
Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.
Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la settima puntata del suo:
“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
22 luglio
Un’orchite di natura psicosomatica mi sta rallentando il passo. E non me lo posso permettere. Il mio medico curante mi ha spiegato che per l’ingrossamento testicolare non ci sono cause tali da poterlo ricondurre ad uno stato depressivo. Anche perché in questo periodo sono al top del rendimento. Non posso confessare al dottore i motivi della mia insofferenza rispetto a questa estemporanea metamorfosi. Nessun sintomo visibile: né febbre alta, né sacca scrotale deformata. “Signor Trucchetto, lei mi sta facendo perdere tempo” – mi ha urlato indispettito l’urologo . ” Non ha niente, è tutto solo nella sua testa!”. Come se non lo sapessi…
E allora cos’è che non va? Ho paura di sbagliare, questa è la verità.
In una situazione di emergenza, quanto si può lasciare in balìa del fato? Nulla. Si decide secondo un codice binario: istinto o ponderazione. Il primo ti spinge all’azione irriflessiva, la seconda ti indica la strada comoda e rassicurante del temporeggiare, del perdere tempo: quello che mi manca. Se voglio proseguire e arricchire la mia attività non posso perdermi in disamine moralistiche. Tutto è giusto fin quando lo si reputa tale. Ora sono in attesa del superuomo che giudichi i miei errori, che rettifichi una prospettiva distorta. Sono un ladro, un essere perverso che sottrae quanto altri hanno guadagnato con lo sforzo, con il sudore, con la rinuncia. Ma voglio sopravvivere. E alla grande.
29 luglio
Tutte le teorie crollano quando i fatti le smentiscono. Nel mio caso con il primo arresto. Mi hanno beccato in flagranza di reato – i miei “colleghi” la chiamano fragranza, come se si trattasse di pane appena sfornato.
Osservare la realtà nella doppia veste di attore e spettatore; godere di uno spettacolo ed esserne distaccato non lasciandosi coinvolgere dal movimento frenetico della vita. Tutti questi accorgimenti, precauzioni, non hanno impedito che accadesse l’ineluttabile.
Proprio mentre giravo la scena della sottrazione del quinto portafogli – della mia breve carriera – ad una signora immersa in una trance indotta dalla visione di qualcosa che si muoveva sullo schermo del suo telefonino, ho avvertito una stretta al collo, come se fossi rimasto incastrato nella morsa di un fabbro; simultaneamente una mano ha bloccato il mio polso strizzandolo e torcendolo.. Non potendomi girare, ho sollevato e spostato le iridi in alto a sinistra facendole quasi scomparire dalla cavità oculare e ho cominciato ad agitarmi cercando di svincolarmi. Sembravo in preda ad un attacco epilettico. Mancava solo la bava.
L’energumeno ed il suo bodyguard – due agenti di polizia in borghese – mi hanno immobilizzato al suolo, ammanettandomi. Il passaggio fino alla questura mi è stato gentilmente offerto, a titolo gratuito.
29 luglio ore 18 circa
Solo quando sono stato accompagnato nella piccola stanza antistante le camere di sicurezza ho capito che l’ironia, la leggerezza con la quale affronto tutti gli imprevisti spiacevoli, era fuori luogo. Alla mia destra, dietro una scrivania, un agente ha aperto un registro e, rivolto a uno degli uomini che mi avevano scortato gli ha chiesto: “E questo che ha fatto?”. Lo so, non bisogna andare troppo per il sottile con quelli che infrangono la legge, ma qualcosa nel suo tono mi ha offeso. E il suo collega: “Borseggio. Si è fatto pigliare comm’ e nu strunz!”. Ma che volgarità! Poi mi è stato indicato un blocco di cemento che correva lungo la parete di sinistra, sul quale mi sono accomodato, proprio di fronte al mio inquisitore. “Togli lacci delle scarpe, cintura e collanine, se ne hai”, mi ha ordinato. “Svuota le tasche – ha continuato – ti sarà restituito tutto domani”. Ho eseguito senza commentare – cosa c’era da dire? I lacci delle scarpette e la cintura in un sacchetto e i miei 23 euro e 40 in una busta sigillata e timbrata. Dopo aver fornito le generalità mi è stata assegnata la destinazione: terza cella, l’ultima a sinistra in fondo ad un breve corridoio.
29 luglio poco prima delle 19
Per il mio carceriere è pura routine. Quando dà la mandata alla porta blindata ha assolto il suo compito e dalla sua espressione traspare, con l’ammiccare un leggero sorriso, la soddisfazione del giusto, del giudice sdegnoso che commisera senza distinzione dilettanti e recidivi del crimine. Neanche il tempo di formulare compiutamente questo abbozzo critico ed ho realizzato come meno di venti metri quadrati non sono uno spazio agevole in cui muoversi soprattutto se la metà è riservata a un giaciglio comune da dividere con gli aspiranti detenuti in transito. La segréta moderna è tagliata longitudinalmente dal vano d’ingresso fino ad una piccola finestra, corredata di sbarre, che dà sul cortile interno. In questo confortevole monolocale ho trovato alcuni ospiti che si sono palesati prima all’olfatto e solo dopo alla vista: due nordafricani – quelli, per intenderci, che hanno un colorito tale da farli scambiare per meridionali appena rientrati dalle vacanze. Solo con il sopraggiungere dell’inverno ed appena aprono bocca, non foss’altro che per salutarti, si risale alle loro origini.
Entro e mi presento. Tendo la mano al primo che, di rimando, me la stringe e pronuncia: “Ahmed”. Faccio lo stesso con il secondo e questi biascica un “Ebdelkayyaoum”. “Come?” – insisto. “Ebdelkayyaoum” – ripete. Vabbé, lasciamo perdere….non debbo diventare il suo amico del cuore.
29 luglio sera
Questi due dovrebbero essere miei succedanei: anche loro borseggiatori, ma di un’ingenuità professionale disarmante che diventa cattiveria quando incrociano una vittima debole e sprovveduta. Sono stati sorpresi da una pattuglia della sezione antiscippo e prelevati con lo sconto, come in un’offerta al supermercato: prendi due, paghi uno. Avranno tentato, nel loro italiano, coniugato all’infinito – anche se magari sono in questo Paese da dieci anni – di discolparsi o di additare il proprio complice come l’unico responsabile. E’ inutile tergiversare: sono infidi e delatori. Ma non è questo il momento di fare lo schizzinoso. Debbo conviverci, almeno per questa notte.
Dopo i primi tentativi falliti di condividere lo stato di prostrazione in cui siamo caduti; dopo aver realizzato che questo luogo è la destinazione naturale di quanti – mossi da un’esuberante leggerezza e da una immotivata presunzione – immaginano a torto che ogni azione è sostenuta sempre da un destino favorevole, il nostro terzetto ha riacquistato fiducia e speranza quando è stata distribuita la cena. Un panino e una bottiglina d’acqua non sono propriamente quello che io definisco pasto serale ma, anche questa merendina da gita fuori porta ha contribuito a rendere l’atmosfera più conviviale, a rasserenare gli animi. Anch’io mi sono rilassato; non troppo, però. Non mi fido per natura. Il mio istinto di autoconservazione mi suggerisce sempre, in ogni occasione, di mantenere le distanze. Ahmed e il suo amico dal nome impronunciabile sono affabili, mi rassicurano sull’esito positivo del giudizio per direttissima previsto per domani: “Tu non andare in carcere. Tu presto di nuovo libero”, mi dicono. Certo che entrare nelle grazie di questi scarti umani è paradossale.
30 luglio
Il giudice è visibilmente annoiato. Confabula con il cancelliere, poi con il pubblico ministero di turno che formalizza le sue accuse contro il sottoscritto. Sebbene sia chiuso nella gabbia degli imputati non mi sento osservato: la novità della situazione in cui mi trovo, mi eccita. Sembro un bambino che gioisce nell’ammirare le bellezze della natura, animali in libertà che si muovono in armonia nel loro ambiente selvaggio…”Considerato che il mio assistito è incensurato” – l’avvocato d’ufficio mi fa sobbalzare, rompendo l’incantesimo – “e non ha usato violenza nel suo maldestro tentativo di furto con destrezza, chiedo l’applicazione del minimo della pena e la sospensione della stessa”. Con una zazzera a compensare una calvizie imperante, una giacca di lino troppo stretta e corta, un ventre prominente compresso in una camicia intrisa di sudore, il mio legale occasionale – dopo la sua mini arringa – si abbandona ansimante su una poltroncina. Il suo non è un crollo fisico, il cedimento di un corpo flaccido, ma una défaillance della volontà, un rifiuto a reiterare sempre le medesime istanze di clemenza per piccoli impediti con velleità da veri criminali. E’ noia che produce stanchezza.
Il verdetto è di colpevolezza, la pena di un anno. Non la debbo scontare perché non sono recidivo; il reato volteggerà in un’atmosfera rarefatta fino a quando non se ne aggiungeranno altri a trascinarmi e a lasciarmi precipitare all’interno di una casa circondariale.