumento della mente”: è un suono che risveglia potenzialità sopite. Il mio processo rigenerativo è stato costruito intorno alla domanda, ingannevolmente filosofica, del perché io sia qui. “Perché sono qui?”, mi chiedevo ogni giorno. Poi l’ho capito. Perché devo essere più attento. Perché debbo cogliere le più piccole sfumature, i particolari nascosti, i gesti meccanici che rappresentano la summa del comportamento esteriore dell’uomo comune. Il segreto del successo professionale di un apprendista è l’amore per i dettagli. Ogni movimento ha una finalità che sfugge a chi non ha passione, a coloro che sono annichiliti dal disinteresse. Gli altri non sono vigili, pertanto vigilerò io su di loro.

 

4 luglio

La prima vera esaltante esperienza, dopo alcuni mesi di esercitazione l’ho vissuta per strada durante la settimana dedicata allo shopping preestivo. Ho adocchiato la preda: un uomo di circa sessant’anni, fisico imbolsito, calvizie incipiente, jeans e polo azzurra, borsa a tracolla con chiusura lampo aperta. Si soffermava a guardare la merce esposta nelle vetrine – sicuro che sarebbe riuscito a fare un buon acquisto – ma non si decideva ad entrare in alcun negozio. Dopo averlo pedinato per una ventina di minuti, sono passato all’azione. Ho accelerato il passo, una spintarella, tante scuse e quello che era suo è diventato mio. Debbo ritenermi fortunato, mi è andata bene. L’eccitazione adrenalinica mi ha dato una ulteriore spinta, mi ha fatto dimenticare rischi e conseguenze del mio slancio irrazionale. Sì, perché di questo si tratta: di una botta di vita associata a una di culo.

 

22 luglio

Un’orchite di natura psicosomatica mi sta rallentando il passo. E non me lo posso permettere. Il mio medico curante mi ha spiegato che per l’ingrossamento testicolare non ci sono cause tali da poterlo ricondurre a uno stato depressivo. Anche perché in questo periodo sono al top del rendimento. Non posso confessare al dottore i motivi della mia insofferenza rispetto a questa estemporanea metamorfosi. Nessun sintomo visibile: né febbre alta, né sacca scrotale deformata. “Signor Trucchetto, lei mi sta facendo perdere tempo”  – mi ha urlato indispettito l’urologo – “non ha niente, è tutto nella sua testa!” Come se non lo sapessi…. E allora, cos’è che non va? Ho paura di sbagliare, questa è la verità. In una situazione di emergenza, quanto si può lasciare in balìa del fato? Nulla. Si decide secondo un codice binario: istinto o ponderazione. Il primo ti spinge all’azione irriflessiva, la seconda ti indica la strada comoda e rassicurante del temporeggiare. Il tempo, proprio quello che mi manca. Se voglio proseguire e arricchire la mia attività non posso perdermi in disamine moralistiche. Tutto è giusto fin quando lo si reputa tale. Ora sono in attesa del superuomo che giudichi i miei errori, che rettifichi una prospettiva distorta. Sono un ladro, un essere perverso che sottrae quanto altri hanno guadagnato con lo sforzo, con il sudore, con la rinuncia. Ma voglio sopravvivere. E alla grande.

 

29 luglio

Tutte le teorie crollano quando i fatti le smentiscono. Nel mio caso con il primo arresto. Mi hanno beccato in flagranza di reato – i miei colleghi la chiamano fragranza, come se si trattasse di pane appena sfornato. Osservare la realtà nella doppia veste di attore e spettatore, godere di uno spettacolo ed esserne distaccato non lasciandosi coinvolgere dal movimento frenetico della vita. Tutti questi accorgimenti, precauzioni, non hanno impedito che accadesse l’ineluttabile. Proprio mentre giravo la scena della sottrazione del quinto portafogli – della mia breve carriera – ad una signora immersa in una trance indotta dalla visione di qualcosa che si muoveva sullo schermo del suo telefonino, ho avvertito una stretta al collo, come se fossi rimasto incastrato nella morsa di un fabbro; simultaneamente una mano ha bloccato il mio polso strizzandolo e torcendolo…. Non potendomi girare, ho sollevato e spostato le iridi in alto a sinistra facendole quasi scomparire dalla cavità oculare e ho cominciato ad agitarmi cercando di svincolarmi. Sembravo in preda ad un attacco epilettico. Mancava solo la bava. L’energumeno e il suo bodyguard – due agenti di polizia in borghese – mi hanno immobilizzato al suolo, ammanettandomi. Il passaggio fino alla questura mi è stato gentilmente offerto, a titolo gratuito.

 

29 luglio ore 18 circa

Solo quando sono stato accompagnato nella piccola stanza antistante le camere di sicurezza ho capito che l’ironia, la leggerezza con la quale affronto tutti gli imprevisti spiacevoli, era fuori luogo. Alla mia destra, dietro una scrivania, un agente ha aperto un registro e, rivolto a uno degli uomini che mi avevano scortato gli ha chiesto: “E questo che ha fatto?”. Lo so, non bisogna andare troppo per il sottile con quelli che infrangono la legge, ma qualcosa nel suo tono mi ha offeso. E il suo collega: ”Borseggio. Si è fatto pigliare comm’ ‘e nu strunz!”. Ma che volgarità! Poi mi è stato indicato un blocco di cemento che correva lungo la parete di sinistra, sul quale mi sono accomodato, proprio di fronte al mio inquisitore. “Togli i lacci delle scarpe, cintura e collanine, se ne hai”, mi ha ordinato. “Svuota le tasche – ha continuato – ti sarà restituito tutto domani”. Ho eseguito senza commentare, cosa c’era da dire? I lacci delle scarpette e la cintura in un sacchetto e i miei 23 euro e 40 in una busta sigillata e timbrata. Dopo aver fornito le generalità mi è stata assegnata la destinazione: terza cella, l’ultima a sinistra in fondo ad un breve corridoio.

 

29 luglio poco prima delle 19

Per il mio carceriere è pura routine. Quando dà la mandata alla porta blindata ha assolto il suo compito e dalla sua espressione traspare, con l’ammiccare un leggero sorriso, la soddisfazione del giusto, del giudice sdegnoso che commisera senza distinzione dilettanti e recidivi del crimine. Neanche il tempo di formulare compiutamente questo abbozzo critico ed ho realizzato come meno di venti metri quadrati non sono uno spazio agevole in cui muoversi soprattutto se la metà è riservata a un giaciglio comune da dividere con gli aspiranti detenuti in transito. La segreta moderna è tagliata longitudinalmente dal vano d’ingresso fino ad una piccola finestra, corredata di sbarre, che dà sul cortile interno. In questo confortevole monolocale ho trovato alcuni ospiti che si sono palesati prima all’olfatto e solo dopo alla vista: due nordafricani – quelli, per intenderci, che hanno un colorito tale farli scambiare per meridionali appena rientrati dalle vacanze estive. Solo con il sopraggiungere dell’inverno ed appena aprono bocca, non fosse altro che per salutarti, si risale alle loro origini. Entro e mi presento. Tendo la mano al primo che, di rimando, me la stringe e pronuncia: “Ahmed”. Faccio lo stesso con il secondo e questi biascica un “Ebdelkayyaoum”. “Come?” – insisto. “Ebdelkayyaoum” – ripete. Vabbè, lasciamo perdere…. Non debbo diventare il suo amico del cuore.

 

29 luglio sera

Questi due dovrebbero essere miei succedanei: anche loro borseggiatori, ma di un’ingenuità professionale disarmante che diventa cattiveria quando incrociano una vittima debole e sprovveduta. Sono stati sorpresi da una pattuglia della sezione antiscippo e prelevati con lo sconto, come in un’offerta al supermercato: prendi due, paghi uno. Avranno tentato nel loro italiano coniugato all’ infinito – anche se magari sono in questo Paese da dieci anni – di discolparsi o di additare il proprio complice come l’unico responsabile. E’ inutile tergiversare, sono infidi e delatori. Ma non è questo il momento di fare lo schizzinoso. Debbo conviverci, almeno per questa notte. Dopo i primi tentativi falliti di condividere lo stato di prostrazione in cui siamo caduti, dopo aver realizzato che questo luogoè la destinazione naturale di quanti – mossi da un’esuberante leggerezza e da una immotivata presunzione – immaginano a torto che ogni azione è sostenuta sempre da un destino favorevole, il nostro terzetto ha riacquistato fiducia e speranza quando è stata distribuita la cena. Un panino e una bottiglina d’acqua non sono propriamente quello che io definisco pasto serale ma anche questa merendina da gita fuori porta ha contribuito a rendere l’atmosfera più conviviale, a rasserenare gli animi. Anch’io mi sono rilassato, non troppo, però. Non mi fido per natura. Il mio istinto di autoconservazione mi suggerisce sempre, in ogni occasione, di mantenere le distanze. Ahmed ed il suo amico,del quale non riesco a memorizzare il nome, sono affabili e mi rassicurano sull’esito positivo del giudizio per direttissima previsto per domani: “Tu non andare in carcere. Tu presto di nuovo libero”, mi dicono. Certo che entrare nelle grazie di questi scarti umani è paradossale.

 

30 luglio

Il giudice è visibilmente annoiato. Confabula con il cancelliere, poi con il pubblico ministero di turno che formalizza le sue accuse contro il sottoscritto. Sebbene sia chiuso nella gabbia degli imputati non mi sento osservato: la novità della situazione in cui mi trovo, mi eccita. Sembro un bambino che gioisce nell’ammirare le bellezze della natura, animali in libertà che si muovono in armonia nel loro ambiente selvaggio…. ”Considerato che il mio assistito è incensurato” – l’avvocato d’ufficio mi fa sobbalzare, rompendo l’incantesimo – “ e non ha usato violenza nel suo maldestro tentativo di furto con destrezza, chiedo l’applicazione del minimo della pena e la sospensione della stessa”. Con una zazzera a compensare una calvizie imperante, una giacca di lino troppo stretta e corta, un ventre prominente compresso in una camicia intrisa di sudore, il mio legale occasionale dopo la mini arringa – si abbandona ansimante su una poltroncina. Il suo non è un crollo fisico, il cedimento di un corpo flaccido, quanto piuttosto una défaillance della volontà, un rifiuto a reiterare sempre le medesime istanze si clemenza per piccoli impediti con velleità da veri criminali. E’ noia che produce stanchezza. Il verdetto è di colpevolezza, la pena di un anno. Non la debbo scontare perché non sono recidivo. Il reato volteggerà in un’atmosfera rarefatta fino a quando non se ne aggiungeranno altri a trascinarmi e a lasciarmi precipitare all’interno di una casa circondariale.

 

31 luglio

Mancavano solo i fuochi d’artificio. Il rientro a casa è stato trionfale: tutti i disonesti del vicinato a complimentarsi, quasi fossi stato il protagonista di un’azione eroica. Poche ore di reclusione mi sono valse l’ingresso in un club esclusivo i cui soci non sono selezionati in base al reddito o ai nobili natali ma solo in relazione all’esperienza temporanea della segregazione. E così qualcosa si è smosso in me. Ho avvertito un turbinio, uno smottamento emotivo i cui detriti si sono manifestati sotto forma di abbracci e strette di mano. I veri festeggiamenti, con snack e prosecchino, si sono tenuti al bar Blek in compagnia della solita banda di beoni che – almeno stavolta – hanno avuto la possibilità di salire sul piedistallo per impartirmi lezioni di vita. “Anche a te ci voleva il battesimo” – ha commentato Ciccio il pusher – “ora puoi capire che cosa significa stare in mezzo alla strada con tutti i problemi che devi affrontare. Ti devi guardare le spalle, stare attento agli infami e soprattutto non ti devi fare acchiappare”. E giù risate di consenso. Ed io con loro, ma con meno trasporto: mi esalto raramente. “E poi – ha continuato Nicola – non ti devi mai abbattere quando vai dentro. Pure se stai giù, fai sempre comme si nun fosse succiese niente. Questa è la nostra forza”. Ma la forza di chi?

 

10 agosto

Il campanello di casa mi ha fatto sobbalzare. Alle 10 del mattino o a qualsiasi altra ora fa lo stesso. Mi mette ansia. Sono abituato a stare solo, a non ricevere visite inaspettate. Anche il citofono mi procura la stessa agitazione, ma si tratta – in quel caso – di uno scompenso riequilibrabile perché non mi preoccupo di rispondere; so per esperienza che a pigiare il pulsantino, a casaccio, sono ragazzi addetti alla distribuzione di volantini, il postino quando è a corto di raccomandate o qualche analfabeta che in cerca di Esposito bussa a Trucchetto. Guardando attraverso lo spioncino ho visto Gennaro. Gli ho aperto, contrariamente a quanto faccio per diffidenza con gli sconosciuti, invitandolo ad entrare. “Puoi venire a prenderti un caffè da me? – mi ha chiesto – “Ti devo parlare”. E di cosa? Me lo sono domandato, scervellandomi per pochi istanti, mentre lo seguivo nel suo appartamento. In cucina di spalle, a caricare la caffettiera, c’era Assunta – sorella del mio vicino – che, voltandosi appena e accennando un lieve sorriso, mi ha augurato buongiorno. Sono questi piccoli gesti che mi lasciano piacevolmente interdetto. Gennaro facendomi accomodare, senza preamboli, ha esordito: “Debbo fare un favore a un amico e mi servono alcune persone fidate. Ho pensato che tu, Pasquale e Nicola potreste darmi una mano”. Mi sto avviando verso l’iniziazione: spilli, sangue e volti santi. “E’ un lavoretto semplice – ha aggiunto Gennaro – ce sta nu guagliunciell’ che importuna una femmina che non è sua. Gli dobbiamo fare capire che deve togliere mano”. Assunta mi ha versato il caffè. “Ti porto un po’ d’acqua?” – mi chiede premurosa. Come fa questa donna a leggermi nel pensiero, ad accorgersi che la mia bocca è di una secchezza che mi impedisce di parlare? Mimo un sì con la testa e comincio a riordinare le idee. Il suono esce arrochito, riesco a malapena ad esprimere le mie perplessità: “Non ho problemi, ma non riesco a capire perché hai bisogno anche di me. Pasquale e Nicola non bastano? O dobbiamo affrontare Hulk?”. Gennaro mi scruta, si alza, mi gira intorno, poi sospira. “Mario, Mario…ma tu nella vita cosa vuoi fare? Ti sto offendo un’opportunità, cerca di afferrarla”. Eh sì, sto assistendo al remake del Padrino…. “ Comunque pensaci, è tra due giorni. Giusto il tempo di fissare un appuntamento: il ragazzo non deve insospettirsi.” La scena è stata girata, finalmente posso rientrare a casa.

 

11 agosto

Dalla memoria affiorano solo pochi ricordi, vaghi e nebulosi. Quand’è l’ultima volta che ho usato o subito violenza? Sin dalle scuole elementari, i litigi si limitavano a brevi scaramucce che potevano degenerare, nel peggiore dei casi, in spintoni depotenziati o in un round di boxe dove piroettavano cazzottini da bambini. Nulla di cruento. Di quegli anni è cancellata ogni traccia di dolore fisico: rivedo solo immagini isolate, prive di audio, flashback senza storia. Il sangue poteva sgorgare solo per un’epistassi mal tamponata o a seguito di una caduta accidentale. Durante l’adolescenza, l’esuberanza virile – mortificata da escrescenze purulente che punteggiavano i nostri visi – qualche volta trovava sfogo in appuntamenti estemporanei fuori scuola dove, a diverbi nati in classe, seguivano accapigliamenti intensi ma di breve durata. Insomma, ad eccezione di uno schiaffone assestato a un ubriacone che qualche anno fa mi assillava con la richiesta continua di soldi fino a permettersi di afferrarmi un braccio, procurandomi conati di vomito con il suo alito nauseabondo, posso considerarmi una persona pacifica. Ho bisogno di provocazioni reiterate per reagire in maniera appropriata. E ora? Mi trovo coinvolto nel pestaggio di uno sconosciuto – magari feccia doc – impossibilitato a tirarmi indietro.

 

11 agosto notte

Non trovo pace. Il letto è diventato un campo di battaglia: rotolo prima su un fianco, mi posiziono in diagonale, poi orizzontalmente con braccia e gambe che strabordano dal giaciglio a una piazza. Mi alzo, bevo e copro a piccoli passi i pochi metri della cucina, avanti e indietro, cercando di riordinare pensieri che – scava, scava – non ci sono. Mi ridistendo improvvisando l’incipit di una seduta di training autogeno: “Il mio braccio sinistro è pesante. Sono perfettamente calmo e tranquillo”, recito mentalmente. Macché, niente da fare; al secondo tentativo ho già saltato tutti i passaggi propedeutici al rilassamento pretendendo che diventi totale con il solo sforzo della volontà, in questo momento assente. Esausto, chiudo gli occhi e immagino di dormire. L’incubo non tarda a materializzarsi. Gennaro che mi incita all’aggressione: “Vieni, vieni…” Con un balzo gli sono addosso (l’agilità nei sogni mi ha sempre sconcertato) serrandogli la gola; stringo e lui ride, più mi sforzo e più lui si sbellica dalle risate. In questo eccesso di ilarità, intervallata dal tentativo di riprendere fiato, Gennaro mi ammonisce: “Fai quello che devi, non commettere errori altrimenti a mia sorella te la puoi scordare”. Ma chi? Assunta? Mi sveglio stranito con un interrogativo che mi inquieta: vuoi vedere che questo cretino ha ragione?

 

 

 

 

12 agosto

Alle sei sono già in piedi. Mi sostiene un’energia nervosa che non cancella la stanchezza, lo stress di una notte quasi insonne. E’ arrivato il grande giorno. Andrei a fare una bella corsetta ritemprante alla Rocky Balboa ma rischierei di compromettere l’esito della performance prevista per oggi pomeriggio. Nicola mi sta tempestando di telefonate per accertarsi che non mi tiri indietro all’ultimo minuto. Ad ogni chiamata si inventa una storia, riporta dicerie riferite da persone che neanche conosco e che tantomeno mi incuriosiscono: parla del nulla, manifestando il suo lato oscuro. “Hai saputo di Ginetto ‘o pezzotto – mi sussurra dall’etere – si è trovato in mezzo a una rissa alla stazione. Tre coltellate si è pigliato, due nelle cosce e una in un fianco”. “E chi è stato?” – gli chiedo, giusto per ravvivare il suo monologo. “Una discussione con due neri che gli dovevano dei soldi”. Questo è il livello. E’ impensabile un salto di qualità che lo porti a superare la sua ristrettezza di vedute: in questo stagno ci sguazza, ci vive e deve morirvi; non sa che mi sono ripromesso di spingerlo, assieme agli altri accoliti, verso i bordi della palude solo per fargli osservare il mondo reale, al quale però non avrà mai la possibilità di accedere.

 

12 agosto pomeriggio

Sono venuti a prendermi sotto casa. La vittima, che ancora non sa di essere stata trascinata in un agguato, ci aspetta tre vicoli più giù. I due picchiatori hanno optato per una mise sportiva: larghi pantaloni di tela, scarpette Nike e un cappellino con visiera. E’ un’uniforme che consente una libertà di movimento indispensabile per una fuga imprevista e improvvisa. Da profano, mi sono presentato con jeans e una t-shirt verde militare. “Mettiti dietro di noi – mi suggerisce Pasquale – osserva con attenzione e, solo alla fine, intervieni”. Annuisco, pur non comprendendo a quale misteriosa strategia si stia riferendo. Lo capisco solo poco dopo quando da un angolo sbuca un ragazzo, poco meno che trentenne. Non arriva al metro e settanta, tracagnotto, barba folta e lunga, capelli rasati alle tempie. Dal collo, fin quasi ad un orecchio, spunta un tatuaggio tribale e sulle braccia indecifrabili grovigli multicolori. Cammina tranquillo fino a quando Nicola, avanzando nella sua direzione, gli tende la mano come per salutarlo e nel contempo solleva – inarcandola all’indietro – la gamba sinistra che lascia poi partire, sferrandogli un calcio alle palle. Il malcapitato ha appena di tempo di piegarsi in avanti che sopraggiunge Pasquale: con una ginocchiata al volto lo fa stramazzare al suolo. Non contenti, continuano a prenderlo a calci mirando alla testa fino a quando, ormai una maschera di sangue, il ragazzo non si muove più. “Volevo farti partecipare, ma la festa è finita prima – si giustifica Nicola – sarà per la prossima volta”.

 

12 agosto sera

Gennaro mi indica una banconota da cento euro che ha poggiato sul centrino con ricami floreali del tavolo in cucina. Tutte le trattative, i mezzi complotti si svolgono in questo ambiente rassicurante dove l’idea di cibo, di nutrimento aleggia come una promessa di sopravvivenza. “Non credo di averli guadagnati – spiego all’afasico interlocutore – non ho fatto niente, mi sono limitato a guardare”. “E ti pare poco? – ribatte il mio vicino – “Sono sicuro che saresti intervenuto se i tuoi amici si trovavano in difficoltà. O no?”. Non c’è niente da fare, mi vuole tirare dentro. Forse gli sono simpatico o, più semplicemente, sta progettando di manipolarmi per uno scopo che al momento mi sfugge. Chino il capo, appoggio le mani al bordo del tavolo e simulo una riflessione inesistente; poi prendo i soldi e con un “va bè” confermo la mia affiliazione a questa congrega di mezze calzette. Gennaro incrocia le braccia, ammicca un ghignetto d’intesa e, con un paio di pacche sulla spalla, mi accompagna alla porta: “Bravo, bravo – mi congeda – così ti voglio”.

 

24 agosto

Quello che ci passa sotto agli occhi molto spesso non lo scorgiamo. Siamo consapevolmente distratti, fino a quando non ci lasciamo attrarre da un oggetto, sedotti dal suo magnetismo. Come sia possibile un tale mutamento, rimane un mistero. Ogni giorno si presenta uguale a quello precedente: per anni viviamo nell’illusione della monotonia. Poi, senza preavviso, avviene l’ineluttabile trasformazione indotta da quella che, per accidia mentale, chiamiamo causalità. Soggiogato da un’inspiegabile rivolgimento interiore, mi affaccio alla finestra sperando che, come sempre, lei passi. Mi basta seguirla con lo sguardo mentre si avvia al mercato e attendere il suo ritorno. Da qualche settimana è questa la mia occupazione mattutina, mentre di pomeriggio mi metto alla ricerca del pollo – a volte sono due – che contribuirà, a sua insaputa, al mio sostentamento. Il guadagno, netto ed esentasse, si aggira intorno ai cinquanta e i centocinquanta euro al giorno; le variabili sono diverse e complesse e spaziano dalla tipologia della vittima (casalinga, studente, professionista) alla caratteristiche ambientali (luoghi affollati, presenza di telecamere di sorveglianza o, peggio, di forze dell’ordine). Ormai ho il polso della situazione e mi adagio in questa redditizia routine.

 

25 agosto

Amo definirmi conservatore. Lo sono politicamente perché l’ordine mi ha sempre affascinato: ognuno al suo posto secondo una gerarchia fissa e indiscutibile. Le masse devono essere guidate da un leader dalla moralità adamantina che cacci a calci in culo tuta la marmaglia extracomunitaria. E questo è un punto. Sul fronte del risparmio sono ultraconservatore: spendo poco o nulla. Il termine tirchieria mi è incomprensibile. Sono parco, parsimonioso e abitudinario. Tutto ciò che ho messo da parte mi serve per ricordare che nulla si ottiene senza sforzo e che l’accumulo non è altro che l’affermazione della mia presenza in questa vita. Le elucubrazioni però non portano in nessun luogo, devono essere bilanciate da un’azione che ne stemperi la morbosità. E così mi sono deciso: oggi la seguirò con discrezione e, spuntando da un androne, la aiuterò a portare i sacchetti della spesa. L’approccio, me ne rendo conto, assomiglia ad un espediente adolescenziale e considerato che quella fase l’ho superata da tempo, comincio a nutrire qualche dubbio sull’effetto sorpresa. Ma le donne, si sa, ci lasciano fare, sorvolando su quegli aspetti infantili che ci accompagnano fino alla vecchiaia. Assunta potrebbe mostrarmi condiscendenza, assecondando il mio gesto galante. E poi….meglio non correre troppo.

 

 

 

 

28 agosto

Sono ormai due giorni che mi apposto in antri semibui per tentare di incrociare fortuitamente la donna che mi inquieta. Sono regredito, gioco a nascondino da solo. Indago, semino interrogativi in giro tra la gente del quartiere come se stessi parlando delle condizioni metereologiche, giusto per perdere tempo. Nessuno risponde a tomo. Nessuno sa niente. Sembra scomparsa. Da quarantotto ore e una manciata di minuti non ho sue notizie. Dal fratello, neanche a parlarne: va a finire che si impressiona, interpreta male e da una domanda innocente si rischia di precipitare in equivoci che minerebbero un rapporto che stenta a nascere. Gennaro è un sofista, gira e rigira intorno a un argomento, lo infarcisce di metafore tratte da un prontuario criminale e infine ti chiede: “Adesso hai capito?”. E sì. Gennà, mica mi stai spiegando la Divina Commedia! Lo penso ma non glielo dico, è un uomo saldo nei suoi principi – rozzi, elementari – che materializzano un universo dominato dalla sopraffazione, dall’inganno e dalla violenza. Lo assolvo solo come futuro cognato.

 

29 agosto

Come Lazzaro risorto, il terzo giorno è uscita dal portoncino del palazzo senza che nessuno la esortasse: così, spontaneamente, ha ripreso le sue occupazioni quotidiane, ripetitive e ossessive. Casa spesa, spesa casa. “Buongiorno” – la saluto, dall’alto della mia finestra, quando la vedo rientrare. Lei alza la testa: “Ma che ci fai tutto il giorno affacciato? Non tieni niente da fare?”. In altre circostanze sarei sprofondato, annegato nella vergogna, ma il suo appunto è divertito, provocatorio. La attendo sul ballatoio e, mentre la osservo a frugare nella borsa in cerca delle chiavi, mi perdo in un sogno ad occhi aperti: noi due che passeggiamo, parlando di inutili sciocchezze. In questo filmetto rosa che mi frulla in testa non c’è sonoro, ma non ha importanza. Mi basta una breve sequenza per alimentare un desiderio. “Uè, ti sei imbambolato?”. La mia musa mi trascina di nuovo giù, costringendomi a scervellarmi nella ricerca di un approccio amoroso che non risulti banale. “Vieni, dammi una mano a portare questa roba dentro”. La seguo e, mentre lei si destreggia tra frigo e credenza, prendo coraggio: ”Sei stata poco bene? E’ da un po’ che non ti vedo”. Si ferma di colpo, prende una sedia e mi si piazza di fronte: “Pensi che sono scema? Che non ho capito che giri e rigiri ma non ti fai avanti? Quanto vuoi far durare questa specie di corteggiamento?” E sì, mi ha spiazzato. “Ma io….” – biascico in cerca di un filo per riannodare un pensiero sensato. “Mario”, mi prende una mano con dolcezza, “non sei più un ragazzino, devi essere più determinato, devi osare. Non basta frequentare un po’ di monnezzella sparsa davanti al bar per essere un uomo”. Si avvicina, mi sfiora le labbra con un bacio. “E adesso vai che tengo da fare” – mi dice congedandomi all’improvviso. Mi ritrovo davanti alla mia porta, osservo la targhetta con incisi nome e cognome e sotto, comparsa dal nulla, una frase: “Si proprio nu pesce pigliato ca’ botta”.

 

 

 

 

 

 

29 agosto notte

Tutto diventa sempre più chiaro. Stravaccato sul divano, visualizzo il quadro sinottico con qualità e accidenti che dovrebbero fare di me un uomo. Tirate le somme, credo che difetti dell’elemento emotivo anche se avverto che qualcosa si sta sciogliendo per effetto dell’innalzamento della temperatura corporea. Un magma che mi ribolle dentro solo a vederla: una testa ricciuta, zigomi alti e un po’ di pancetta per confermare che la perfezione ce la costruiamo da soli, senza i suggerimenti dei guru della moda o, peggio ancora, degli apologeti dell’anoressia. Qualcosa si è manifestato, un sentimento in embrione che adesso sta a me nutrire. E’ inutile che mi metta ad elaborare strategie e stratagemmi per incontrarla di nuovo: ora ho le chiavi, non sono costretto a forzare alcuna serratura. Debbo tirarla fuori dalla melma in cui siamo cresciuti, allontanarla dalla corruzione che qui, senza che te ne accorga, consuma corpo e anima. Gennaro continuerà con le sue magagne che lo faranno infognare sempre di più. Lui non rientra nei miei progetti futuri. Per il momento è solo un leggero fastidio simile a una caccola che, per pigrizia, lascio lì dove si è formata.

 

10 settembre

Se decido di andare a cinema, preferisco vedere film d’azione. Mi immedesimo nel protagonista per sublimare il residuo di aggressività che sopravvive in me da quando ho conosciuto Susetta. Assunta, rimpicciolita solo formalmente, preferisce farsi chiamare così. Lei non ama le scene cruente, sogna storie a lieto fine ed è per questo che mi rassegno ad assistere a proiezioni imbastardite: risse senza feriti e sparatorie senza morti, il tutto condito da schermaglie amorose che nell’epilogo si ricompongono in un quadretto idilliaco. Ma anche così va bene: rinunciamo entrambi a qualcosa.

 

15 settembre

Me l’ha messa in tasca mentre gustavamo un caffè al bar “Centrale” raccomandandomi di raccoglierne i benefici effetti prima di andare al lavoro. Sulle prime, sovrappensiero, ne ho solo considerato la consistenza dall’esterno del jeans – quella di una caramella morbida, forse gommosa – per poi dimenticarmene, distratto dalla sua logorrea. Pasquale, da incorreggibile vanesio qual è, mi racconta di avventure rocambolesche di cui lui è invariabilmente il protagonista, relegando al ruolo di comparse anche i suoi più cari amici. E parla, straparla, sorvolando sulle più evidenti incongruenze della narrazione le cui vicende, inverosimili sin dall’inizio, riguardano sempre personaggi malavitosi, piccoli conflitti a fuoco o perquisizioni durante le quali le guardie non riescono mai a trovare quello che cercano. Il repertorio contempla anche bravate da commedia all’italiana: abbuffate in ristoranti di grido con fughe alla chetichella. Un buontempone sempre con la battuta pronta che nel suo lavoro, però, non lascia trapelare alcuna vena burlesca. Ai clienti abituali lascia un numero di cellulare che provvede a cambiare ogni settimana, così come – da tipico paranoico –fissa appuntamenti in luoghi affollati; non è mai puntuale, o meglio lo è, perché prima deve ispezionare la zona, verificare se ci sono personaggi sospetti, perfetti sconosciuti che possano a sorpresa condurlo al più vicino commissariato. La merce, selezionata e dosata secondo le richieste degli acquirenti, compare nelle sue mani come un coniglio dal cilindro di un illusionista. Di Pasquale mi fido, pondera ogni gesto anche quelli che sembrano istintivi. Debbo solo fare attenzione a che non prenda il sopravvento.

 

15 settembre primo pomeriggio

Il dono mi ha stupito. Un regalo inaspettato, segno che non mi conosce bene. Cocaina. Ho dissigillato la bustina e ne ho sparso il contenuto sul tavolo della cucina chiedendomi quale fosse il passo successivo…. Dalla memoria sono emerse, in una successione di ricordi eterogenei, tutte le scene di film in cui qualcuno, non importa chi, è alle prese con l’assunzione della polverina. (A dire il vero, il primo a venirmi in mente è stato Al Pacino in Scarface). Ho preso la tessera sconto del supermercato – in mancanza del bancomat – per ridurne la consistenza grumosa e ho formato una striscia di pochi centimetri perpendicolare al piano d’appoggio. Dopo quest’operazione meticolosa sono stato assalito da un dubbio sul formato della banconota da usare: quella da cinque o da venti? Ho optato per la seconda ipotesi. In fin dei conti non si tratta di spenderla ma di utilizzarla. Ho tappato la narice destra, infilato la cannuccia cartacea in quella sinistra e ho inalato la coca, seguendo un percorso dal basso verso l’alto. Nonostante il rispetto del protocollo non scritto dei tossici che descrive le modalità corrette di consumo della sostanza, sono rimasto deluso dai suoi effetti iniziali. In gola un gusto amaro, da reflusso gastrico. Poi null’altro. Nell’arco della mezz’ora successiva mi sono dovuto ricredere: una smania euforica mi ha spinto fuori casa. Non sapendo cosa fare ho camminato fino in centro, vagamente intenzionato a lavorare ma incapace di concentrarmi. Un interesse passeggero verso gli altri che scompariva non appena uscivano dal mio campo visivo.

 

16 settembre

E’ innegabile che l’uomo tende, irretito anche dalle religioni, a rifuggire dalla realtà, a cercare dimensioni trascendenti che lo liberino dalla miseria di questa vita seguendo un cammino spirituale tortuoso e accidentato. Per accelerare il processo e trovare scorciatoie ci si accontenta di “uscire fuori” solo per qualche ora accorgendosi, al ritorno, che nulla è cambiato. Ecco cosa vorrei spiegare a Pasquale: che mi ha fatto perdere solo tempo.

 

18 settembre

Mi sono svegliato all’alba. Da adesso e fino a quando ce ne sarà bisogno, mi atterrò ad una rigida attività di sorveglianza. In primo luogo annoterò orari di uscita e di rientro, scartando le assenze di poche ore; poi, con una meticolosa analisi statistica, risalirò ai periodi che mi interessano: quelli durante i quali Susetta si eclissa per quasi tutta la giornata. Dove va, cosa fa…. Mi ci vorrà del tempo, ma conto di impiegarci non più di due mesi. Ho scartato l’ipotesi di chiederglielo direttamente perché mi sembrerebbe di sconfinare nell’ultima area privata della sua vita. Non sono geloso, sono curioso. E’ passato troppo poco tempo per ipotizzare una relazione extra…. Extra cosa? Non siamo sposati. Il nostro è un rapporto da fidanzati under 40 che si rintuzzano ancora come due quindicenni, per superare i rispettivi imbarazzi. Lei è una perfetta donna di casa, rassegnata – forse – ad accudire un fratello che non vuole rinunciare alla servitù di una governante dimessa e senza pretese. Ed io, ultimo arrivato, cerco di incunearmi in questo rapporto morboso, per spezzarne il legame.

 

 

 

23 settembre

“Me lo tieni per qualche giorno?”, e mi ha consegnato un pacchetto rettangolare di cartone, dal contenuto sconosciuto e blindato con numerosi giri di nastro adesivo. Con il suo atteggiamento da cospiratore, accompagnato da un immancabile ghigno ebete, Gennaro mi indispone. Eppure non so dirgli di no. “E si potrebbe sapere cosa c’è qui dentro?”, ho azzardato. “Niente di compromettente. E allora?”. E allora l’ho preso, ho salutato con un cenno della mano e, senza aggiungere altro, sono andato via. L’oggetto sconosciuto è sul divano: lo osservo, lo sposto, lo capovolgo, lo comprimo tra due dita alla ricerca dei vuoti indispensabili a farmi intuire una forma. Inutile, è compatto come un mattone. Rimugino, cercando di mettere a fuoco un’ultima strategia investigativa. Un baluginio dell’intuito mi suggerisce di utilizzare la bilancia alimentare per aggiungere un altro tassello a questa indagine che somiglia sempre di più ad un quiz televisivo. Il peso, come tutti gli altri elementi raccolti, è ininfluente: poco più di un chilo. Ma vaffanculo!

 

24 settembre

La “caccia al rom” è un passatempo che coniuga la natura ludica dello sport ad una necessità stringente, quella di creare un cordone sanitario virtuale attorno ai quartieri popolari. La profilassi, per chi vive nei terranei, è semplice: tenere pulite le immediate adiacenze della propria abitazione, spazzando e detergendo la strada con abbondanti dosi di disinfettante (la creolina è stata di recente sostituita con prodotti dal profumo più gradevole). Si evitano così le incursioni di ratti e si contengono quelle delle blatte. Per le bestie rumene questa ragionevole autogestione igienica è incomprensibile; escono a coppie, a volte anche singolarmente, dai loro campi cloaca armati di stecche d’acciaio uncinate, facendo scempio dei sacchetti raccolti negli appositi contenitori dei rifiuti. Rovistano alla ricerca di oggetti o indumenti da riciclare per poi rivenderli a quelli più pezzenti di loro. Da tali premesse nasce lo spasso. I giocatori, ragazzi dai tredici anni a salire e in numero non inferiore ai quattro partecipanti, si muniscono di guanti di lattice e appena individuano il soggetto adatto si avvicinano di soppiatto, agguantano le caviglie dello zingaro ribaltandolo nel cassonetto e chiudendone il coperchio, impedendogli di uscire. I tempi di segregazione variano dai dieci ai venti minuti, durante i quali si provvede alla distruzione del carrellino – ausilio indispensabile di queste monnezze che raccolgono monnezza – e se ne occultano i resti. Quando dall’interno del cassonetto non viene opposta più resistenza, quando cessano i sussulti per liberarsi, la squadra si disperde.

 

26 settembre

“Tu a me mi devi comprendere, non posso spiegarti sempre tutto. Se no la fiducia dove va a finire?”. Con queste sue lezioni di vita, con le sue perle di saggezza distribuite a mio esclusivo beneficio, Gennaro sta esagerando. Solo adesso mi ha rivelato di avermi lasciato in custodia una Beretta calibro 9 completa di munizioni. “Non volevo che ti impressionassi”, si è giustificato “ho dovuto fare un favore a un amico e io non posso permettermi di rischiare, la polizia mi sta addosso”. Nulla eccepire, il ragionamento fila. Solo nella sua testa, però. “Il rischio che ti ho fatto correre è relativo, a te quelli del secondo distretto neanche ti conoscono”. Non so se offendermi o rallegrarmene. Certo è che sto cominciando a preoccuparmi.

 

28 settembre

Con tre colpi al torace e quello di grazia alla testa, si è conclusa la non tanto brillante carriera di Gigino ‘o cammello, soprannome affibbiatogli per la sua postura curva quasi da gobbo. A dire il vero, Gigino ogni tanto si raddrizzava con un immane – immagino – sforzo della volontà, per poi ricadere rassegnato nella posizione originaria. Le sue spalle erano diventate, per la nostra cultura scaramantica, un oggetto di culto: tutti a toccargliele, simulando un saluto, un gesto d’affetto. Lui lo aveva capito e lasciava fare ma, ogni tanto, magari perché si era svegliato storto, si liberava stizzito dal finto abbraccio. E’ morto per aver tentato di negare, con un moto d’orgoglio, il suo handicap. Ha alzato troppo la testa. Nato come piccolo spacciatore, ha allargato il suo giro d’affari fino a stringere accordi con fornitori legati a famiglie concorrenti a quelle che dettano legge nella nostra zona. E fin qui nulla di strano, un classico regolamento di conti. L’anomalia, conseguenza di una colpevole leggerezza, è emersa grazie alla mia complicità. Non avrei dovuto prendere nulla in consegna, tantomeno un involucro anonimo.

 

29 settembre

Susetta ogni tanto sembra sul punto di confessarsi: mi racconta di episodi della sua vita secondo uno schema da parabola ed io mi perdo nel ricercarne il significato. Si esprime un po’ come il fratello, caricando enfaticamente ogni frase e sottolineando i passaggi cruciali dei suoi ragionamenti. Dove vuole andare a parare, in questi momenti, non l’ho ancora capito. Oggi mi ha parlato dell’importanza degli affetti familiari, della tolleranza che bisogna mostrare verso i propri consanguinei, anche quando commettono degli errori. “Perché a noi ci sono rimaste poche certezze – ha spiegato – e se cominciamo ad avere dubbi anche su chi ci sta più vicino, possiamo considerarci dei falliti”. Per quanto mi riguarda, tenendo conto che ho sempre più solo di un cane abbandonato, queste argomentazioni fanno più di una piega; ma non ho replicato. Per mia fortuna, dopo aver veleggiato nelle acque torbide della retorica, Susetta si ricompone e ritorna ad essere la donna diretta e pragmatica che mi ha conquistato, che ha aperto un piccolo varco nella ripetitività della mia vita.

 

5 ottobre

L’andazzo non è dei più promettenti. Il mio appartamento è diventato il deposito, seppurtemporaneo, di armi e droga. E Gennaro si è trasformato da intermediario a garante: non viene più di persona a consegnarmi quanto mi tocca custodire. Mi manda direttamente personaggi – e che tipi – che a suo nome mi pregano di “mantenere” per qualche ora, spesso per mezza giornata, articoli fuori dal commercio ordinario: Provo e riprovo a ricordargli che, sebbene io non sia il ricercato numero uno, prima o poi qualche informatore della polizia riferirà che da me ci sono movimenti sospetti; e soprattutto che non sono disposto a finire in una cella facendo solo la comparsa. Ma lui niente, cerca solo di tranquillizzarmi, insistendo sul fatto che da noi non è successo mai nulla grazie a un sistema di sorveglianza a cui non sfugge nulla. Ma io continuo ad essere paranoico. Esco di casa e mi guardo intorno, anche sarebbe più logico essere attento quando ci sono, dentro; mi scervello alla ricerca di nascondigli a prova di perquisizione, pur sapendo che ad un’indagine accurata effettuata con metodi poco ortodossi, salterebbe fuori anche l’ultimo scarafaggio rifugiatosi, per disperazione, dietro il battiscopa dello stanzino. Mi rassegno e l’assecondo. Con gli ottusi si perde solo tempo.

 

18 ottobre

Oggi festeggio. Le notizie inaspettate mi catapultano in un’atmosfera celebrativa. Per puro caso sono venuto a conoscenza dell’esistenza di un secondo fratello, Alfonso – detto Fofò Batman – che, alla stregua di un supereroe dimezzato, si è immolato per difendere non la vita ma solo l’onore di un unico “debole” individuo: sua sorella. Una battaglia privata del suo valore simbolico, ingaggiata da un ragazzo poco più che ventenne fuorviato da principi che ne hanno decretato la condanna. Venti anni, di cui otto già scontati, per un omicidio forse evitabile. La vittima che aveva avuto l’ardire di circuire e sedurre Susetta, dopo aver raggiunto il suo scopo si era volatilizzato, pago della conquista. Intanto Fofò organizzava in perfetta solitudine, senza confidarsi con nessuno, la propria personale vendetta. Sua sorella, dopo la morte di entrambi i genitori, si era sostituita alla figura materna e si assicurava che Batman, nel suo impeto giovanile, non combinasse guai. Purtroppo l’ambiente aveva già modellato il soggetto, determinandone il carattere. A quindici anni Fofò era in grado di trasformare una pistola giocattolo in un’arma letale usa e getta: solo pochi colpi per sparare e poi il revolver diventava inutilizzabile. Per cancellare l’onta che aveva macchiato la reputazione immacolata di Susetta si era procurato, per poche centinaia di euro, una Beretta con matricola abrasa e con un meticoloso lavoro di intelligence era riuscito a rintracciare l’”infame” scoprendo che si trattava di un semplice operaio con moglie e due bambini.. Accecato da un risentimento che non riusciva a mitigare, Batman – contravvenendo agli obblighi morali imposti dal suo soprannome – aveva azzerato, con una manciata di proiettili, i sogni di un aspirante latin lover.

 

19 ottobre

Quando tento di rievocare questa storia con Assunta per approfondirne i contorni morbosi, mi rendo conto di aver commesso un imperdonabile errore. “E come ti permetti di venire a spiare nella mia vita?” – mi apostrofa – “Un rapporto normale non ti sta bene eh?! Ti devi per forza intrigare di fatti che non ti riguardano?”. Una furia, non so in quale altro modo definirla: la donna di cui mi sono invaghito mi preclude l’accesso alla sua storia personale, alza una barriera, e mi lascia interdetto. “E’ stato Gaetano a raccontarmi tutto” – mi giustifico- “non credevo ne facessi una tragedia. E poi, per quanto tempo pensavi di tenermelo nascosto?”. La capisco, Susetta. Vorrebbe replicare ma le parole le muoiono sulle labbra, tanta è l’agitazione che la fa girare a vuoto nell’angusto perimetro della cucina. Poi finalmente si siede, si copre il volto con le mani e comincia a piangere. E adesso che faccio? Di fronte alle lacrime, quelle vere, mi sento impotente; mi riprendo da una temporanea paralisi e le poggio il braccio intorno alle spalle, per consolarla….ma l’effetto è devastante: “Vattenneeee!!!”, mi urla. L’eco, la potenza vocale mi spinge, come trasportato da una rabbiosa folata di vento, verso la porta d’ingresso. Meglio rimandare tutto a domani.

 

 

 

 

 

 

20 ottobre

Se credi di aver capito tutto della donne, sei sulla strada sbagliata. L’ho scoperto dopo una notte passata quasi in bianco. Mentre mi arrovellavo per trovare una soluzione pacifica a un’incomprensione nata da un equivoco, lei mi ha spiazzato. Come se nulla fosse successo, mi ha trascinato in una passeggiata, “solo per prendere un po’ d’aria” – ha precisato. Mi ha tenuto stretto per tutto il tragitto, tanto da farmi preoccupare per la mia incolumità (non si sa mai, la rappresaglia ti colpisce senza avvisaglie). Poi ho capito che si trattava del tentativo di chiarire il percorso accidentato del fratello, caduto in una buca dalla quale non ne era ancora uscito. “Alfonso non è mai cresciuto veramente – mi ha spiegato – ha subito l’influenza negativa di questo quartiere. La gente di qui è miserabile dentro e non lascia scampo a chi non sa difendersi. E’ stato per questo che Fofò è stato costretto a recitare la parte del cattivo: per proteggersi senza lasciar trasparire nessuna debolezza”. Non dico che mi ha convinto, ma almeno sembra sincera in questo suo panegirico. “Gennaro non si è mai preso cura di suo fratello, lo ha abbandonato al suo destino perché sosteneva, e ne è ancora convinto, che per strada o sei vittima o carnefice. Anche quando ha ucciso, non sono riuscita lasciarlo solo e, ancora oggi, sento di essere in debito con lui”. Ed è per questo che almeno una volta a settimana gli fa visita in carcere, lo sostiene con parte dei proventi dell’attività non proprio trasparente di Gennaro e lo rassicura sulla possibilità che prima o poi godrà di qualche beneficio di legge per la riduzione della pena. “Mi piacerebbe che anche tu lo conoscessi – mi dice Susetta – gli ho parlato di te”. Attenzione Mario, qui le cose si mettono male.

 

21 ottobre

Cento e passa chili, una balena spiaggiata lungo la strada principale che porta alla stazione, sempre affollata di indigeni, turisti e nullafacenti. Non posso non notarla: è distesa su un tappeto di cartoni e occulta le sue oscene rotondità con un piumino leggero. Non è una mendicante comune. E’ un monumento vivente, un riferimento toponomastico; mi distoglie per pochi minuti dai pensieri cupi che da stamattina mi stanno avvelenando la giornata. Sento che sto subendo una mutazione, una metamorfosi che mi appiattisce, che mi rende sempre più simile a coloro che ho sempre odiato. Mi aspetto da un momento all’altro anche una trasfigurazione che riversi nei tratti somatici la grettezza del mio animo.

 

5 novembre

Lo sfogo di Susetta sembra aver ancorato il nostro rapporto a più solide basi. L’andirivieni fra il mio e suo appartamento sta diventando sempre più frequente: una spola a prima vista senza senso, il cui ordito sfugge solo a chi osserva dall’esterno. Gli spostamenti sono accompagnati anche, e soprattutto, da microtraslochi: soprammobili e ninnoli che depauperano la sua casa, arricchendo la mia; indumenti riservati alle prossime grandi pulizie primaverili; uno spazzolino lasciato con noncuranza nel bicchiere in bagno. Ci stiamo avviando verso una progressiva uscita dalla clandestinità nella quale, però, nessuno ci ha costretti. E’ solo una sorta di imbarazzo verso Gennaro che osserva e tace, che non si pronuncia sulla relazione amorosa della sorella e non si sbilancia esprimendo un giudizio favorevole o un’aperta disapprovazione. E’ semplicemente indifferente. Meglio così, mi evita di imbastire discorsi impegnativi su un futuro che è prossimo a coincidere con il presente. Posso forzare le mie previsioni fino a un massimo di tre giorni, poi mi arrendo, abbandonandomi alla fatalità del caso. Nelle questioni di cuore è meglio non impelagarsi in progetti a lunga scadenza.

 

8 novembre

Mi hanno buttato giù dal letto all’alba. Alle 4.50 con tre lunghe scampanellate mi hanno segnalato la loro presenza. Prima di aprire la porta ho sbirciato giù in strada e ho capito: due auto dei carabinieri per una perquisizione che mi ha sorpreso senza sconvolgermi. Li ho fatti accomodare e per quasi un’ora hanno messo tutto sottosopra, ricreando quel caos primigenio dal quale si è sviluppata la vita nell’universo. Hanno proceduto seguendo un protocollo da fiction, svuotandomi prima l’armadio, poi tutti i cassetti e, alla fine, si sono dedicati alla ricerca di piccoli vani nascosti, di qualche doppiofondo creato ad arte. Nulla. Non avevo niente in custodia. Susetta è passata in tarda mattinata per darmi una mano a riordinare. “E’ stato meglio che sono venuti – ha detto – così almeno ti sei tolto il pensiero”. Sì, ho estirpato un pensiero impiantando domande: perché proprio da me? E se è stato ottenuto un mandato, in base a quali sospetti è stata rilasciata l’autorizzazione? Cercavano qualcosa in particolare? Di cosa debbo preoccuparmi? Di non apparire troppo allarmato, questo è certo. E mi convinco che non è successo niente.

 

12 novembre

Il blitz delle “guardie” sta sortendo i suoi effetti. Il mio appartamento viene considerato come un’area bonificata dove è possibile far transitare merci da ridistribuire sul mercato, pagando una congrua cauzione per il deposito. I passaggi sono veloci ed il rischio minimo. Due volte a settimana ospito i ragazzi di Michele ‘o barone – boss in ascesa nel traffico degli stupefacenti – che, armati di bilancino, confezionano dosi di coca e hashish. Per il disturbo, ottocento euro al mese. Il nuovo business lo gestisco in autonomia, riconoscendo una piccola percentuale a Gennaro quando mi propone nuovi clienti. E’ meglio tenerselo buono il cognatino: invidia e gelosia spingono alla delazione e una seconda visita dei tutori della legge vanificherebbe tutti i miei sacrifici da imprenditore rampante. Ho deciso di abbandonare per qualche tempo la mia attività primaria i cui rischi sono inversamente proporzionali ai benefici economici. Adesso occorre mantenere un profilo basso, depistando ogni potenziale indagine che mi riguardi.

 

25 novembre

Assieme alla lingerie i trasferimento è terminato. Adesso possiamo considerarci una coppia, non ancora di fatto, ma che si avvia ad esserlo. Ora Susetta cucina per me, è una perfetta padrona di casa che ha avocato a sé tutte le incombenze del ménage familiare. Mi ha collocato su un piedistallo a mia insaputa ed io da lassù, da quell’altezza solitaria, osservo e annuisco soddisfatto. Ho sottratto a Gennaro la sua ultima risorsa umana assicurandogli, però, i benefici residuali di quanto ha perso: un pranzo in comune e null’altro. Non mi è mai stato simpatico, mai andato a genio con il suo atteggiamento da mammasantissima decaduto. Ho aspettato paziente che la ruota della fortuna girasse a mio favore. Ora gioisco per il suo tracollo, anche se lui non manifesta alcun cedimento emotivo. Sopravvive millantando l’appartenenza a un sistema criminale ignorandone però i meccanismi che potrebbero emanciparlo dalla sua condizione di eterno principiante.

 

10 dicembre

Con tutta la “roba” che gira in casa è inevitabile che mi lasci travolgere dalla tentazione. I microscopici residui del taglio, che di solito finiscono nella spazzatura, sono diventati scarti da collezione. Alla fine di ogni sessione di confezionamento del prodotto, nel rimettere in ordine il tavolo di lavoro, seleziono e conservo in due piccoli contenitori sia la coca che il fumo. Gli uomini del Barone non prestano attenzione a queste inezie, loro badano solo alle quantità commerciabili. Più volte mi hanno pregato di accettare un regalino, così, giusto per tirarmi su. Ho sempre rifiutato perché non voglio espormi inutilmente quando, ancora adesso, sono impegnato solo nella raccolta e non nel consumo. Le quantità che ho accumulato sono minime per una potenziale incriminazione e non sono sufficienti per godere degli effetti della loro assunzione. Sono in una terra di mezzo, non arretro e non procedo: questa situazione di stallo mi sta uccidendo.

 

21 dicembre

Kamal, moglie e due figli adolescenti, ha risparmiato e sofferto per inaugurare – dopo anni di privazioni, imbrigliato a un carrettino di spezie – un’attività tutta sua. Un buco per vendere prodotti di nicchia, riservati ai suoi connazionali indiani e ai rari estimatori della cucina etnica. Pochi minuti e il suo sogno è andato in fumo. Nel pomeriggio ci siamo procurati la tanica di benzina, un piede di porco e alle tre e dieci eravamo davanti al suo negozietto. Nicola ha forzato la debole saracinesca di quel tanto da consentire a Ciccio di sversare all’interno del locale illiquido infiammabile; io ho completato l’opera lanciandolo, acceso, un astuccio di fiammiferi minerva. Siamo rimasti lì, inebetiti e affascinati, per pochi minuti. Poi, dopo una breve corsa, abbiamo ripreso un passo regolare, come tre amici a passeggio di ritorno da una serata godereccia. Kamal sapeva che questo poteva accadere o avrebbe dovuto aspettarselo. La richiesta estorsiva era ragionevole, proporzionata ai suoi guadagni. Ma lui niente, si è impuntato dimenticando che l’egoismo è un lusso che gli immigrati non possono permettersi. La mia partecipazione disinteressata – mi considero un battitore libero –è servito a riequilibrare il livello di adrenalina, sceso a livelli preoccupanti. Quando mi è stato proposto il lavoro ho glissato sul compenso, evitando di precisare che l’incarico rappresentava un regalo inaspettato.

 

22 dicembre

Come ammaliato da un sogno ad occhi aperti, rivedo le fiamme e avverto solo pace. L’atmosfera natalizia è un corollario superfluo per il mio benessere spirituale: sono tranquillo solo quando mi sento bene. In questo stato di leggerezza interiore sono sceso per dare un’occhiata ai danni che abbiamo prodotto e ad ascoltare i commenti dei curiosi, il resoconto fantastico dell’incendio. Le versioni sono, come prevedibile, discordanti e ammantate da un mistero fittizio buono solo per giustificare il riserbo necessario per sopravvivere in questo suk. Tutti parlano ma non dicono niente. Nicola mi affianca: “E dai, prendili!”. Mi mostra un mazzetto di banconote, niente di quantificabile. Come faccio a spiegargli che sta perdendo tempo?

23 dicembre

Ho tutto ma non posseggo nulla. Sono più che benestante e conservo ogni euro illegalmente guadagnato al sicuro tra, e più di frequente, nelle mura domestiche. Al conto in banca, che mi condannerebbe al ludibrio della agenzia delle entrate – sempre pronta a fare la cresta sul denaro degli altri – ci ho rinunciato. La liquidità di cui dispongo è occultata ad arte, distribuita in anfratti la cui mappatura è nota solo a me. Neanche Susetta sospetta dell’esistenza di tanti nascondigli, scovati per sopravvivere alle incursioni del fisco. A lei cedo, così com’è d’uso in una sana economia familiare, una congrua sommetta settimanale per le spese correnti, più un bonus quando le entrate superano le mie aspettative. Pago solo quando è strettamente necessario: nel caso delle utenze domestiche non posso sottrarmi ma per tutto il resto mi affido la mio status di disoccupato. Per giustificare la mia sopravvivenza materiale ho investito poche centinaia di euro in chincaglieria, quella che in genere si rifila ai turisti; l’ho messa a deposito, diventando così un venditore abusivo virtuale. La proprietà, la sicurezza che discende dal possesso è solo un sogno destinato a nutrire menti deboli. La coazione a spendere, accompagnata da un esibizionismo senza controllo, è letale per chi è costretto a dissimulare una ricchezza che non può giustificare. Ai miei soci d’affari lo ripeto ogni volta che li vedo sfilare, vanesi, nel loro abbigliamento kitsch o quando si mettono alla guida di auto e moto il cui valore è pari al reddito medio annuale di un funzionario statale. Non hanno capito che sono bestie d’allevamento: marchiate, controllate e rinchiuse nel loro recinto.

 

24 dicembre

Fofò ha presentato istanza al direttore del carcere in cui è detenuto per un colloquio, per conoscermi. Mi sfugge il motivo di tanto interesse anche se credo dipenda dal mio curriculum vitae, infiorato ad arte da Susetta, fan sfegatata del sottoscritto. Se ripenso alla storia di Batman, divenuto mio parente acquisito, non posso che biasimare un comportamento troppo ingenuo anche per la sua giovane età. La domanda è una formalità, sarà sicuramente accolta perché nella strategia complessiva della riabilitazione di un detenuto, l’aspetto della socializzazione è fondamentale: non solo quello che riguarda i rapporti con i compagni di sventura, ma anche l’altro – di valore affettivo – relativo alle interazioni filtrate con l’esterno. Susetta mi racconta che Fofò è cambiato, ha stemperato l’aggressività con una sorta di precoce saggezza. Lettore onnivoro, è benvoluto da tutti perché trova sempre una soluzione, una risposta nella confusione generale di quelli che non riescono neanche a formulare una domanda. Gli agenti di custodia hanno per lui un occhio di riguardo e lo rispettano, ipnotizzati dal suo carisma. Alla sorella, come “spesa” aggiuntiva mensile chiede ad ogni scadenza tre libri, mentre quel che rimane del pacco lo divide con i suoi compagni di cella. In cambio, questi ultimi, non lo disturbano quando lo vedono immerso e perso nelle pagine di un romanzo o di un saggio. Recluso fuori dal comune, Fofò vive in un mondo tutto suo; e sarà da questa dimensione che mi ha fatto recapitare una missiva, poche righe, che ho interpretato come una lettera di presentazione: “Non può affrontare la lotta con grande sicurezza di sé l’atleta che ancora non abbia i lividi delle percosse: chi ha visto il suo sangue e ha sentito rompersi qualche dente sotto i pugni; chi, atterrato con uno sgambetto, ha dovuto sopportare in tutto il suo peso il corpo dell’avversario, ma non si è perduto d’animo, anzi ogni volta si è rialzato più deciso a resistere, costui ha maggiori speranze di successo nell’affrontare il combattimento”. Hai capito, Alfonsino….

 

25 dicembre

Il presepe, l’alberello, i regali da scartare, la sorpresa da simulare…. Ogni volta è la stessa storia. Da diversi anni, vivendo da solo, mi ero sottratto da questi rituali ossessivi che durante l’adolescenza mi facevano precipitare in una depressione vicina allo stato di pre-morte. L’agitazione insensata dei preparativi, l’ansia generata dal timore di essere in ritardo rispetto a una routine che si ripete invariata da sempre, la conta degli stessi invitati, la strenna e la rottura di palle che gravita intorno alla sua ricerca: ecco, tutto questo lo avevo archiviato, messo da parte e – con il passare del tempo – rimosso. E intanto, per effetto di una nemesi che ha scompensato invece di riequilibrare, mi sono ritrovato a vivere in un incubo. Dal quale, per fortuna, mi sono risvegliato nel pomeriggio quando ho saputo che Ciccio è stato coinvolto in un incidente stradale. A raccontarmi l’accaduto si è premurato Gaetano che, a sua volta ha attinto le informazioni da altri amici in comune, che lo hanno saputo da alcune persone presenti sul posto… il tutto in un crescendo di indeterminazione che mi ha esasperato: “Gaetà tu parli, parli ma non arrivi mai al punto. Si può sapere cosa è successo?”. “E che ti devo dire, so solo che si è accappottato con la macchina e adesso sta in ospedale tutto scassato”. Più chiaro di così…

 

25 dicembre sera

Solo per trovare la stanza ci ho impiegato tre quarti d’ora. Già all’accettazione del pronto soccorso ho temuto di arenarmi: di Esposito ricoverati ne avevano fin troppi. Tra i quattro Francesco presenti, siamo risaliti al mio amico quando ho descritto il tipo di sinistro, ma per giungere finalmente a destinazione mi è toccato far commuovere due guardie giurate che mi hanno concesso un’autonomia di venti minuti, parte dei quali li ho utilizzati sbirciando nelle camere alla ricerca di un viso familiare. Quando l’ho individuato, Ciccio non mi ha fatto una buona impressione: gamba destra in trazione, braccio sinistro ingessato e la faccia picchiettata da numerose escoriazioni. Sembrava dormisse, ma appena ha avvertito la mia presenza con una vocina da oltretomba mi ha salutato: “Uè Mario, hai visto come sto combinato? Mi sono salvato per miracolo, mi hanno tirato fuori da una Punto che sembrava una Smart”. E sì – gli ho risposto – ma come hai fatto, avevi bevuto?”. “Ma quando mai! L’incidente è venuto dopo, è stato una conseguenza”. “Due cornuti su un motorino – ha continuato – mi hanno affiancato e quello di dietro mi ha puntato una pistola addosso. E che dovevo fare? Ho accelerato, non so di quanto li ho distanziati, e alla fine sono andato a sbattere contro uno spartitraffico e la macchina si è girata sottosopra”.  – “E si è capito che volevano? Un tentativo di rapina?” – “Non lo so. Loro non hanno detto niente e io non gliel’ho chiesto”. Il problema di comunicazione con Ciccio è insormontabile. Reticente per natura e sospettoso per vocazione, si trincera dietro mezze verità, convinto di essere vittima di un complotto dalla trama complessa e dalle motivazioni oscure. Come si dice in gergo, un ingrippato doc.

 

 

 

 

 

 

26 dicembre

“Secondo me dietro a tutta questa storia ci sta ‘o barone – azzarda Gennaro – Ciccio continua a fare il cane senza padrone e Michele gli sta spiegando che deve rimettersi a cuccia”. Ecco, Gennaro è tutto qua: ogni frase una metafora tratta dal mondo animale, vegetale e qualche volta – quando entra nella parte – anche da quello inanimato. La sua è un’esibizione continua, una recita senza fine. Come sempre gira intorno a deboli argomentazioni e, pur di dire la sua, trasforma quelle che sono semplici illazioni in verità rivelate. Ciccio vende quel poco che gli consente di vivere in autosufficienza; non fa parte di nessun grande sistema di distribuzione, di una famiglia o di un clan in guerra per accaparrarsi fette di mercato. E’ solo, e lo è sempre stato, un innocuo piccolo spacciatore di quartiere. Resta da capire se la sua disavventura sia da interpretare come una intimidazione, la bravata di due ragazzini strafatti o un semplice scambio di persona. Di qualunque cosa si tratti, ci penserò e indagherò in questi giorni inutili, sprecati in festeggiamenti insensati.

 

6 gennaio

Alle tante merci in transito nel mio appartamento non ho mai prestato troppa attenzione. Lo so, dovrei conoscerne le natura, ma in sostanza ne controllo solo la movimentazione senza soffermarmi sull’oggetto in sé. Sono come un operaio addetto al controllo di un nastro trasportatore, preciso e routinario nella valutazione dei prodotti: solo quelli che presentano difetti di fabbricazione vanno presi in considerazione ed eliminati. Ed è per questo motivo che ancora non riesco a spiegarmi come mai il mio interesse si è concentrato sulle pistole: ogni qualvolta me ne affidano una, nell’osservarla, la mia immaginazione proietta un cerchietto rosso che la contrassegna e la cataloga in rapporto al modello, al calibro e alla precisione. Da quando Ciccio mi ha raccontato la sua disavventura, più che immedesimarmi nel suo ruolo di vittima mi sono calato invece nei panni del ragazzo che ha minacciato di sparargli, tentando di provare le sensazioni del giovane killer intento a giocare con un bersaglio mobile vivente. La letteratura poliziesca abbonda di simili personaggi; nel caso della mezzasega che ha solo spaventato il mio amico, credo che a renderlo euforico e a farlo sentire onnipotente sia stata la cocaina, senza la quale il coraggio non sarebbe venuto mai fuori. La manovalanza è scadente, inaffidabile e, soprattutto, sacrificabile. Lo sanno bene i caporioni che mandano allo sbaraglio adolescenti a cui tremano le mani e che per portare a termine un semplice lavoretto sprecano munizioni inutilmente, lasciando la gente nella convinzione che si tratti di feroci sicari. Possedere e utilizzare, all’occorrenza, un’arma è un privilegio riservato agli uomini di carattere. Come me.

 

11 gennaio

Ci ho pensato giusto il tempo necessario a produrre le referenze richieste, poi mi sono fiondato ad iscrivermi al poligono di tiro. Quando si è destinati a seguire una strada e il caso ci spinge in quella direzione, è inutile opporre resistenza. La struttura abusiva dove mi dovrò esercitare è in aperta campagna e il mio istruttore è un contadino-cacciatore con abilitazione, conseguita da autodidatta, all’uso e al maneggio di qualsiasi arma leggera. Le linee di tiro sono disseminate lungo vari sentieri protetti dalla folta vegetazione di un boschetto e sono al riparo, trattandosi di una proprietà privata, da occhi indiscreti. Nessuna preoccupazione neanche per il crepitio degli spari: le poche orecchie che ascoltano non hanno voce. Il corso prevede dieci lezioni durante le quali il mio maestro mi insegnerà le tecniche di smontaggio e rimontaggio di pistole di vario calibro, il posizionamento corretto, il giusto puntamento. In cima alle sagome che fungono da bersaglio si possono apporre, volendo, le foto di persone sconosciute o di personaggi famosi – così – tanto per condire con un pizzico di realismo le fasi operative dell’addestramento. Comincerò ad allenarmi con una calibro 22, arma leggera destinata all’uso sportivo, per poi progredire in un crescendo incontenibile fino ai revolver, cannoncini in miniatura. Mi sono ripromesso di non pubblicizzare la mia nascente passione per non ascoltare i commenti inappropriati da parte dei soliti invidiosi e per mantenere un profilo basso, indispensabile quasi quanto una polizza contro gli infortuni.

 

14 gennaio

Nicola mi ha fissato un appuntamento a casa sua con una telefonata dai toni sibillini, rifiutando di anticiparmi il motivo dell’insistenza con la quale mi chiedeva di essere preciso. Come d’accordo mi sono presentato alle 14, sperando che l’incontro si risolvesse velocemente o, quanto meno, non mi costringesse a saltare il pranzo. Appena varcata la porta d’ingresso sono stato catapultato in un ambiente asettico, ordinato, senza alcun oggetto fuori posto, come se fosse stato arredato e non ancora inaugurato, da una coppia di sposini prossimi al ritorno dal viaggio di nozze. “Vieni accomodati – mi ha detto sollevando la sedia, senza strisciarla come si fa di solito e riposizionandola dieci centimetri più dietro – debbo parlarti di un problema che mi sta facendo uscire pazzo”. “Uè Nico’, e così mi fai preoccupare – gli ho risposto, accennando un sorrisino da ebete. “Mario non mi sfottere…lo sai perché faccio il rapinatore?”. “No, non lo so. Istinto criminale?” Nicola ignora la mia battuta di spirito. “Ho iniziato per caso, trascinato e sostenuto dall’esuberanza dei miei quindici anni. In un primo momento non ho provato nulla, tranne lo sconforto di quando – al terzo colpo – mi hanno beccato cercando, inutilmente, di rieducarmi per un anno nel carcere minorile. Quando sono uscito ho ricominciato, da solo. Era un bisogno che dovevo ad ogni costo soddisfare e non mi interessava se gli amici partecipavano o meno. In un certo senso mi sentivo costretto a farlo”. Lo ascolto giocherellando con un posacenere e quando ne abbandono la presa, stanco del trastullo, lui lo rimette a posto, alla stessa iniziale distanza dal centrotavola. “Sei mesi fa ne ho parlato con il medico di famiglia – continua Nicola – e gli ho raccontato una mezza verità: che mi assillava il pensiero ricorrente di compiere rapine, senza che trovassi il coraggio di farle per davvero. Il dottore dapprima mi ha guardato stranito e poi ha concluso che avrei dovuto rivolgermi a uno psichiatra, mandandomi da un suo amico”. Qui mi sa che la storia va per le lunghe. “E allora?” – lo incalzo. “Ho scoperto di soffrire di disturbi ossessivo compulsivi. Lo specialista mi ha consigliato una terapia psicologica ma io non ho il tempo né la voglia di dire i fatti miei a un estraneo e così gli ho chiesto se ci sono delle medicine che mi possono aiutare. E lui ha pronunciato la parolina magica: Anafranil, un antidepressivo”. “Quindi adesso hai risolto il problema?” – gli chiedo. “Macché, semmai l’ho peggiorato. Derubo solo farmacie e ogni volta, oltre all’incasso, prendo una confezione del farmaco che tra l’altro non mi sta facendo neanche effetto”. Mi ha spiazzato e sono a corto di buoni consigli. Così lo saluto: “Non mi dire niente, ora mi informo anche io e vediamo se riusciamo a trovare un’altra soluzione”. E che gli dovevo dire? Che sta inguaiato?

 

 

 

17 gennaio

Sono disteso sul letto in attesa di essere vinto dal sonno che stasera tarda ad arrivare. Susetta già dorme da un’ora. Mi lascio trascinare da un vortice di pensieri insensati fatti di ricordi recenti mischiati a meschine aspettative sul prossimo futuro; questa è la mente ballerina che gira a vuoto e ti lascia in uno stato di inquietudine. E mentre indugio sugli ultimi avvenimenti della giornata, vedo un bagliore rosso-arancio che illumina la finestra e mi riporta alla mia infanzia. Oggi è la festa di Sant’Antonio Abate: dovunque ci sia spazio sufficiente, nugoli di ragazzini dopo averne fatto razzia, accumulano legna per alimentare il fucarazzo, il maxi falò che in origine rappresentava un rituale propiziatorio, scaramantico. Sento dei rumori strani, piccole esplosioni come di vetri infranti che mi incuriosiscono. Cosa avranno messo a bruciare nel grande calderone? La mia auto. Quando mi affaccio la vedo scoppiettare allegramente, avvolta dalle fiamme. Non reagisco come dovrei, dando in escandescenze, scendendo giù nel tentativo di spegnere il rogo. No, me ne sto lì a contemplare lo spettacolo, distaccato e rilassato, pronto a cadere nelle braccia di Morfeo.

 

18 gennaio

La carcassa annerita dal fumo assomiglia a un reperto museale, ma gli amici l’hanno scambiata per una salma. Da stamattina è un viavai di persone che si avvicendano per assicurarsi che io stia bene e che non abbia sofferto troppo per la perdita. Mi promettono che si impegneranno nella ricerca dei responsabili, me li consegneranno o li giustizieranno sul posto. Queste note pittoresche mi mettono di buonumore. Proprio quello che mi serve per calmare Susetta, decisa a vendicarsi dell’affronto: “Ahh, ma se li acchiappo, l’aggia accirere”. E’ inutile ricordarle che siamo in grado di comprarne una nuova e che l’agitazione incontrollata intorbida le acque. Anch’io voglio scoprire se si è trattato di un incidente o di un atto premeditato, ma per farlo ci vuole tempo e calma.

 

26 gennaio

E’ arrivato il grande giorno, quello delle presentazioni ufficiali. Il direttore del carcere ha concesso il suo benestare ed ore me lo trovo di fronte, separato solo da una barriera simbolica: uno schermo di vetro per sottolineare che ai nostri due universi, per il momento, è concessa solo la prossimità. Alfonso ha salutato con un impercettibile cenno la sorella e poi si è dedicato a me. Mi scruta prolungando un silenzio che, più che imbarazzarmi, mi indispone. “Benvenuto Mario – mi dice, accantonando di colpo la sua analisi lombrosiana – ce n’è voluto di tempo per arrivare a questo incontro ma, come potrai immaginare, non a tutti è concesso di avvicinare Al Capone”. Non si compiace della battuta, costringendo anche me a rimanere impassibile. Fofò ha il viso di un ragazzino: una corta barba biondo scuro, occhi verde nocciola e un fisico da maratoneta, magro e nervoso. I suoi colori non appartengono alla stirpe degli Esposito, scuri e meridionali; riportano, invece, ad ascendenze nordeuropee. E, a rifletterci, è l’aplomb di questo trentenne manierato a creare distanza, a farmi sentire un intruso. “Otto anni trascorsi in galera con la prospettiva di scontarne altri dodici, se il mio avvocato non proverà a fare qualche miracolo – continua – sono un lasso di tempo sufficiente a fiaccare la tempra dei criminali più incalliti. Per me il discorso è diverso. Ho scelto la strada della resistenza minore: non combatto, assecondo il movimento degli eventi e ne traggo profitto”. La filosofia, quella spicciola di strada, è un ottimo antidoto per affrontare le piccole battaglie quotidiane contro i luoghi comuni e l’idiozia imperante. Batman ha superato questo stadio e si è costruito una prigione più grande di quella in cui è rinchiuso; ha elaborato un sistema di difesa la cui chiave d’accesso è forgiata con la materia impalpabile delle grandi idee. Un sognatore, insomma, che tiene a bada – con le chiacchiere – amici e nemici. Susetta non parla, osserva come incantata il fratello che si scatena in un oratorio e ogni tanto mi rivolge uno sguardo furtivo per assicurarsi che io non mi lasci sfuggire neanche una di queste perle di saggezza. “Se ho insistito tanto per vederti” – mi confida Alfonso – “è perché vorrei metterti in guardia. Ho saputo che si sono verificati alcuni incidenti che in apparenza sono di poco conto. Fai attenzione, nel nostro quartiere la casualità non esiste; qualcuno sta cercando di rompere gli equilibri con rappresaglie che al momento sembrano insignificanti. Ne parlo con te perché so che sei una persona affidabile e leale, mia sorella me lo ha garantito. Non voglio sbilanciarmi con ipotesi azzardate, ma io qualche sospetto su chi possa essere l’artefice, la mente malata che dirige questo progetto”. Uscito dalla trance che lo ha messo in comunicazione con il mio spirito, Fofò si dedica poi a Susetta, abbandonandosi alla frivolezza dei colloqui da parlatorio. Prima di salutarla le passa, al di sopra della trasparente parete divisoria, due libri. Ne leggo i titoli, sbirciandone i dorsi: “Don Chisciotte della Mancia” di Miguel de Cervantes e “Hagakure” di Yamamoto Tsunetomo: sono gli ultimi dei tanti volumi che Assunta custodisce in enormi scatolini impilati nel ripostiglio. Di ritorno da ogni colloquio, sfoglia gli ultimi che ha ricevuto e ne legge alcuni passi a caso, senza mai preoccuparsi di comprenderne la struttura narrativa perché non c’è alcun bisogno di ricercare un significato in una reliquia.

 

27 gennaio

Come bonus fedeltà, per l’efficienza e la professionalità che ho dimostrato nel gestire i suoi passaggi di mano, ‘o Barone mi ha regalato una calibro 9 di provenienza furtiva, la cui efficienza – dopo l’uso che ne aveva fatto il legittimo proprietario – è stata collaudata con tre omicidi. Un buon usato, considerato che nessun’arma, almeno in questi ambienti, circola a chilometri zero. Il suggerimento, cha ha esaudito il mio desiderio, è giunto dai ragazzi che circolano in casa mia ai quali, sebbene impegnati nel lavoro di confezionamento, non è sfuggito il mio malcelato interesse per le pistole. Per ridurre il rischio di un’incriminazione, nel caso in cui dovessi essere sorpreso da una perquisizione improvvisa, ho lasciato la Beretta al poligono; ed è lì che vado almeno tre volte a settimana alimentando – me ne rendo conto – una passione insana. Sparare a dei fantocci, sagome immobili per dilettanti, comincia a stancarmi. Secondo il mio istruttore sono prossimo a un livello da semiprofessionista e potrei, volendo, partecipare a una competizione sportiva giusto per dare un senso a una continua esercitazione che si ripete senza alcuna gratificazione. Il punto è che io non amo lo sport, lo slancio vitalistico che lo anima; sono più attratto dall’arte, dalla ricerca dell’armonia e della bellezza. Quando mi concentro sull’obiettivo sono tutt’uno con esso e nulla mi distoglie dal tentativo di raggiungerlo. L’unico elemento di cui sento la mancanza per aspirare alla perfezione è il movimento, quello della preda che cerca nella fuga la via della salvezza. Ed io, inutile dirlo, vorrei essere il cacciatore.

 

 

 

 

30 gennaio

Gennaro ha saputo della mia visita al fratello ed appena lo incontro comincia a precisare, non richiesto, il suo punto di vista. Lo fa, però, affrontando l’argomento con domande retoriche che mirano a chiarire le anomalie del comportamento atipico di Alfonso: “Che te ne pare, tipo strano eh?”. Cattivo inizio, brutta fine. “Non mi sembra – gli rispondo – ognuno cerca di adattarsi all’ambiente in cui è costretto a vivere e lui si sta difendendo bene”. “Perché secondo te è normale che si isoli dai suoi compagni per atteggiarsi a professore, sempre a leggere libri e senza capire dove si trova veramente?”. Gennaro si inalbera facilmente, è parte del suo carattere di merda. “Che ti devo dire, io l’ho visto una sola volta”, provo a tranquillizzarlo, “è una persona equilibrata che cerca a suo modo di rendere meno opprimente la sua vita di uomo non libero. Che dovrebbe fare secondo te? Diventare bestia tra le bestie? “. “Ma che è? Ti sei già affezionato?” – ribatte Gennaro – “Lo sai che sta in galera per una cazzata, per un colpo di testa? Se ne avesse parlato, senza partire in quarta, avremmo risolto il problema diversamente. Lui libero e l’altro sempre morto”. Intanto sono anni che Alfonso si rifiuta di parlare con Gennaro: non vuole incontrarlo, lo ha cancellato da tempo dal già ridotto elenco delle poche persone con le quali alterna discorsi fiume a ermetiche sentenze. L’unico ponte di comunicazione tra i due fratelli è Susetta che però si mostra sempre reticente, gelosa del suo rapporto esclusivo con Fofò. Ed io? Vado alla deriva, trascinato mio malgrado in questo incomprensibile psicodramma familiare.

 

2 febbraio

Ho aperto il piccolo scrigno che contiene la cocaina messa da parte da oltre un mese. La contemplo come un usuraio che passa in rivista i gioielli sottratti ai suoi clienti inadempienti e provo un sentimento che assomiglia ad una gioia depotenziata, un senso di soddisfazione effimero legato solo al possesso. Prima o poi dovrò decidermi a consumarne un po’, quando si presenterà l’occasione giusta. Ma come ci si accorge che è giunto il momento?

 

3 febbraio

I miei giorni si susseguono senza movimento, si accavallano e si depositano sempre nello stesso luogo, lasciandomi con la sensazione di essere agganciato ai margini di una ruota che – girando contro la mia volontà – mi riporta ogni volta al punto di partenza. Mi sto conformando, sopraffatto dall’abitudine, ad uno stile di vita dal quale ho sempre cercato di prendere le distanze. E Susetta non mi aiuta, anzi anche lei segue uno schema preordinato secondo il quale organizza la sua giornata: ogni mattina si accoda alle sue amiche che accompagnano i figli a scuola e con loro, dinanzi a una invitante colazione, si impegola in discussioni frivole condite dal pettegolezzo dell’ultima ora. Lasciate le sue comari, Susetta si dedica alla spesa quotidiana e infine, rientrata a casa, prepara il pranzo per me che, come una belva in gabbia, attendo il ritorno della mia domatrice. I pomeriggi, esclusi quelli riservati agli uomini del Barone, li trascorro trascinandomi senza una meta precisa. I miei passi però, in assenza di una vera motivazione, si lasciano guidare da un occulto navigatore interno che mi conduce immancabilmente al bar. E lì, in un profluvio di chiacchiere senza senso, muoio di minuito in minuto fino all’ora di cena.

 

6 febbraio

Smanettando con il pc ho scoperto l’antidoto contro la noia. In un sito riservato agli amanti del paintball ho acquistato un marcatore, una pistola a canna lunga che spara cartucce colorate. Mi è stata consegnata in un pacchetto anonimo, corredata da cinquanta proiettili che impattando contro il bersaglio rilasciano vernice rossa. Un gioiellino ad aria compressa con una gittata fino a cento metri. La mia non è regressione infantile, è un semplice addestramento di cui non conosco ancora le finalità ma che, nel frattempo, mi aiuterà a liberarmi dall’ansia che mi accompagna da quando mi sono accasato. Il possesso di questo giocattolo dovrà essere segreto perché per l’uso a cui l’ho destinato è bene che a saperne dell’esistenza sia solo io. Nel frattempo l’ho nascosto tra gli scatoloni che contengono i libri di mio cognato: la sacralità del luogo in cui sono conservati – un angusto ripostiglio – che viene aperto in concomitanza con le visite a Fofò, mi garantisce che neanche Susetta si cimenterà in esplorazioni improvvisate.

 

6 febbraio sera

“E dove dovresti andare a quest’ora?”. La domanda, posta come se fosse indirizzata a un adolescente in preda a smanie di trasgressione, non mi coglie alla sprovvista. Mi sono impegnato tutto il pomeriggio per elaborare una griglia di potenziali risposte e adesso le sottopongo quella più credibile: “Scendo a fare due passi, magari se incontro qualcuno prendo anche un caffè”. Susetta, immersa in uno dei tanti talk show demenziali che da qualche tempo spopolano in tv, annuisce distrattamente e mi lascia andare. Esco e mi dirigo all’ultimo piano. Ho la chiave che mi porta sul terrazzo. Mi oriento tra antenne e paraboliche, mi assicuro che non ci sia nessuno alle finestre e che per sbaglio guardi in alto chiedendosi cosa ci faccia io qua sopra. Mi distendo supino e aspetto che passi la mia prima vittima. L’obiettivo compare dopo pochi minuti: è un inquilino del palazzo di fronte che porta a spasso il suo cane. Prendo la mira e sparo. Il rumore è ovattato, come se fosse silenziato e il proiettile segue la sua traiettoria fino a impattare sulla coscia del bersaglio mobile, “E che ca….” – è la prima reazione dell’uomo – poi, osservando la chiazza vermiglia che si allarga sul pantalone, ha un momento di sbandamento e comincia a preoccuparsi. Si guarda intorno, ansima e, in cerca di chi lo ha colpito, annaspa come se fosse prossimo a morire. E io rido, soffocando con uno sforzo immane, una ilarità incontrollabile. Solo quando si rende conto di non essere stato ferito, scompare all’interno del portone di casa, trascinando la sua povera bestiolina che ha provato l’ebbrezza di una fugace evacuazione. Decido di trattenermi ancora un po’, sforzandomi di emulare la stoica pazienza di un cecchino. Dopo una manciata di minuti che non riesco a quantificare, scorgo due esaltati a bordo di una moto di grossa cilindrata – forse delle vedette – che si muovono freneticamente, come cavie in attesa di un esperimento, tra i vicoli semideserti. Punto e centro il braccio del conducente che perde il controllo del mezzo e trascina nella caduta anche il passeggero. Si rialzano come pupazzi caricati a molla, ruotano su se stessi alla ricerca di quello che loro pensano sia un killer. Incredulità mista a paura. Uno dei due estrae anche una pistola ma l’altro lo richiama e, risaliti sulla moto, ripartono a razzo alla ricerca di un riparo. Ripongo il marcatore nella custodia e, ormai pago, mi metto a conemplare il torbido cielo cittadino.

 

 

27 febbraio

L’iscrizione fittizia in palestra l’ho motivata adducendo disturbi del sonno legati allo stress. Una giustificazione non molto credibile, considerato che la mia attività non prevede alcun tipo di agitazione né fisica né mentale. Eppure Susetta mi ha sostenuto, incoraggiandomi: “A volte pure non fare niente ti può fare sentire smanioso. E non è un mio pensiero, lo ha detto l’altro giorno un professore in televisione. Devi sfogare un poco”. Ho colto la palla al balzo e sono andato a comprare tutto l’occorrente per non praticare alcuno sport. Ed è così che da una settimana già sono riuscito a fare due allenamenti. Nel borsone, sotto tutto l’armamentario per il fitness, ho nascosto la pistola giocattolo. L’itinerario che seguo nei miei spostamenti serali obbedisce ad una logica elementare: evitare di passare dinanzi a bar, pub e luoghi di ritrovo, scegliendo invece percorsi secondari poco affollati, alla ricerca della postazione adatta per i miei ludici agguati. Tra poligono ed esercitazioni sul campo, mi avvio a raccogliere gli onori riservati a un campione.

 

28 febbraio

Neanche una stilla di sudore, un afrore che corrobori il movimento legato allo sforzo: maglietta, pantaloncini e tuta profumano ancora di nuovo. Sono costretto ad inserirli direttamente in lavatrice, saltando il passaggio della cesta di raccolta. Il segreto, quando si ha qualcosa da nascondere, è agire in piena naturalezza, compiendo gesti fluidi che non tradiscano la rigidità che accompagna sempre la menzogna. La bugia, però, è circoscritta alle mura domestiche. Nessuno è a conoscenza delle mie brevi escursioni serali che, sebbene sostenute da una inesistente volontà salutista, sarebbero oggetto prima di commenti generici e poi di indagini serrate per scoprire dove mi alleno; si moltiplicherebbero i tentativi di ricalcare i miei passi, facendomi naufragare prima di essermi spinto al largo.

 

8 marzo

‘O Barone, al secolo Michele Di Fiore, si è guadagnato il suo nomignolo onorifico per la tenacia con la quale ha saputo ritagliarsi il suo spazio nel ristretto organigramma dei capizona che gestiscono il traffico di droga nell’area nord della città. Ha arricchito il suo curriculum grazie a temerarie incursioni nel locale business delle armi, quelle usate per omicidi e rapine, ottenendo la fiducia di chi comanda veramente. Come tutti i criminali con velleità di potere, è oculato nella scelta dei suoi collaboratori, spietato con chi lo tradisce ed esibizionista per natura. Baffi spioventi, basettoni anni Settanta e un corpo da cinquantenne in leggero sovrappeso, è retrò anche nell’abbigliamento: vestiti dai colori sgargianti su camicie con colletti a punta; scarpe di coccodrillo o stivaletti confezionati con la pelle di qualche sconosciuto animale esotico. Acquista tutto online perché, anche se è vero che la moda segue un andamento ciclico dei gusti, non ci sono ancora punti vendita locali in grado di soddisfare la sua esigenza di un revival estetico. Indulgente con se stesso, non lo è altrettanto con gli altri. Sarà per questo che mi ha freddato con una domanda a bruciapelo: ”’E fernute ‘e pazzià?”. Non ho replicato, è inutile. Il mio è stato un peccato di leggerezza perché dovevo immaginare che nulla passa inosservato soprattutto se si cerca di incanalare un istinto lungo i binari dell’abitudine, della ripetizione con cadenza settimanale. “Lo so che il tuo è un passatempo innocente, che non fai danni – ha continuato il Barone – ma qui non stiamo in un parco giochi. Se proprio ti piace sparare, troverò il modo di farti divertire”. E con questa chiusa ho realizzato di essere stato fottuto.

11 marzo

Al secondo incontro con Fofò sono stato tentato di raccontargli tutto: dalla frustrazione per un hobby che – per quanto perverso – ho dovuto mio malgrado abbandonare, all’inequivocabile offerta di reclutamento nelle fila dei sicari del Barone. Non so…. c’è qualcosa in questo ragazzo che mi ispira fiducia, che mi induce a lasciarmi andare per liberarmi da un peso che da solo non riesco a sostenere. La diffidenza che nutrivo nei suoi confronti è andata scemando man mano, quando ho realizzato che ad alimentarla era solo una infantile manifestazione di gelosia: l’unico sentimento, morboso, concesso a chi non lascia entrare nessuno nella propria sfera privata. La sala riservata ai colloqui assomiglia a un confessionale e quando Fofò fa il suo ingresso da una porta laterale, mi sento pronto a scaricare su di lui tutte le responsabilità che non mi prendo la briga di affrontare. Ma non accade nulla. La presenza di Susetta, con la quale non mi confido, funge da deterrente. Mi sento ancora una volta escluso dal loro rapporto quando riprendono il filo di una discussione che non sembra mai essersi interrotta dall’ultima volta che si sono visti ed io comincio ad avvertire un malessere che mi agita senza farmi muovere. Sono quasi sul punto di esplodere. L’avviso che la visita è terminata è una liberazione. Fofò, come se solo adesso si accorgesse della mia presenza, mi porge una busta gialla: “Leggi con calma, tu sei tutto qui dentro”.

 

11 marzo sera

Susetta pur avendo visto Fofò passarmi la lettera, tornati a casa, non fa cenno all’episodio e non mi chiede nulla in merito. Anzi, dopo cena, sii mette a rassettare la cucina, mi annuncia che per la prossima volta vuole preparare un tiramisù da portare al fratello e poi va a sdraiarsi in camera da letto, lasciandosi sedurre da una delle tante storie strappalacrime che, vagando per un po’ liberamente nell’etere, finiscono puntualmente per intrappolarsi nel nostro apparecchio televisivo. Un’ultima occhiatina per sincerarmi che Susetta sia immobile, trasportata in un’altra dimensione, e mi dedico alla missiva. La rigiro più volte tra le mani, come se cercassi un segno rivelatore del suo contenuto e, infine, estraggo una paginetta scritta con una grafia fitta ed elegante:

Un samurai chiese a un maestro di spiegargli la differenza tra il cielo e l’inferno. Senza rispondergli, il maestro prese a insultarlo pesantemente. Infuriato, il samurai sguainò la spada per mozzargli la testa. “Questo è l’inferno” disse il maestro prima che il samurai passasse all’azione. Il guerriero, colpito da queste parole, si calmò all’istante e rinfoderò la spada. Dopo che ebbe compiuto questo gesto, il maestro aggiunse: “E questo è il paradiso”.

“Lo so a cosa stai pensando: questo vuole fare il filosofo con me quando non conosce altro che lo spazio ristretto in cui è rinchiuso. Ma non è così. Io ho capito subito di che pasta sei fatto, più di quanto tu possa immaginare; leggo per esempio il tuo imbarazzo quando non riesci a spiegarti come mai mia sorella sembri ammaliata dalle mie bizzarrie. Io sono in galera perché ero come te, ingenuamente istintivo. Ma per fare bene le cose, le emozioni bisogna controllarle, tenerle a freno. Ho saputo che hai sviluppato un’abilità che non è altro che la manifestazione di un talento. Però mi è stato riferito che sfrutti male il tuo talento, lo sprechi. Hai bisogno di porti un obiettivo ed io sono a tua completa disposizione per aiutarti a raggiungerlo”.

Con Fofò il cerchio si è chiuso: tutti a volermi indicare una direzione, il modo giusto di amministrare e gestire il mio tempo. Sembrano tutti in combutta a mia insaputa e io non mi accorgo mai di nulla.

12 marzo

Il primo pensiero appena sveglio è stato quello di disfarmi del marcatore. Non ha senso conservarlo adesso che non posso più usarlo. Tutti sanno, e chissà da quanto tempo – forse già dal primo giorno – che Mario Trucchetto si diletta a spaventare la gente del quartiere. Fino ad ora mi hanno trattato con indulgenza, quella che si riserva ad un innocuo psicopatico; poi, quando hanno constatato che mi spingevo oltre i limiti che loro avevano tracciato, hanno stroncato – con garbo – il mio slancio giocoso. Sono ancora in grado di metabolizzare le sconfitte, ma ho bisogno di scoprire chi me le infligge. Dal Barone, tramite Susetta, fino a Fofò: il passaparola è indiscutibile. E’ giunto il momento che cominci a chiedermi sul serio se debba fidarmi della donna con la quale condivido un ménage prossimo alla routine matrimoniale, un rapporto che mi illudevo fosse retto da una tacita complicità.

 

12 marzo sera

E’ di buonumore, scherza, cerca di trascinarmi nella sua estemporanea euforia senza sospettare che da questo momento in poi è sotto stretta osservazione. Fingo un coinvolgimento ridereccio che stupisce anche me, non avvezzo alla menzogna. Quella autentica.

 

20 marzo

Ogni nostro movimento è inscritto in una cornice temporale, ma nessuno di essi è – anche quando siamo convinti di riprodurlo fedelmente – uguale all’altro. La mente registra come abitudine la somma dei gesti che compongono un’azione e la colloca in uno schema predefinito e anestetizzante. Da questo serbatoio in cui sono conservati i modelli della nostra memoria motoria, attingiamo di volta in volta quanto ci occorre per dare un senso di continuità al susseguirsi, sempre diverso, dei nostri giorni. Monitorando con attenzione gli spostamenti di Susetta, mi sono reso conto che la mia teoria non è campata in aria, non discende da un’ossessione generata dalla paranoia. Il punto è che ho dato per scontato per troppo tempo, sedotto da una pervadente presenza femminile, che la mia vita fosse governata da un andamento regolare, refrattario a qualsiasi perturbazione. E invece, con un tardivo rammarico, ho dovuto constatare che la fiducia nell’immutabilità di quanto ci è divenuto familiare non può essere oggetto di fede. Dalla panchina che ho scelto come postazione strategica, cercando di simulare una postura rilassata mentre sono preda di un tormento indefinito, studio le amiche con le quali Susetta si intrattiene al bar, degustando cornettino e caffettuccio. Di che staranno parlando? – mi chiedo impegnandomi nella lettura labiale di cui, tra l’altro, ignoro i fondamenti. Fallito l’approccio interpretativo, mi dedico all’analisi della compagnia: la donna con cui sta parlando adesso Susetta è la moglie di Nicola, le altre due sono rispettivamente le consorti di Pasquale e Gaetano. Quella dei criminali è sempre una famiglia allargata.

 

 

 

 

 

23 marzo

“’O tiene sempe ‘o fierro?” – si accerta il Barone. “E certo don Michè – gli rispondo – mica lo buttavo. Solo che non lo tengo qui in casa, l’ho lasciato nel posto dove vado ad esercitarmi”. “Bravo, bravo – si complimenta il boss – lo avevo capito che eri un tipo scetato”. “Devi fare un servizio veloce e pulito – continua – è uno del quartiere che ha fatto una cazzata e non si è reso conto che le cose prima o poi si vengono a sapere. E poi non teniamo tempo per i guagliuncielli che si vogliono divertire. Dico bene, Mario?”. La stoccatina dovevo aspettarmela, ma non reagisco e annuisco. “Lo devo uccidere? – gli chiedo, sforzandomi di non lasciar trasparire dal tono di voce la mia inquietudine. “Ma no, no… non esageriamo. L’è fa assettà. Deve zoppicare per un po’ di tempo, così si ricorda di quando poteva camminare dritto”. “Ma chi è, lo conosco?”, incalzo, pentendomi subito della domanda. “Non credo. Ma perché ci vuoi fare amicizia?”. “Era giusto per sapere…” – mi schermisco. “Vabbè, allora siamo d’accordo – taglia corto il Barone – fra qualche giorno ti comunico l’obiettivo, le sue abitudini e quando devi agire senza fare troppo casino. Poi, più in là ti faccio sapere se dobbiamo castigare anche il suo amico e complice”. Sto per aprire bocca, per capire i dettagli di questo nuovo scenario, ma il mio committente abbassa la testa inclinandola a sinistra e alza la mano destra. La mimica non lascia spazio a repliche: m’aggia sta zitto.

 

24 marzo

Ho recuperato la pistola al poligono e, adesso che sono solo tra le mura domestiche, ne approfitto per fare le prove indispensabili a garantire il successo della mia futura performance. Mi piazzo davanti allo specchio dell’armadio in camera da letto e reinterpreto liberamente una delle scene – a mio parere indimenticabili – di “Taxi driver”. Non ripeto le stronzate di De Niro che potevano far effetto su un pubblico di esaltati. Mi limito a inguainare la Beretta dietro la schiena e poi la estraggo fissando il mio riflesso con cattiveria. Riposiziono l’arma, stavolta nella cintola sul davanti – come si dice in gergo “a panzarotto” – puntando pericolosamente la canna sulle parti intime. Ce la posso fare, mi dico, e ripeto fino allo stremo gli stessi gesti. Mirare e sparare.

 

28 marzo

Non lo so, forse vuole mettermi alla prova. Sta cercando di capire se sono la persona giusta. Io aspetto, tormentandomi nell’attesa. Già sono morto innumerevoli volte, colpito senza tregua dal mio doppio. Come uno zombie rimango in piedi senza mai cadere, nonostante le ferite immaginarie che mi autoinfliggo. Una pantomima che mi sta snervando, ma che nel contempo mi costringe a chiedermi cosa sto diventando: un fanatico represso in cerca di una celebrità circoscritta a una cricca di massoni di serie b? O, come temo, fa capolino il cattivello che è in me?

 

2 aprile

La segnalazione è arrivata ieri nel pomeriggio. E già dalla prima serata ho cominciato ad osservarlo, a studiarne i goffi e sgraziati movimenti da primate, leader di un gruppo di sottosviluppati. Mi è stato detto che non diserta mai l’appuntamento al pub: canne e birra fino alla chiusura del locale. Durante la giornata – si sveglia tardi, rincoglionito dai postumi dei bagordi – s’inventa qualche miserabile rapina, uno scippo improvvisato o un passaggio di mano che gli consenta di mantenere lo stesso ridicolo tenore di vita. Ha il braccio sinistro ingessato e il temporaneo handicap lo costringe ad un’andatura che rafforza il giudizio che m’ero fatto di lui: è l’anello mancante nella scala evolutiva. All’anagrafe Giuseppe Uccello, lo hanno soprannominato ‘o cardillo per evitare forse una inutile e stressante incursione nella ridondante tassonomia ornitologica o perché – così gira voce – gli piace cimentarsi nell’imitazione di alcuni cantanti neomelodici sulla cui identità ho preferito sorvolare. Gira quasi sempre in compagnia di Lelluccio ‘o bassotto che, per recuperare i centimetri che la Natura gli ha negato, monta su uno scooter dal quale scende solo se costretto. Il pezzotto non è un problema, è solo il complice idiota. La “mente” è paradossalmente, il soggetto che ne è deficitario. Il Barone mi ha indicato, come bersaglio prioritario la scimmia che – salta, salta – prima o poi abbatterò.

 

5 aprile sera

Cammina, barcollante, tenendosi a malapena in piedi. Lo seguo da quando Lelluccio lo ha lasciato all’imbocco del vicolo senza uscita in cui abita. Non si accorge della mia presenza alle sue spalle ed io ho tutto il tempo di estrarre la pistola per puntarla nell’incavo del ginocchio sinistro. Sparo a distanza ravvicinata ed assisto a una microesplosione. ‘O cardillo annaspa in cerca di un appoggio che lo ripari dalla rovinosa caduta, ma non riesce a proteggere la faccia – impedito com’è dall’intelaiatura in cui è ingabbiato il suo inutile braccio. Non mi vede, crolla e impatta con lo zigomo sulla dura pavimentazione di basoli. Non ha idea di quello che gli è capitato ed io, tornando indietro, mi allontano indisturbato.

 

5 aprile sera di ritorno a casa

Cammino a passo veloce ma costante, con centinaia di occhi puntati al cappuccio della mia felpa. Non si è affacciato nessuno, già sanno che è meglio ritardare i soccorsi per convincere la polizia e se stessi che non hanno visto niente. L’omertà è un’assicurazione senza scadenza. Ho la testa vuota e leggera. Ascolto solo il mio cuore. Il suo battito irregolare che non accenna a normalizzarsi. Mentre respiro profondamente per liberarmi dalle leggere convulsioni che mi accompagnano da quando ho impugnato la pistola, mi disfo dei guanti di lattice nero usati per eccesso di precauzione. E’ improbabile, quasi impossibile risalire a me: non ho un curriculum criminis tale da destare interesse per un’eventuale indagine. Sì perché, ne sono convinto, questa storia sarà dimenticata presto. Mi inoltro nelle stradine laterali e, percorrendo un labirinto il cui tracciato conosco a memoria, armonizzo l’andatura sciolta con la quiete riconquistata. Solo ora, che ho raggiunto l’androne del palazzo, mi scopro il capo e rientro a casa come un onesto lavoratore sfibrato da una fatica che non comprende.

 

6 aprile

Una gambizzazione non è una vera e propria notizia che possa interessare i lettori dei giornali locali o i navigatori disattenti della rette. E’ un evento che non si radica nell’immaginario collettivo perché su di esso non si può costruire alcuna storia: è un fatto che non prevede un sequel che ne spieghi i dettagli. Altro discorso è la risonanza che può avere nella grande riserva – senza indiani – di un quartiere popolare; qui, anche in assenza di segnali di fumo, la comunicazione è diretta e trasmessa oralmente tramite anonimi intermediari. Ed è così che, dopo poche ore, tutti hanno saputo del ferimento del cardillo, attinto da un proiettile che ha compromesso la funzionalità di una delle sue zampette. La prima persona a confermarmi che viviamo in un villaggio globale in miniatura è stata Susetta, di ritorno dal suo giro mattutino. “Hanno sparato al figlio di Titina” – mi ha annunciato – come se fosse scontata la mia conoscenza genealogica della popolazione del luogo. “Ah, sì? E’ morto?”, rispondo con finta indifferenza. “No, però sta inguaiato. Il ginocchio è saltato”. “Che vuol dire saltato? – chiedo con una punta di irritazione. “Il colpo gli ha sfracellato la rotula – mi spiega Susetta – ora per ripigliarsi ci vorrà tempo”.

 

6/7 aprile

L’alternativa alla vera e propria attività sportiva, per i pigri di natura, è la passeggiata veloce per mantenere in uno stato accettabile apparato cardiovascolare e tono muscolare: è un consiglio standard che i medici dispensano ai pazienti il cui unico sforzo comprensibile è quello del sollevamento posate durante i pasti principali e il mini tragitto che li conduce alla poltrona per il riposo postprandiale. Motivato da visioni ipocondriache mi decido a fare due passi. Lungo il percorso improvvisato che mi sono imposto, e solo dopo pochi minuti, mi accorgo di essere seguito. Sono in due ed usano la mia stessa strategia, quella di quando ero dedito al borseggio. Si fermano ad osservare le vetrine dei negozi non appena mi giro nella loro direzione. Sono dilettanti e per questo motivo non debbo abbassare la guardia. Mi infilo nel primo vicoletto alla mia destra e comincio a correre, scartando poi a sinistra lungo la strada principale e raggiungendo finalmente una piazzetta semideserta. Loro sono già lì a fumare, facendo finta di chiacchierare. Ma chi sono? Cosa vogliono? Non me lo chiedo una seconda volta, faccio dietrofront e con un’andatura da marciatore – sculettando senza grazia – imbocco la prima viuzza che mi appare nel campo visivo: è un vicolo cieco, me ne rendo conto quasi subito, ma ormai non posso fare più niente. Avverto la loro presenza e quando, spalle al muro di cinta cerco di focalizzarne i volti, la mia attenzione viene distolta dalle pistole che impugnano. Uno dei due è mancino, l’altro destrorso e mirano – non ci sono dubbi – alle mie gambe. Fanno fuoco senza un preavviso che mi prepari al peggio. Non sento dolore…. “Donneee! E’ arrivato l’arrotinooo, affiliamo coltelli, ripariamo cucine a gas, aggiustiamo ombrelliii”. Mi risveglio, felice di far parte ancora di questo mondo.

 

8 aprile

E’ seduto al tavolino del bar in compagnia di uno dei suoi guardaspalle. Appena mi vede congeda il gorilla e mi fa cenno di sedere al suo posto. Indossa una vistosa camicia stile hawaiano, una giacca di camoscio e un jeans a zampa d’elefante, tutto rigorosamente fuori moda. Mi offre un caffè e, dopo che il cameriere si è allontanato, rimane per un po’ in silenzio, concentrato forse sulle parole ad effetto da usare per rendere convincente il suo sermone. ‘O Barone, e tutti quelli che come lui sentono il peso della responsabilità del comando, non può servirsi del linguaggio comune; deve scegliere con accuratezza le frasi e caricarle dell’enfasi necessaria per stupire il suo interlocutore. Conosco il giochetto e me ne sto tranquillo, in una finta trepida attesa. “Ti ho fatto chiamare per complimentarmi con te – mi rassicura – ha fatto un buon lavoro, rozzo ma efficace”. “Ma io non volevo….”, cerco di replicare. “Shhh – mi fa, portandosi l’indice al naso che, solo adesso lo noto, ha la forma di un tubero – Marittiè! E sto parlando! Dicevo…. come primo incarico sei andato bene, anche se hai commesso un errore da principiante. Ma non è colpa tua. Devi cominciare a studiare un po’ di anatomia”. Non accetto di buon grado le critiche, soprattutto quando a muoverle è un camorrista figlio (postumo) dei fiori. Ma tant’è, è lui il mio datore di lavoro e non è il caso di contraddirlo. “Devi imparare quali sono i punti vitali. Se spari a casaccio rischi di uccidere pur non volendolo – continua – e allo stesso modo, se miri alla coscia, devi fare in modo che il proiettile attraversi il muscolo, entrando da un lato e uscendo dall’altro. Tu invece gli hai distrutto il ginocchio”. E ride, divertito da quella che per lui è una battuta irresistibile. “Comunque non è un problema, vuol dire che la convalescenza per quel pezzo di merda sarà più lunga”. Da come ha impostato il discorsetto, credo che questo sia il primo atto della sua personale commedia. Dopo una breve pausa, arriva il secondo tempo: “’O cardillo doveva essere punito perché per uno scherzo pensato mentre stava tutto fatto, ha mandato Ciccio all’ospedale. E Ciccio mi serve. Io non sono mai stato un sentimentale: qui si parla di soldi e chillu muccuse me li ha fatti perdere solo perché quella sera non teneva un cazzo da fare”. Cos’altro devo aspettarmi? Quale altro dei miei pochi amici è al soldo di don Michele? “E ‘o bassotto, lo lasciate stare?”, mi informo. “Sta già cacato sotto. Si è chiuso in casa e ha spento il cellulare. Non è un problema, ha capito”.

 

8 aprile sera

‘O Barone, come compenso, mi ha pagato con cinque grammi di cocaina. Secondo lui se la vendo posso ricavarne più di quanto valga sul mercato il lavoro che ho fatto per lui. Io invece penso l’abbia fatto per un altro motivo: vuole tentare di incatenarmi a una doppia dipendenza. Ma con chi crede di avere a che fare?

 

9 aprile

Il germe di un pensiero indeterminato e inquietante comincia ad insediarsi come un parassita nella tua testa e ti fa immaginare che sia il prodotto naturale di confuse percezioni. Poi ti accorgi che il tuo ego – prima informe – si adatta alla nuova vita che hai scelto, come un vestito confezionato su misura. Ed è allora che si smarrisce il senso della realtà, la semplicità di ogni rapporto interpersonale: gli altri diventano strumenti della tua maniacale ascesa verso il potere. Però non posso farci niente. E’ così che mi sento adesso, straripante di energia, pronto a dominare su questa misera umanità che mi trovo ogni giorno tra i piedi. Per il momento mi sto godendo il trionfo che nessuno mi riconoscerà. Procedo rigido e marziale come un centurione facendomi spazio tra la folla dei miei sottoposti sparsi tra le bancarelle del mercato. Mi guardano sottecchi con lo stupore e la gioia di chi ha il privilegio di incrociare la divinità, pur non avendo il coraggio di sostenerne lo sguardo. La mia esibizione è finita, ora posso tornare a casa.

 

11 aprile

Avrei potuto tagliarla per ricavarne un profitto maggiore imbustandola in pezzi da venti, ma l’andirivieni dei tossici da weekend mi avrebbe innervosito, oltre che espormi a delazioni ottenute con l’intimidazione accompagnata da un paio di schiaffoni assestati alla fine di un sommario interrogatorio. Gli sballati occasionali sono instabili, non conoscono la fermezza che si origina dalla dipendenza e non riescono a porsi obiettivi a breve scadenza da raggiungere ad ogni costo. Ho preferito cedere la coca in blocco con un semplice passaggio di mano che mi ha fruttato cinquecento euro. Ora con questi soldi voglio fare un po’ di beneficienza, non per salvare la mia anima o per turarne le falle: sono troppo pragmatico, poco avvezzo a pormi questi quesiti esistenziali. Mi piace più pensarmi come un operaio alle prese con un ingranaggio da riparare, una macchina che non funziona più a pieno regime. Ed eccomi così davanti al “basso” del cardillo; la mamma Concetta è intenta a sistemare in bella vista le sue pazzielle, giocattoli di infima fattura in plastica, la cui vendita servirà a fornirle quel po’ di ossigeno che un pacchetto di sigarette le toglie ogni giorno. La pensione sociale non basta a sopravvivere e, con un figlio inchiodato al letto, la sua vita si è trasformata in una rappresentazione tragica. “Buongiorno signora, mi chiamo Mario, sono venuto a trovare vostro figlio”, le dico con un filo di voce. “Lo so chi sei – ribatte – che è, non ti è bastato spararlo? Devi pure vedere se hai fatto un buon lavoro?”. Una voce dall’interno del terraneo mi toglie dall’imbarazzo: “Mammà, lascia stà. Fallo ‘o trasì”.Mi affaccio, superando di poco l’ingresso e vedo Peppino disteso innaturalmente su un divano, con la parte destra del corpo – braccia e gamba ingessate – che poggia su dei cuscini e il volto ancora tumefatto per la caduta. Mi guarda e abbozza un sorriso: ”Vieni, vieni….pigliati una sedia”. Non mi aspettavo un’accoglienza del genere e rimango per un po’ a bocca aperta con le parole che non riescono ad uscire fuori, neanche per abbozzare una frase di circostanza. “Non ti devi sentire in colpa – mi rassicura ‘o cardillo – hai fatto quello per cui ti hanno pagato e anch’io come vittima ho avuto il mio risarcimento”. “Ma che è sta storia? – comincio ad incazzarmi – di cosa stai parlando?!”. Il ragazzo non si scompone, mi tratta come l’ultimo dei cretini, come uno che non riesce ad afferrare neanche il più elementare ragionamento. “Mario si vede che tu nun viene ‘a mmiez ‘a via, sei troppo ingenuo per la tua età,– continua nello sfottò ‘o cardillo – allora mi tocca pigliarti con le mollichelle: a me hanno detto di fare mettere paura a una persona e di aspettarmi che qualcuno mi avrebbe sparato per vendicarsi dell’affronto”. “E tu hai accettato?! – gli chiedo incredulo. “E che, non lo vedi? Hai visto che mi hai combinato? Mi avevano assicurato che sul mercato per questi lavori c’erano persone esperte, professionisti che non avrebbero fatto troppi danni. E invece…”. E invece hanno preferito servirsi di un soldato imbranato, all’oscuro delle loro strategie perverse. Ma loro chi? “Non farti troppe domande – mi anticipa ‘o cardillo – finisce che diventi pazzo. In questa storia ci abbiamo guadagnato tutti e due”. “No, tu di più”, gli dico e, uscendo, lascio su una sedia la busta con il mio compenso.

 

11 aprile sera

Quando provo ogni tanto a speculare sull’oscuro significato della mia vita, mi arrendo quasi subito, sconfitto alle prime battute dall’impotenza dell’intelletto umano. Addentrarsi in un labirinto metafisico, vivendo nell’incertezza di trovarne o meno l’uscita, è un’impresa riservata a poche menti eccelse. Io non ho queste velleità: a me basterebbe conoscere l’artefice di questa messinscena in cui sono stato mio malgrado coinvolto. Se ci rifletto bene ad essere ferito è stato il mio amor proprio perché un conto è cogliere di sorpresa una vittima ignara, un altro è avere a che fare con un fuori di testa con tendenze masochiste. Sta di fatto che nell’inganno è stato trascinato anche il Barone nonostante la sua boria da scienziato del crimine; e a lui mi viene la tentazione di raccontare tutto, ma non lo faccio perché penso al cardillo, alla sua guarigione che – nel caso venissero fuori i retroscena di tutta questa storia – avrebbe un decorso molto più lungo.

 

 

 

20 aprile

Il rattus norvegicus, più comunemente conosciuto come topo di fogna, ha una lunghezza che varia tra i 20 e i 25 centimetri e pesa mediamente 300 grammi sebbene, non di rado, raggiunga il mezzo chilo. E’ un abile scalatore – si arrampica anche lungo le tubature – e frequenta di solito le discariche e ogni tipo di scarpata o fosso in prossimità dell’acqua. Le zoccole non mi hanno mai attirato e mai avrei immaginato di documentarmi sulle caratteristiche e sull’habitat di questa specie schifosa se non fosse – per il non trascurabile motivo – che mio cognato se ne è trovate tre in casa. Come ci siano arrivate è un mistero. Intanto Gennaro l’altra sera ne ha viste due scorazzare nel soggiorno, mentre la terza si era attestata sullo schienale del divano con una postura belluina e guardandolo con una espressione interrogativa; questo quanto riferito da mio cognato che non difetta di immaginazione. Subito dopo ha chiuso la porta del salotto e quella d’ingresso e si è rifugiato da noi in preda a una crisi respiratoria e ad un attacco di tachicardia. Forse la reazione può sembrare un tantino eccessiva ma ognuno ha una bestia che alimenta le sue fobie. Ci sono quelli terrorizzati dai serpenti, altri che si lasciano prendere dal panico appena scorgono una blatta e, infine coloro – innaturalmente pavidi – che si agitano anche per un semplice ragnetto. Si dice che queste siano paure ancestrali, le cui origini sono oggetto di diverse interpretazioni: una delle spiegazioni è che l’uomo proietta i suoi bassi istinti su un animale che viene così a terrorizzarlo. Mi piacerebbe, se avessi tempo, scoprire se nel caso di Gennaro esiste una corrispondenza del genere. Ma desisto. Preferisco chiamare Ferdinando che lavora al ristorante “Le tre rose” – si occupa di tenere in ordine il deposito delle scorte alimentari – e che nella sua decennale attività ha sterminato diverse generazioni di roditori, per affidargli la bonifica dell’appartamento di mio cognato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Comment

  1. notizie roma ha detto:

    bella scrittura e bella lettura 🙂

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