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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: quinta puntata

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.

Grillo, 52enne  vigile urbano di Napoli senza vocazione, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la quinta puntata del suo:

“DIARIO DI UN REAZIONARIO”

 

11 novembre

Figlio unico di figli unici e come tale segnato da una tendenza all’isolamento, imposto più che cercato. Da piccolo mi divertivo tristemente seppellito da una montagna di giocattoli, condannato a vagare tra mura poco rassicuranti.

I miei opprimenti carcerieri, ansiosi come collezionisti di fragili porcellane, andavano in fibrillazione per la mia salute e la mia incolumità: percepivano il mondo esterno come una minaccia latente. Il loro incubo ricorrente prendeva forma, si materializzava ogni qualvolta un’ innocua influenza contagiava me e il resto della popolazione infantile di quegli anni. Mi dedicavano un affetto malato, temendo che il loro “gingillo” potesse rompersi da un momento all’altro. Li ho tollerati, anche loro vittime di attenzioni non sempre richieste. In questa oasi protetta, gli altri genitori mi apparivano come conigli iperprolifici che donavano la vita, lasciandola scorrere. Si è sviluppata così un’invidia morbosa che avrebbe corroso tutti i miei rapporti se non fossi corso ai ripari.

 

14 novembre

Tutto quello che ho visto è circoscritto a questa città. Mai viaggiato. Non ho potuto sperimentare nessun cambiamento eclatante, alcun improvviso arricchimento interiore. Sono sempre lo stesso, soggetto solo a micromutazioni di prospettiva: spostamenti limitati, shock emozionali altrettanto irrilevanti.

Giro nel mio quartiere e, quando capita o ne ho voglia, anche in quelli limitrofi. Evito accuratamente di superare la cinta urbana, quel confine oltre il quale la mia immaginazione collassa lasciandomi scorgere solo popolazioni con un’ evoluzione che solo da poco ha superato l’età della pietra. Intuisco, pur non essendone certo, che incontrerei difficoltà a comprendere il loro idioma, composto da suoni disarticolati. E nel mio peregrinare stanziale conosco – non uomini e donne – ma tipi, canovacci di personalità che seguono uno sviluppo predeterminato: l’imbecille, il ragioniere, il commerciante imbroglione, il professionista viveur, l’operatore ecologico perennemente inchiodato sul predellino dell’automezzo per la raccolta rifiuti, il delinquente saccente, il politico locale che sogna uno scranno in parlamento, la professionista rampante. Tante figure solo abbozzate, stilizzate, senza anima.       Eppure, nonostante la mia innata diffidenza, ho costruito negli anni una rete – sebbene limitata – di rapporti sociali. Relazioni strumentali legate al concetto di sopravvivenza: a tutti coloro che hanno il piacere di incontrarmi sulla loro strada riservo la superficie visibile di un carattere poco espansivo. Quel tanto che basta per sottoscrivere un tacito accordo di non belligeranza. Se voglio ricavare qualcosa devo affidarmi alla menzogna. Quella vera.

 

15 novembre

Lavoro poco, sempre in perfetta autonomia. Odio i “caporali”, quelli che gestiscono i caporali e, salendo su per la scala gerarchica, quella élite che governa l’ineffabile mondo della produzione. Oltre a dilapidare con parsimonia il tesoretto ereditato dai miei, mi sono dedicato a svariate occupazioni temporanee e redditizie: ultima in ordine di tempo, l’esportazione di vino sui mercati esteri, soprattutto in Giappone. Un’ attività gestita per procura che mi ha consentito di non spostarmi di un centimetro. Dopo un anno è subentrata la noia; non so cosa mi prende, forse una sorta di insoddisfazione che mi fa girare a vuoto. Sento la necessità di forti emozioni sebbene mi accontenti di quelle più blande.

Noto, con un misto di inquietudine e di eccitazione, la crescente attrazione che mi spinge verso i cosiddetti “marginali”, quelli che vivono alla giornata, in un eterno presente fatto di espedienti, noncuranti – o più semplicemente ignari – delle sorprese che riserva loro il futuro.

 

20 novembre

Un uomo, affinché si possa definire tale, deve mettere ordine nella sua vita, preservando il proprio corpo dalle insidie che ne possano compromettere il funzionamento. Una dieta equilibrata, ipocalorica con pasti e spuntini assunti cinque volte al giorno assolve ampiamente il compito. Inoltre la regolarità deve estendersi anche all’esterno, scandendo il ritmo quotidiano: in casa ogni cosa al suo posto, controllando che ad ogni variazione corrisponda una ricomposizione. E’ indispensabile poi osservarsi minuziosamente ogni giorno allo specchio, considerando il riflesso come il corpo di un’altra persona: in questo modo è possibile scorgere anomalie e trasformazioni frutto del passaggio inesorabile del tempo. Ci si abituerà in tal modo al cambiamento e ci si sottrarrà alle considerazioni irritanti del primo venuto alla ricerca di imperfezioni da attribuire solo a te.

Non si tratta di una teoria bizzarra, ma di un modus vivendi mutuato dal parcheggiatore abusivo del mercatino rionale. Salvatore, per le forze dell’ordine, ricade nel novero di coloro sempre prossimi ad essere denunciati per estorsione; basterebbe la segnalazione di un qualsiasi suo “contribuente” al commissariato di zona per stroncargli la carriera. Tutto questo Sasà non lo vuole accettare: è convinto di esercitare un mestiere che si pone ai limiti della legalità ma che, tutto sommato, è a tutti gli effetti un servizio sociale. Lui è – a suo dire – un “sistematore”. Dall’anarchia totale in cui è precipitata la gestione degli stalli di sosta, compare il Salvatore – di nome e di fatto – a porre fine all’anomia che angoscia gli avventori di botteghe e minimarket. Casalinghe e pensionati gli cedono volentieri le chiavi delle loro autovetture e lui, alla loro guida, le sposta, le colloca seguendo schemi poco ortodossi ma ottimizzando spazi che a prima vista sembrerebbero insufficienti a soddisfare la richiesta di parcheggio. Un libero professionista, funzionale in una città disfunzionale. Il significato della parola “tasse” lo conosce solo perché le pagano gli altri. A lui basta ripetere: “Io non ho niente e niente tengo da perdere”.

 

23 novembre

Dov’è che sbaglio? In questo periodo me lo chiedo sempre più di frequente e mi accorgo che dovrei ritornare sui miei passi. Nessuno stravolgimento o capovolgimento radicale, sia chiaro. Solo l’introduzione di qualche correttivo, cominciando a muovermi di più; controllando se con una maggiore ossigenazione possano nascere nuove idee, se possa trarne beneficio il mio spirito d’intolleranza. Le incursioni nel mondo esterno dovranno essere mirate. Già mi sto esercitando, prestando attenzione ai più piccoli dettagli, alle minuzie che prima tralasciavo. Fuori c’è un campo di battaglia, non posso distrarmi.

Esercizio 1: “Questa è la pratica per i primi sette giorni: dobbiamo ricordarci di noi – cioè essere presenti, concentrati sulle azioni che stiamo compiendo, senza pensare ad altro – mentre ci spogliamo e ci vestiamo”.

Ci sto provando, senza alcun risultato. Ma la strada è lunga e non bisogna desistere. C’è da fidarsi? E’ l’indicazione di un percorso spirituale o new age d’accatto? Non saprei…. Qualunque cosa sia, dubito possa danneggiarmi più di tanto.

 

24 novembre

Diversi segnali mi hanno persuaso che la mia strada è già tracciata. Uno di questi è il mio nome: Mario. Divertente, quasi prossimo al ridicolo, il cognome è poco diffuso: Trucchetto.  Qualche mio avo si sarà sicuramente esibito in una fiera itinerante, cimentandosi con giochetti da illusionista, carpendo la buona fede e – in taluni casi – truffando ingenui spettatori. Ecco, io sento di aver ereditato qualcosa di tale spirito. I tempi di gestazione sono ancora nella fase iniziale. L’inganno in incubazione.

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