

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.
Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la ottava puntata del suo:
“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
31 luglio
Mancavano solo i fuochi d’artificio. Il rientro a casa è stato trionfale: tutti i disonesti del vicinato a complimentarsi, quasi fossi stato il protagonista di un’azione eroica. Poche ore di reclusione mi sono valse l’ingresso in un club esclusivo i cui soci non sono selezionati in base al reddito o ai nobili natali ma solo in relazione all’esperienza temporanea della segregazione. E così qualcosa si è smosso in me. Ho avvertito un turbinio, uno smottamento emotivo i cui detriti si sono manifestati sotto forma di abbracci e strette di mano. I veri festeggiamenti, con snack e prosecchino, si sono tenuti al bar Blek in compagnia della solita banda di beoni che – almeno stavolta – hanno avuto la possibilità di salire sul piedistallo per impartirmi lezioni di vita.
“Anche a te ci voleva il battesimo” – ha commentato Ciccio il pusher – “ora puoi capire che cosa significa stare in mezzo alla strada con tutti i problemi che devi affrontare. Ti devi guardare le spalle, stare attento agli infami e soprattutto non ti devi fare acchiappare”. E giù risate di consenso. Ed io con loro, ma con meno trasporto: mi esalto raramente. “E poi” – ha continuato Nicola – “non ti devi mai abbattere quando vai dentro. Pure se stai giù, fai sempre comm’ si nun fosse succiese niente. Questa è la nostra forza”. Ma la forza di chi?
10 agosto
Il campanello di casa mi ha fatto sobbalzare. Alle 10 del mattino o a qualsiasi altra ora fa lo stesso. Mi mette ansia. Sono abituato a stare solo, a non ricevere visite inaspettate. Anche il citofono mi procura la stessa agitazione, ma si tratta – in quel caso – di uno scompenso riequilibrabile perché non mi preoccupo di rispondere; so per esperienza che a pigiare il pulsantino, a casaccio, sono ragazzi addetti alla distribuzione di volantini, il postino quando è a corto di raccomandate o qualche analfabeta che in cerca di Esposito bussa a Trucchetto.
Guardando attraverso lo spioncino ho visto Gennaro. Gli ho aperto, contrariamente a quanto faccio per diffidenza con gli sconosciuti, invitandolo ad entrare. “Puoi venire a prenderti un caffè da me? – mi ha chiesto – Ti devo parlare”. E di cosa? Me lo sono domandato, scervellandomi per pochi istanti, mentre lo seguivo nel suo appartamento. In cucina di spalle, a caricare la caffettiera, c’era Assunta – sorella del mio vicino – che, voltandosi appena e accennando un lieve sorriso, mi ha augurato buongiorno. Sono questi piccoli gesti che mi lasciano piacevolmente interdetto. Gennaro facendomi accomodare, senza preamboli, ha esordito: “Debbo fare un favore a un amico e mi servono alcune persone fidate. Ho pensato che tu, Pasquale e Nicola potreste darmi una mano”. Mi sto avviando verso l’iniziazione: spilli, sangue e volti santi. “E’ un lavoretto semplice – ha aggiunto Gennaro – ce sta nu guagliunciell’ che importuna una femmina che non è sua. Gli dobbiamo fare capire che deve togliere mano”.
Assunta mi ha versato il caffe. “Ti porto un po’ d’acqua?” – mi chiede premurosa. Come fa questa donna a leggermi nel pensiero, ad accorgersi che la mia bocca è di una secchezza che mi impedisce di parlare? Mimo un si con la testa e comincio a riordinare le idee. Il suono esce arrochito, riesco a malapena ad esprimere le mie perplessità: “Non ho problemi, ma non riesco a capire perché hai bisogno anche di me. Pasquale e Nicola non bastano? O dobbiamo affrontare Hulk?”. Gennaro mi scruta, si alza, mi gira intorno, poi sospira. “Mario, Mario….ma tu nella vita cosa vuoi fare? Ti sto offrendo un’opportunità, cerca di afferrarla”. Eh si, sto assistendo al remake del Padrino….”Comunque pensaci, è tra due giorni. Giusto il tempo di fissare un appuntamento: il ragazzo non deve insospettirsi”. La scena è stata girata, finalmente posso rientrare a casa.
11 agosto
Dalla memoria affiorano solo pochi ricordi, vaghi e nebulosi. Quand’è l’ultima volta che ho usato o subito violenza? Sin dalle scuole elementari, i litigi si limitavano a brevi scaramucce che potevano degenerare, nel peggiore dei casi, in spintoni depotenziati o in un round di boxe dove piroettavano cazzottini da bambini. Nulla di cruento. Da quegli anni è cancellata ogni traccia di dolore fisico: rivedo solo immagini isolate, prive di audio, flashback senza storia. Il sangue poteva sgorgare solo per un’epistassi mal tamponata o a seguito di una caduta accidentale.
Durante l’adolescenza, l’esuberanza virile – mortificata da escrescenze purulente che punteggiavano i nostri visi – qualche volta trovava sfogo in appuntamenti estemporanei fuori scuola dove, a diverbi nati in classe, seguivano accapigliamenti intensi ma di breve durata. Insomma, ad eccezione di uno schiaffone assestato a un’ubriacone che qualche anno fa mi assilllava con la richiesta continua di soldi fino a permettersi di afferrarmi un braccio, procurandomi conati di vomito con il suo alito nauseabondo, posso considerarmi una persona pacifica. Ho bisogno di provocazioni reiterate per reagire in maniera appropriata. E ora? Mi trovo coinvolto nel pestaggio di uno sconosciuto – magari feccia doc – impossibilitato a tirarmi indietro.
11 agosto notte
Non trovo pace. il letto è diventato un campo di battaglia: rotolo prima su un fianco, mi posiziono in diagonale, poi orizzontalmente con braccia e gambe che strabordano dal giaciglio a una piazza. Mi alzo, bevo e copro a piccoli passi i pochi metri della cucina, avanti e indietro, cercando di riordinare pensieri che – scava, scava – non ci sono. Mi ridistendo improvvisando l’incipit di una seduta di training autogeno: “Il mio braccio sinistro è pesante. Sono perfettamente calmo e tranquillo”, recito mentalmente. Macché, niente da fare: al secondo tentativo ho già saltato tutti i passaggi propedeutici al rilassamento pretendendo che diventi totale con il solo sforzo della volontà, in questo momento assente. Esausto, chiudo gli occhi e immagino di dormire. L’incubo non tarda a materializzarsi. Gennaro che mi incita all’aggressione: “Vieni, vieni….” Con un balzo gli sono addosso ( l’agilità nei sogni mi ha sempre sconcertato) serrandogli la gola; stringo e lui ride, più mi sforzo e più lui si sbellica dalle risate. In questo eccesso di ilarità, intervallata dal tentativo di riprendere fiato, Gennaro mi ammonisce: ” Fai quello che devi, non commettere errori altrimenti a mia sorella te la puoi scordare”. Ma chi? Assunta? Mi sveglio stranito con un interrogativo che mi inquieta: vuoi vedere che questo cretino ha ragione?
12 agosto
Alle sei sono già in piedi. Mi sostiene un’energia nervosa che non cancella la stanchezza, lo stress di una notte quasi insonne. E’ arrivato il grande giorno. Andrei a fare una bella corsetta rintemprante alla Rocky Balboa ma rischierei di compromettere l’esito della performance prevista per oggi pomeriggio. Nicola mi sta tempestando di telefonate per accertarsi che non mi tiri indietro all’ultimo minuto. Ad ogni chiamata si inventa una storia, riporta pettegolezzi riferiti da persone che neanche conosco e che tantomeno mi incuriosiscono: parla del nulla, manifestando il suo lato oscuro. “Hai saputo di Ginetto ‘o pezzotto – mi sussurra dall’etere – si è trovato in mezzo a una rissa alla stazione. Tre coltellate si è pigliato, due nelle cosce e una in un fianco”. “E chi è stato? – gli chiedo, giusto per ravvivare il suo monologo. “Una discussione con due neri che gli dovevano dei soldi”. Questo è il livello. E’ impensabile un salto di qualità che lo porti a superare la sua ristrettezza di vedute: in questo stagno ci sguazza, ci vive e deve morirvi; non sa che mi sono ripromesso di spingerlo, assieme agli altri accoliti, verso i bordi della palude solo per fargli osservare il mondo reale, al quale però non avrà mai la possibilità di accedere.
12 agosto pomeriggio
Sono venuti a prendermi sotto casa. La vittima, che ancora non sa di essere stata trascinata in un agguato, ci aspetta tre vicoli più giù. I due picchiatori hanno optato per una mise sportiva: larghi pantaloni di tela, scarpette Nike e un cappellino con visiera . E’ un’uniforme che consente una libertà di movimento indispensabile per una fuga imprevista e improvvisa. Da profano, mi sono presentato con jeans e t-shirt verde militare. “Mettiti dietro di noi – mi suggerisce Pasquale – osserva con attenzione e, solo alla fine, intervieni”. Annuisco, pur non comprendendo a quale misteriosa strategia si stia riferendo. Lo capisco solo poco dopo quando da un angolo sbuca un ragazzo, poco meno che trentenne. Non arriva al metro e settanta, tracagnotto, barba folta e lunga, capelli rasati alle tempie. Dal collo, fin quasi ad un orecchio, spumta un tatuaggio tribale, così come sulle entrambe le braccia si nota solo un groviglio multicolore. Cammina tranquillo fino a quando Nicola, avanzando nella sua direzione, gli tende la mano come per salutarlo e nel contempo solleva – inararcandola all’indietro – la gamba destra che lascia poi partire, sferrandogli un calcio alle palle. Il malcapitato ha appena il tempo di piegarsi in avanti che sopraggiunge Pasquale: una ginocchiata al volto e il malcapitato stramazza al suolo. Non contenti, continuano a prenderlo a calci mirando alla testa fino a quando, ormai una maschera di sangue, il ragazzo non si muove più. “Volevo farti partecipare, ma la festa è finita prima – si giustifica Nicola – sarà per la prossima volta”.
12 agosto sera
Gennaro mi indica una banconota da cento euro che ha poggiato sul centrino con ricami floreali del tavolo in cucina. Tutte le trattative, i mezzi complotti si svolgono in questo ambiente rassicurante dove l’idea di cibo, di nutrimento aleggia come una promessa di sopravvivenza. “Non credo di averli guadagnati – spiego all’afasico interlocutore – non ho fatto niente, mi sono limitato a guardare”. “E ti pare poco? – ribatte il mio vicino – “Sono sicuro che saresti intervenuto se i tuoi amici si trovavano in difficoltà. O no?”. Non c’è niente da fare, mi vuole tirare dentro. Forse gli sono simpatico o, più semplicemente, sta progettando di manipolarmi per uno scopo che al momento mi sfugge. Chino il capo, appoggio le mani ai bordi del tavolo e simulo una riflessione inesistente; poi prendo i soldi e con un “va bé” confermo la mia affiliazione a questa congrega di mezze calzette. Gennaro incrocia le braccia, ammicca un ghignetto d’intesa e, con un paio di pacche sulla spalla, mi accompagna alla porta. “Bravo, bravo – mi congeda – così ti voglio”.