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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quinta puntata, prima parte)

Con questo V capitolo si ritorna al giorno dell’Assenza.
Lucia e sua madre s’incontrano nello spazio che si crea
tra una fermata e l’altra del viaggio di Lucia.
E dialogano, si scoprono, elaborano il lutto.
Come il capitolo precedente, anche questo è diviso in parti.
Cinque.
Buona lettura.

 

Quinta puntata
Prima parte
——————————

– Lucia vieni ad aiutarmi, voglio alzarmi.
Sono nello studio del babbo, arrivo. 

-Hai riposato mamma?
Si, ma non riesco da sola, ci ho provato, ma proprio non ci riesco, aiutami. 

Lucia le stende il braccio con la mano aperta e si lascia afferrare. E sua madre è in piedi e la guarda negli occhi arrossati e le dice: – hai pianto tanto, vero? Piangere fa bene, libera. Ma adesso vai a rinfrescati un po’ il viso mentre io vado in cucina a  preparare qualcosa per cena. Hai fame? –

-Per niente, ti farò compagnia, mangerò qualcosa. 

Lucia raggiunge il bagno. Si chiude dentro a chiave. Si siede sul bordo della vasca e nasconde la faccia tra le mani.

Se Dario fosse lì con lei, ora, potrebbe accarezzarla, baciarle le guance, stringerla a sé  senza dire alcuna parola, perché il suo amore cura la sofferenza, contagia la fede verso il domani, verso l’immaginario inferno.

Si alza, apre il rubinetto, lascia scorrere l’acqua fresca sui polsi. Prova sollievo e con le mani e si lava la faccia e la nuca e lascia che le gocce le bagnino la camicetta e i pantaloni.

Poi, lasciando l’acqua scorrere nel lavandino, si guarda allo specchio e vede che è sopraffatta, che ce la deve proprio mettere tutta per controllare la situazione.

Lascia scorrere l’acqua sui polsi ancora per un po’. Si dà una nuova sciacquata alla faccia e una nuova rinfrescata alla nuca.

Chiude la fontana, prende l’asciugamano e asciuga l’acqua e il pianto.

Apre il cassetto delle spazzole e prende il pettine di osso della mamma e si liscia i capelli prima di annodarseli a coda di cavallo.

Sua madre l’ha sta attendendo in cucina.

Si fa forza.

Non le dirà niente, non ora.

-Va meglio? -, le chiede la madre quando la vede entrare in cucina, osservandola con attenzione,  seduta su una delle sedie di legno poste intorno al tavolo.

-Si, molto meglio, mamma.

-Ho guardato l’orologio, ho dormito tanto, più di due ore. Sei stata nello studio del babbo?

-Si, sono stata tra i suoi libri, le sue carte, la sua musica.

-E’ la tua eredità, puoi portare via tutto quanto, quando vuoi.

-Resteranno qui, al loro posto. Nei prossimi giorni metteremo le mani nelle sue cose assieme, ti va?

-Faremo così.  E’ tutto a posto?

-Si, non ti preoccupare, sono solo stanca e triste. Adesso, però, ceniamo e ce ne andiamo a letto. Domani sarà un’altra giornata molto impegnativa. 

-Lucia, quando vorrai … .  

-Far cosa?

-Parlare, condividere l’Assenza, io sono qua, senza di lui, ancora qua, straziata, ma presente. Sto provando a fare come mi ha detto lui, ma non riesco proprio a tirare fuori dai cassetti della memoria l’allegria. Ma il suo accennato sorriso quando ci invitava a tenere chiusi i cassetti dolorosi mi sta aiutando. Abbiamo passato cinquantaquattro anni  assieme, io e tuo padre. Un tempo lunghissimo. E mai ci siamo addormentati imbronciati mentre invecchiavamo insieme. E il Babbo, quando affrontavamo il discorso sulla morte, mi diceva che sperava di morire prima di me, perché non sarebbe sopravvissuto. Io gli dissi che per me sarebbe stato lo stesso. Allora ci giurammo: chiunque dei due fosse sopravvissuto all’altro, avrebbe continuato, a Dio piacendo, ad avere cura della nostra famiglia, della sua unità e della sua armonia. Nanà, Nicola, Nando sono stati un dono, una grazia. Loro tre sono la nostra famiglia e Dario è un uomo buono, aperto, solare, come tuo padre,  rarità che sanno dare il giusto valore alle piccole cose, a quelle che generalmente non si dà importanza perché le si valutano scontate e che invece tutto sono tranne che scontate. Nelle nostre preghiere, abbiamo chiesto per te, la casa costruita sulla roccia.

-Chiedete e vi sarà dato. Non all’uomo, a Dio. E Dio ti ha accontentato, mamma. Sono nata io e tre meravigliosi nipoti. Com’è bello sentirtelo dire. L’hai detto come lo diceva il Babbo, con quel tono felice e stupefatto  che mi fa sentire ancora la persona più amata dell’universo, destinataria di un amore senza pregiudizi, senza mai volere altro da me di ciò che volevo io, voglio io, vuole la mia natura inquieta, sempre pronta a lanciarsi nelle avventure meno probabili, a perdersi nel fascino dell’impossibile, a prendere fuoco e a spegnermi come la carta velina. Il vostro amore, mamma, mi ha salvata. Il fatto di sapere che c’eravate, sempre, che bastava un colpo di telefono per essere portata in salvo è stata la mia assicurazione. Pure mentre non mi facevate sconti con reprimende severissime. C’eravate e basta. A difendere quell’educazione di base, sotto la quale non era e non è consentito andare. 

-“Su tutto si può discutere, tranne sui valori ” , pare di sentirlo, Enzo, mentre la sua voce si alza e attraversa le pareti. Ne parlo al presente. Come vorrei sentirlo, ora, qui parlare sull’immaterialità dell’esistenza che cammina sulle ossa. Sul rispetto che bisogna avere  verso le ossa che ci stanno accanto, di lato, sulle spalle. Per le ossa rotte degli uomini o delle donne disprezzate, per l’orrore che hanno vissuto con l’abuso o con il delitto. Mi ha spiegato mille e mille volte che l’inferno è vuoto. Ed io l’ho sempre immaginato come un paesaggio di una bellezza senza pari. Come parte della creazione. Come lettura sublime che nel Vangelo fa dire a Gesù: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non ti chiederò nulla, lascerò che sia tu a parlare con me, che sia tu a dirmi quando l’Assenza non è più qui con noi.

-l’Assenza va e ritorna. Mamma, e noi stiamo condividendo questo momento. Tutto verrà da sé. Io sono una donna fortunata, ho incontrare Dario, che è un folle, un sognatore, un affabulatore. Solo con uno così potevo fare tre figli, io che non ne volevo nemmeno uno e che mi ero perduta nel labirinto lascivo ….

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