

di Mario Colella
“Sei stato in giro con i professori e hanno apprezzato il tuo look, con grandi avvocati hai discusso di lebbrosi e truffatori, hai letto tutti i libri di F. Scott Fitzgerald, sei molto istruito si sa, ma sta succedendo qualcosa e tu non sai cosa, Mr. Jones”… (1956, “The ballad of a thin man”)
Che stava succedendo, Bob? Lo spiegò qualche anno fa Umberto Eco che tirava in ballo pure Max Ernst (postfazione a “Il nome della rosa”). Semplicemente avveniva su larga scala, negli anni in cui Dylan scriveva i suoi testi più visionari, quello che nella cultura popolare, non solo nella musica, avviene da sempre. Non c’è più un copyright. Si cita. Addirittura oggi si campiona. Nella musica, Dylan stesso esordisce citando, anzi copiando, “rielaborando” vecchie canzoni blues. Lo faranno tutti, dai Rolling Stones ai Led Zeppellin, Bruce Springsteen ne è stato un maestro, i Ramones hanno campato per anni citando se stessi di quando citavano il garage punk e il surf più selvaggio dei sixties. Si fa ancora di più oggi. E nei testi, sì, anche nei testi, si citano i grandi e i meno grandi, poeti famosi, autori sconosciuti ai più: si legga Dick Hebdige che lo spiega benissimo per quanto attiene il campo musicale in “Cut n Mix”, si studi William Burroughs che mette a punto la tecnica del “cut up”. La differenza vera, oggi, è tra chi cita bene e chi invece lo fa male. Non è differenza di poco conto. Ma in fondo, da un Gramellini che cazzo vogliamo?