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ALLARME CALCIO ITALIANO – Nel nostro paese siamo indietro di 15 anni, ecco alcuni fra i tanti motivi che ci rendono poco competitivi in Europa

Non si sa nemmeno da dove cominciare a individuare i motivi che hanno reso il nostro calcio perdente in Europa in tutto, sia sportivamente che nei fatturati, un calcio dove un tempo eravamo leader con il campionato di Serie A definito pomposamente “il più bello del mondo” e magari non lo è mai stato, ma di certo era il più difficile e il più competitivo, perchè è in Italia che fino ai primi anni 90′ gli stadi erano sempre pieni, i top player erano tutti nel nostro campionato, la nazionale sempre fra le favorite per vincere i mondiali che guarda non a caso proprio nel 90′ furono organizzati in Italia, evento che avrebbe potuto lanciare il nostro calcio definitivamente nella nuova era del calcio moderno, quello degli stadi nuovi, quello del calcio mediatico, quel calcio che poi qualche anno dopo fu letteralmente rivoluzionato dalla controversa Legge Bosman, che piaccia o non piaccia ha ridisegnato in Europa il nuovo modo di far calcio. Il primo vero problema del calcio italiano è quello di non aver mai interpretato o capito bene quello che ha causato la legge Bosman del 15 dicembre 1995, esattamente 20 anni fa, quando la Corte di Giustizia Europea pronunciò la famosa “Sentenza Bosman”, dando ragione all’anonimo fino ad allora centrocampista belga che aveva fatto causa al Liegi, alla Federcalcio Belga e alla Uefa. Di seguito spieghiamo cosa accadde nel 90′ che ha rivoluzionato definitivamente il modo di fare calcio in Europa.

Jean Marc Bosman era un giocatore dell’RFC Liegi. A fronte della richiesta di trasferirsi al Dunkerque in Francia la società belga rifiutò il trasferimento, non considerando sufficiente la contropartita in denaro offerta. Nel frattempo il suo contratto era scaduto e Bosman finì fuori rosa a ingaggio ridotto.
Da qui partì la sua causa che presentò alla Corte di giustizia dell’UE in Lussemburgo un caso di “restrizione al commercio” e alla “libera circolazione dei lavoratori” nell’Unione. Il 15 dicembre 1995 la corte stabilì che il sistema fino ad allora in piedi costituiva una restrizione alla libera circolazione dei lavoratori e ciò era proibito dall’articolo 39 del Trattato di Roma.
A tutti i calciatori dell’Unione Europea fu permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto, nel caso di un trasferimento da un club appartenente a una federazione calcistica dell’Unione Europea a un club appartenente ad un’altra federazione calcistica, sempre dell’Unione Europea. Oltre a questo venne stabilito il diritto a firmare un pre-contratto con un altro club, sempre a parametro zero, negli ultimi sei mesi del proprio accordo con il precedente club. Due passaggi chiave, anche per capire quella che è stata negli ultimi 20 anni l’evoluzione dei rapporti di forza società-calciatori con l’escalation del ruolo dei procuratori passati da semplici intermediari a veri e propri artefici di intere campagne acquisti.

Ora tutto questo per chi non lo sapesse, significa che è puro e bieco moralismo giudicare ingrato, traditore un calciatore che va a scadenza di contratto e che prende in esame altre offerte e opportunità migliorative della propria professione. Il caso Higuain dello scorso anno e quello di Donnarumma sono emblematici di quanto in Italia ancora non si fosse capito sulle conseguenze della Legge Bosman. Quella legge è una conquista, un diritto acquisito dei calciatori, che prima erano prigionieri delle proprie società. Invero la prima conquista sindacale delle associazioni dei calciatori , fu la cosiddetta “firma contestuale” che dava la possibilità ad un calciatore di rifiutare un trasferimento per cessione del suo cartellino ad un altro club, nel caso non fosse di suo gradimento, ma non bastava, perchè il mobbing, le minacce di stare fermo non furono garantite nemmeno con il regime di firma contestuale, fino a che non intervenne la sentenza Bosman, che per legge obbligava le società ad assecondare le volontà dei calciatori professionisti e metterli alla pari di tutti i lavoratori europei in un libero mercato. Purtroppo in Italia come sempre le leggi non vengono applicate, ma interpretate dai poteri forti che imponevano il loro volere in base esclusivamente ai propri interessi, utilizzando sordidamente metodi poco corretti come il mobbing e il linciaggio mediatico attraverso giornalisti servili, se non addirittura il condizionamento a mezzo minacce più o meno velate. Il fresco caso Donnarumma è emblematico di queste distorsioni del calcio, che purtroppo vengono disattese in primis proprio dagli organi di informazione, che particolarmente in Italia sono spesso fagocitati dai poteri forti, mettendo su campagne propagandistiche, mistificando i fatti, plagiando l’opinione pubblica. Non possiamo in un solo articolo descrivere e approfondire al meglio tutti i problemi del calcio italiano, che come si diceva nascono fin già con la cattiva comprensione della Legge Bosman, ed è forse solo casuale, ma forse neanche tanto che dopo quella Legge in Italia scoppia Calciopoli. E fu allora che invece di cogliere l’occasione per rifondare e riformare il calcio italiano non solo considerando il cambiamento che aveva provocato la Legge Bosman, ma anche per dare vita ad un nuovo modo di fare calcio, quindi di pensare a delle società che ormai erano diventate delle vere e proprie imprese a scopo di lucro, che avrebbero dovuto investire negli stadi, nella managerialità, nel marketing e quant’altro servisse per potersi mettere al passo in Europa e rendercie più competitivi sportivamente ed economicamente, tornando ad essere il Paese leader nel calcio. Calciopoli, che ha sicuramente sconfitto un certo malcostume, ha fatto sì che attraverso la legge Melandrie e il commissariamento temporaneo della Fgci, che i diritti televisivi venissero non più trattati a livello individuale ma a livello collettivo, ripartendo più equamente le nuove risorse, ma nonostante ciò, se calciopoli fu la sconfitta della prima repubblica del calcio, il post calciopoli fu l’inizio della seconda repubblica che continua a degradare anche più della prima, nell’immobilismo in fatto di costruzione di nuove strutture, (pochi club fra i quali la solita Juventus, ma anche Sassuolo e Udinese si sono dotati di un proprio impianto), poi si continua a vivacchiare con gli introiti che finora hanno garantito le pay tv, il resto va nelle tasche di quei pochi club che si spartiscono scudetti e partecipazioni in Champions, e tutto questo non ha fatto altro che appiattire sempre più quello che un tempo era considerato il campionato più bello del mondo, nel campionato più noioso del mondo, in questa logica assistenziale degli organizzatori e dei suoi mediocri protagonisti che per meglio ripartire le risorse si sono inventati anche il paracadute per chi retrocede in Serie B, praticamente un premio a perdere che vorrebbe sembrare solidale e invece non è altro che una specie di sussidio assistenziale che toglie qualsiasi stimolo nel mettersi in gioco. L conseguenza è che anche mediaticamente il calcio italiano sta perdendo tutto il suo appeal di un tempo, probabilmente con gravi conseguenze future. Purtroppo è tutto così contorto che si fa fatica anche a spiegarlo. Comunque questi i principali motivi che hanno in parte reso il nostro, un calcio malato, perdente e sull’orlo del fallimento. Le responsabilità sono semplici da individuare e sono, dovute chiaramente all’organizzazione e alle Istituzioni calcistiche italiane che fanno capo alla Fgci e ai maggiori esponenti della Lega dei presidenti dei club di Serie A. Un Palazzo di gente vecchia, in parte incompetente, che non ha vere e proprie conoscenze di impresa e che ancora si ostina a gestire il calcio autonomamente, con una propria Giustizia sportiva e senza che le istituzioni ordinarie possano intervenire nelle loro problematiche, a meno che qualcuno dei suoi rappresentanti non trasgredisca quel patto interno chiamato ‘clausola compromissoria’ della Fgci, che impone ai suoi tesserati di rivolgersi solo ed esclusivamente alla Giustizia sportiva e non alla giustizia ordinaria, pena sanzioni varie che vanno da multe salatissime a penalizzazioni di punti. Tutto questo fa si che i club più potenti gestiscano tutto come più conviene, dai diritti televisivi a tutte le altre ripartizioni, chiaramente a discapito dei club minori, questo è dimostrato alle assembleee di Lega dove su 20 club, per far passare una mozione, una decisione qualsiasi bastano sei voti, non di certo quelli della maggioranza, che in tal caso sarebbe di 11 voti su 20 e non di certo solo di 6. Non si capisce in quale democrazia al mondo vince la minoranza, ecco perchè a vincere e a dettare legge sono sempre i soliti club. Un tempo, proprio negli anni 90′ le chiamavano le “Sette Sorelle”, dove accade che magari alcuni di questi club, tipo la Juventus attraverso le aziende di riferimento, addirittura sponsorizzano la federazione arbitri, la nazionale, la Fgci stessa, quando pure non controllino tutti i settori giovanili o i calciatori di altri club più deboli a loro assoggettati. Altri conflitti, in club tipo il Milan, la cui proprietà fino a qualche mese fa era di chi come Berlusconi non possedeva esclusivamente il club di calcio, ma era anche il proprietario, quindi soggetto giuridico della Pay Tv, Mediaset premium, che puntualmente si aggiudica insieme a Sky i diritti televisivi del calcio Italiano ma questo accadeva già negli anni 90′ con Telepiù e Stream. Ma di conflitti ne aveva anche l’Inter quella degli scudetti fra i quali, quelli revocati alla nemica di sempre Juventus. Inter che guarda caso aveva fra i suoi dirigenti un certo Marco Tronchetti Provera presidente di Telecom, quindi del main sponsor del calcio Italiano di Serie A che oltre ad essere uno dei maggiori finanziatori del campionato, deve essere stata determinante per ovvi motivi nell’utilizzo delle intercettazioni telefoniche, che sono sicuramente servite per fare pulizia nel calcio italiano, ma anche di far fuori la concorrente diretta, quella la Juventus penalizzata e retrocessa in Serie B. Al di là di calciopoli, oggi anche grazie alla Legge Bosman non è più tollerabile che all’interno del calcio italiano ci fossero poteri così dominanti, che fanno il bello e il cattivo tempo anche sul destino e la proprietà dei calciatori, pretendendo di trattenerli anche a fine contratto con proposte minori rispetto ai reali valori di mercato, ricattandoli moralmente con il concetto di mercenarismo, tradimento che fra professionisti sono concetti alquanto astrusi se non impropri. Chiaramente tutto questo è possibile in Italia perchè in questo paese abbiamo ancora questa logica gattpardesca del potere, ma in Europa non attecchisce più e infatti non siamo più competitivi a quel livello. Ora cosa fare per svegliarsi dal torpore e non essere più soggiogati da poteri vecchi, che fanno la fortuna sempre dei soliti club? Innanzittutto che il momdo della Stampa, della Tv, facciano informazione seria, di servizio pubblico invece di ammiccare servilmente a questi poteri grandi o piccoli che siano, che bloccano di fatto lo sviluppo del calcio italiano e a Napoli ne sappiamo qualcosa, dove pur non avendo il potere della Juventus a livello nazionale, vi è un proprietario del club che a sua volta e a modo suo condiziona la stampa e quindi l’opinione pubblica locale. In effetti poco si può fare per contrastare il controllo di chi gestisce il calcio, i club e la stampa, ma servirebbe un radicale intervento del Governo italiano a regolare il mondo del calcio che ancora viene tollerato come una sorta di porto franco, dove tutti fanno un po come gli pare. Bisogna innanzitutto senza se e senza ma, intervenire con una legge seria sugli stadi e la sicurezza, obbligando chi vuole imprendere nel calcio a dotarsi in proprietà o in locazione, di strutture a norma e di un minimo di organizzazione affinchè si possa garantire lo spettacolo sportivo salvaguardando una corretta ospitalità nonchè la sicurezza all’interno degli stadi, che deve essere ad esclusiva responsabilità dei proprietari dei club. Ci sono città europee che di stadi nuovi belli e funzionali ne hanno più di uno, alcune metropoli come Londra addirittura ne hanno una dozzina, uno per ogni club o quartiere di Londra, quasi quanti ce ne sono in tutta italia. Inoltre, il Governo dovrebbe intervenire anche per studiare ed aprire a nuovi regimi di gestione dei club e dare ai cittadini la possibilità legale e regolamentata di fare un serio azionariato popolare e poter diventare proprietari delle proprie squadre di calcio, così come ha fatto già da qualche anno il governo tedesco, rilanciando alla grande il loro prodotto calcistico e i loro club quasi tutti ad azionariato popolare. Infine, come sempre, è assai importante che il mondo dei media anzichè aizzare i tifosi, e schierarsi nelle varie schermaglie faziose, facessero il loro mestiere per il bene del calcio italiano, senza stressarlo e isterizzarlo oltremodo, basando il loro lavoro, che per propria deontologia professionale non prevede schieramenti di parte, limitandosi nella cronaca dei fatti, nel commento oggettivo e di non scantonare in accuse sommarie, moralistiche e di parte, perchè una stampa che si rispetti deve comunicare correttamente ed essere esclusivamente al servizio del pubblico, invece di aizzarlo scatenando patetiche quanto violente guerre di bandiera, tradimenti e demenzialità varie, che nulla hanno a che fare con il concetto di lealtà sportiva. Finchè in questo Paese ci sarà servilismo, vittimismo e mancanza di cultura calcistica, ma anche di cultura in generale, la nostra nazione, la nostra città, la nostra squadra di calcio continueranno a perdere sia in Italia che in Europaa tutti i livelli. A chi gioverà tutto questo? Di certo non alla gente comune che continua a pagare tanto un prodotto che non vale tanto, ma gioverà solo a quei pochi privilegiati che da sempre condizionano la vita intera del Paese e che ne mangiano da soli tutte le grandi risorse, e noi continuiamo a perdere e a pagare!…. E’ ancora tollerabile tutto ciò?

di Pippo Trio

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