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Orti Urbani, più che una moda una necessità: ma la legislazione non aiuta

di Piero Porreca
Una preoccupazione per la nostra salute, e per l’ambiente, che ai giorni nostri ci attanaglia, è quella di conoscere l’origine di quello che mangiamo, e nel caso dei vegetali, sapere se sono stati trattati con pesticidi o se provengono da coltivazioni OGM, tutti siamo alla ricerca di prodotti il più organici e naturali possibili. Ed è per questo motivo che sono ritornati di moda gli “orti urbani”. Si tratta solitamente di spazi verdi, di proprietà comunale o privata, la cui gestione è affidata a gruppi di cittadini. Questi, quasi sempre inesperti contadini, ricevono per un periodo la concessione, dietro pagamento di un piccolo canone di affitto, di aree dove si dedicano alla produzione di fiori, frutta e ortaggi per i soddisfare innanzitutto i propri bisogni. Sebbene gli orti possono essere dislocati all’interno della città, molto spesso si trovano invece in aree periferiche, laddove è ovviamente più facile trovare appezzamenti di terreno lasciati spesso morire nel degrado in quanto aree meno considerate della città.
Sebbene, oggi, il successo di queste iniziative possa farci pensare che si tratti di un’idea nuova, la presenza di orti urbani in città ha radici piuttosto lontane. In Europa si hanno tracce fin dagli inizi del ‘900, soprattutto in Francia, in Belgio, Inghilterra, Germania, paesi che furono soggetti a pesanti immigrazioni e colti impreparati dall’improvviso aumento della domanda di prodotti agricoli. In seguito li ritroveremo durante la Seconda Guerra Mondiale, dove a causa delle battaglie imperanti un po’ ovunque, la movimentazione di prodotti basici era quasi inesistente. Anche per l’Italia la nascita di questo fenomeno trae origine dalle ristrettezze alimentari causate dalla Guerra. Nei libri di storia si ricorda infatti Mussolini quando lanciò la campagna per gli “orticelli di guerra”, dove tutto il verde pubblico veniva messo a disposizione della popolazione per coltivare verdure e legumi, con l’obiettivo finale di non lasciare incolto “…neppure un lembo di terra”.
Oggi non sono le ristrettezze alimentari a fomentare queste iniziative, ma la voglia di mangiar sano e, per molti, anche di risparmiare sulla spesa. Ma il fenomeno ha anche altri risvolti positivi, grazie a ritrovate forme di socializzazione e di riqualificazione del proprio ambito territoriale. Nei fatti dopo qualche nostra esperienza, sul divano di casa con giochini come “farmville”, o la cura del nostro giardino o terrazza di casa, la figura del contadino urbano sta assumendo sempre più consistenza. Sempre più persone, piuttosto che andare al supermercato e prendere l’insalata già bella e pronta da condire, sono disposte a sfidare il duro lavoro della terra. E si sa, lavorare la terra è scomodo, e poi piove, fa freddo, o molto caldo, non ci si può allontanare troppo, bisogna arare, seminare, irrigare, potare,… ma alla fine c’è la grande soddisfazione di consumare i frutti della propria fatica, sapendo che saranno differenti da quelli del supermercato per sapore, colore, aroma, dimensioni, … Insomma, un piccolo “ritorno alle origini”, quando frutta e verdura si producevano a Km Zero e si mangiavano secondo stagione.
Cambiano quindi i gusti alimentari dei cittadini-consumatori ma cambia anche la vita di un quartiere riqualificato “in verde “, cambia l’intorno urbanistico, e cambiano le relazioni tra la gente, le abitudini. Coltivare la terra è la maniera più efficace per sensibilizzare le persone alle questioni ambientaliste. Spendere il proprio tempo libero e la propria fatica su un terreno significa comprendere appieno il giusto peso dei problemi della società moderna: dalla gestione dei rifiuti al rapporto con il clima. Assunta la giusta identificazione di contadino, dopo sarà più chiaro cosa vuol dire terra e cosa asfalto. Mangiar sano, riqualificazione urbana e sensibilizzazione ambientalista ma anche socializzazione ed esercizio fisico i vantaggi di questa riappropriazione degli spazi e del tempo. Infatti sarà “naturale” vedere tutti i membri di una famiglia alternarsi nella cura del proprio orticello, così come sarà naturale scambiarsi opinioni e suggerimenti con il proprio vicino di campo, sarà salutare il lavoro, che si traduce in esercizio fisico ma anche come sfogo per gli stress accumulati, un mix di allegria e vita all’aria aperta magari circondati da bambini che giocano liberi e sicuri dai pericoli della città, alleviando così le altre ansie dei genitori. E per gli orti più avanzati, dove magari qualche volenteroso si è prodigato per attrezzarli anche di bagni e aree per pic-nic, la domenica spesso si trasforma in una festa, dove si mangia fuori tutti insieme, magari con tutti gli ortolani del quartiere. Quello che manca come al solito è l’attenzione politica; normalmente l’interesse dei politici è fermo alle parole. In Italia solo alcune realtà comunali del Centro-Nord si sono attivate per i propri cittadini su questo tema, al Sud gli spazi pubblici sono di fatto inesistenti. Ed anche l’iniziativa privata è frenata da questa mancanza di attenzione politica. Tutta la illogicità burocratica viene espressa in palesi controsensi come i casi di terreni posti dai piani regolatori in aree ovviamente non edificabili i quali non vengono riconosciuti dallo stesso piano come aree agricole, facendo così mancare qualsiasi garanzia a lungo termine per chi si apre a un’attività del genere, e non è certo un gioco da ragazzi. In assenza di una normativa che consideri queste trasformazioni legittime, risulta un uso abusivo del territorio, e se quindi, ad esempio, si chiede l’allacciamento all’acquedotto non lo si ottiene, e siccome l’acqua è un elemento fondamentale per le coltivazioni si rende necessario la costruzione di pozzi per lo sfruttamento delle falde acquifere, pozzi che possono raggiungere costi altissimi tra perforazione e sfruttamento. Questo è il rispetto che la politica dedica all’ambiente, al sociale e alle idee per nuovi sbocchi lavorativi. Perché difficoltà a parte, il business è vantaggioso per tutti, dai proprietari dei terreni, che ricevono mediamente da ogni affittuario circa 10€/mese per 50 mq di orticello, acqua e uso delle attrezzature comprese (un guadagno medio di 2mila € per ettaro al mese), a chi lo gestisce con il suo guadagno in natura. I vantaggi sono più che buoni sapendo però che i costi si ammortizzano dopo i primi 4-5 anni. Ma è evidente che tanti piccioni con una sola e povera fava sono troppi per i nostri modesti politici.

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