

di Peppe Papa
Movimentista della ‘domenica, giramondo, senza poltrona, ‘scrittore’ poco ispirato e una famiglia da mantenere, Alessandro Di Battista torna a far parlare di sé pubblicando sul suo profilo Facebook un post al veleno contro il governo e gli alleati del Pd di cui raccomanda non fidarsi. Tutto per uno strapuntino di attenzione che gli serve per sentirsi meno solo e fuori dai giochi, ai margini e forse definitivamente tagliato fuori dal nuovo corso del M5S.
Le sue parole, hanno sì scosso gli spiriti più radicali di qualche esponente grillino, però sono state rapidamente archiviate dall’attuale mainstream politico nazionale – dopo un innocuo botta e risposta tra Luigi Di Maio e il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci – come lo sfogo un po’ disperato di un bambino a cui hanno rubato le caramelle.
Il clamore si è dissolto nell’arco di una giornata e il povero Dibba è ritornato nell’ombra, dove probabilmente è destinato a rimanere ancora a lungo, se mai gli riuscirà di avere un’altra chance. L’uomo di Beppe Grillo e di Casaleggio jr è ormai Giuseppe Conte, inutile farsi illusioni, anche Luigi, il suo vecchio pard, ha dovuto piegarsi accettando di finire a non far danni alla Farnesina.
Forse è il caso che porti a termine il libro sullo “scandalo di Bibbiano” che promette di fare finalmente luce sulla vicenda, dimostrando le responsabilità del Pd nel sistema degli affidamenti illeciti di bambini strappati crudelmente alle loro famiglie.
Lo aspettano tutti con ansia, anche i magistrati, ma finora non si è visto niente nonostante la pubblicazione fossa data per imminente. Forse per come si sono messe le cose, l’editore avrà preferito soprassedere, oppure sono deboli gli argomenti, se non mancano del tutto. Sta di fatto che non se ne parla più e chissà che non sia meglio per lui.
Deve essere dura ritrovarsi nella ‘polvere’ dopo una brillante ascesa politica, interrottasi per sua scelta decidendo di non ricandidarsi al parlamento perché attratto dalle sirene del mercato editoriale con la possibilità di vagabondare per una anno a spese de Il Fatto Quotidiano in America, e capire di avere peccato di supponenza.
Ebbene sì, l’avere rifiutato all’epoca un prestigioso posto di ministro gli è costato caro, il treno è passato e non ci è salito. D’altronde il personaggio è stato sempre un po’ bizzarro, diciamo così, senza particolari qualità né competenze e capacità politiche quasi zero, visti gli sviluppi della sua carriera e le uscite improvvide come quella di questi giorni.
Un paio di anni fa, tanto per dire, tra una piazza e l’altra ad aizzare la folla si ritrovò a parlare ad un comizio di Forconi autonomisti lombardo-veneti credendo di starne ad uno del Movimento.
Oppure quando, sentendosi un esperto di politica estera, riuscì a provocare, insieme al suo compare Di Maio (altro scienziato politico), una crisi diplomatica con la Francia che non si vedeva dal 1940, incontrando un leader dei ‘gilet gialli’, un tale Christophe Chalencon islamofobo dell’ultra destra che vagheggiava di un possibile golpe a Parigi. Senza parlare di quando nel 2017 dichiarò che se il M5S si fosse mai alleato con il Pd avrebbe lasciato il movimento. Alla fine è successo, ma lui sta ancora lì. Non ha altra scelta. Allora, alla prossima.