

di Giancarlo Tommasone
I più se lo ricorderanno per ‘Black Hole Sun’, forse il brano dei Soundgarden che ha contribuito a portare il grunge a tutti i livelli, consegnandolo anche a fruitori pop attraverso un video del ’94 che ha fatto scuola. Ma Chris Cornell, scomparso nelle scorse ore a Detroit, è stato molto di più tanto da essere considerato insieme a Kurt Cobain (Nirvana), Layne Staley (Alice in Chains) e Eddie Vedder (Pearl Jam) una delle pietre angolari di un genere nato e sviluppatosi a Seattle. Partito da una delle città più depresse e difficili d’America per trovare collocazione universale nel pianeta rock. Una voce, quella di Cornell, che può apparire in alcuni casi ultraterrena, profonda e viscerale, un timbro che porta dentro la denuncia e la ribellione della ‘Generazione X’ degli anni Novanta. Nel 2009 aveva dichiarato: il rock è morto. Ma con la dipartita di Cornell ci viene naturale scrivere che se ne va la voce di un decennio che ha saputo tagliare i ponti con la pesantezza barocca e stucchevole degli Ottanta e ha ridato dignità proprio al rock, dato per spacciato e aggredito dal cancro della commercializzazione. Del resto il frontman dei Soundgarden e poi degli Audioslave aveva forse saltato a piè pari gli anni ’80, ispirandosi al sound di band cult dei Settanta, una su tutte, Led Zeppelin. Personaggio diverso da Cobain e Staley, e forse più equiparabile a Vedder, aveva consapevolmente allontanato da sé lo stereotipo dell’artista maledetto ed esautorato dal suo ruolo, che per forza di cose deve rifugiarsi nei paradisi lisergici e soccombere davanti allo star system. Con i quattro maggiori portavoce del grunge aveva però in comune lo spleen rabbioso, quello che insieme alla sua voce ci mancherà più di tutto.