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SCRITTORI SCONOSCIUTI. “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo: le prime dieci puntate

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.

Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto le prime dieci puntate del suo:

DIARIO DI UN REAZIONARIO

 

“Due cose che entrano in contatto diretto,

quali che siano, due parole, o segni

che si accoppiano e basta, sono impure.

La loro promiscuità è quella del cadavere

con la Terra, degli escrementi tra loro.

Ci vuole della discriminazione, altrimenti

l’universo diventa miserabile, e di una

violenza perfettamente inutile, quello

della confusione”.

Jean Baudrillard

 

DIARIO DI UN REAZIONARIO

 

Reazionario = agg. s.m. Riferito a chi

svolge un’attività complessa perché

sollecitato da molteplici stimoli a rispondere

in maniera caotica – non necessariamente

violenta – alle provocazioni sistematiche

 di una génia di imbecilli.

Il reazionario è recuperabile a patto che gli

si dimostrino le origini dei suoi, presunti, disturbi.

 

 

27 maggio

Li osservo spontaneamente, a volte per costrizione, sempre. Non riesco a comprenderli, a giustificare le loro abitudini primitive che li accomuna ad animali tenuti in cattività. Come componenti di un nucleo tribale trasmettono i pochi, ma essenziali rudimenti della loro cultura a figli e nipoti, ignorando e quasi disprezzando chi non appartiene al clan. Temprati da un’educazione spartana, resi aggressivi da percosse e ingiurie elargite senza badare al risparmio, i bambini ben presto acquisiscono lo scarno ma inequivocabile vocabolario dei loro genitori: minacciare prima dell’offesa, in via preventiva. E’ solo così che possono ottenere rispetto e camminare a testa alta con la sicumera degli intoccabili. Il territorio – la conquista dello spazio vitale – è un altro simbolo del controllo sui propri simili, su quelli che, lontani da qualsiasi logica di sopraffazione, sono guardati con ostilità.

Preferiscono vivere in miseri terranei – arredati con mobilia costata sacrifici truffaldini – piuttosto che fittare o comprare un appartamento fuori quartiere. Cultori della trasgressione, con qualche giorno di lavoro, costruiscono il loro piccolo balconcino abusivo intorno la porta del “basso”. Con sedie e stenditoi si riservano il parcheggio dell’autovettura a pochi metri dalla propria abitazione.

Questo è, al di là di ogni edulcorata immagine folcloristica, il popolo dei vicoli. Un campionario umano che mi dà il voltastomaco.

 

30 maggio

Sono  in una incomprensibile fase iperattiva. Corrono come dei dannati sui loro motorini. Non sono diretti in nessun posto, però si divertono così, della non tanta remota possibilità di metter sotto qualcuno. Si sentono onnipotenti, capaci di qualsiasi clamorosa bravura, questi bastardi. Io li conosco.

In passato, nel corso di interminabili discussioni, mi veniva detto – con appropriati libri alla mano – che chi nasce nell’indigenza è innocente, non ha colpa. E’ il sistema, è la società malata che contagia i suoi figli.

Quante volte sono intervenuto, forte delle mie letture coatte sull’argomento, per sostenere le recondite aspirazioni di una comunità in rivolta, di una classe di diseredati. Da questo assunto, in cui ho creduto per qualche tempo, si è definito il mio destino.

Un percorso in discesa, sempre più giù.

 

31 maggio

Non posso lamentarmi, tutto sommato. Ho capito chi ho veramente di fronte, chi sono i miei nemici. Gente da poco, delinquenti comuni. L’unico problema è che sono venuto ad abitare nel loro quartiere.

Mi sento osservato: sono certo che si illudomo di sapere tutto sul mio conto. Per fortuna, sin dal primo momento – questi rifiuti umani – li ho condotti fuori strada. Mi sono inventato un lavoro mentre sono un disoccupato, da sempre. Ho creato una famiglia dal nulla, ho forgiato per loro un individuo medio che non li induca a invidiarmi: un professore di matematica.

A che tipo di ritorsioni può indurre la mia falsa occupazione? Per questo gregge di analfabeti, sicuramente nessuna. Eppure debbo vigilare, stare attento a non ritrovarmeli in casa.

Immagino già la scena: un Pasquale qualziasi che tenta di stabilire un contatto con me. Mentre sorseggia il caffè cerca di disorientarmi con i suoi anelli rozzamente infilati alle sue rozze dita. Figurarsi se mi impressiono.

 

3 giugno

Si compiace nel definirsi un ragazzo sfortunato, a 44 anni, perseguitato dopo la morte dei genitori, da una sorte avversa. Ha perso il proprio impiego al Comune – un incallito assenteista – ed ora vive in n buco senza energia elettrica. Indossa, sempre, un jeans e una maglietta nera. Ricorda con nostalgia i “bei tempi” quando, in compagnia di qualche balordo come lui, era in prima linea a protestare. Cosa, non si sa.

Oggi è un saggio/mortodifame che sentenzia, pontifica e condanna. Nel frattempo fa l’accattone, racimolando quel poco che gli occorre per vivere. E non è molto: il fitto non lo paga, l’acqua neanche a parlarne. Ha bisogno di mangiare e di comprare qualche candela per la notte. Ed è proprio a notte fonda che la sua voce diventa una persecuzione. Non mi lascia dormire. Parla, farnetica, mi fa saltare i nervi. Poi, il giorno successivo, non si sveglia prima di mezzogiorno.

Ciro è un divertimento gratuito per la gente del posto che fa finta di prenderlo sul serio. Però se, come un ladro, qualcuno gli imbianca – per scherzare, naturalmente – la misera porta d’ingresso o cerca di forzare il catenaccio che la chiude, gli indigeni diventano indifferenti per poi ridivertirsi l’indomani alle reazioni impotenti della vittima.

 

8 giugno

Jessica, Rudy, Pamela. Ecco il massimo che della menti contorte possono partorire per bollare la propria discendenza. Non riescono a distinguersi nei fatti, si ostinano nella ricerca della forma. nomi astrusi per indicare dei soggetti altrettanto curiosi. Con quei nomi hanno il coraggio di portarli in giro, presentarli, iscriverli a scuola, esponendoli alle beffe dei loro coetanei.

Se ci penso mi viene da ridere. Bisogna ascoltarli: ” Rudy, siedi in macchina, Jessica, prendimi la borsa”. Il tutto gridato, in modo da comunicare che loro sono degli innovatori, dei trasgressori che hanno rotto con le barbare tradizioni partenopee. Niente più Concetta, Carmela, Assuta, Ciro, Salvatore, Nunzio, Mario.

Voltiamo pagina, Jessica e Rudy per tutti.

 

7 giugno

Continuo a comprare quotidiani ma, leggendo, non riesco a capirci più niente. Mi sforzo, parto dai grossi titoli, poi lentamente cerco di decifrare lettere e parole nell’ampia pagina. Comunque, in questo momento, ho altro a cui pensare.

Ad esempio, questi bambini così rumorosi che strillano anche per il gioco più banale: sono isterici. Di sera tardano ad addormentarsi lanciando delle urla disumane, come se li stessero sgozzando. Sono grida che mi lasciano sgomento, che mi impressionano. Non so cosa succede nei trenta metri quadrati del basso che condividono con i loro familiari. Potrebbero anche torturarli, non lo saprei mai.

Alla luce del giorno si muovono nervosamente, per un nonnulla diventano violenti, picchiano i loro amichetti. Da adolescenti cominciano a rubare. Da adulti, ammazzano. Ma dove sono venuto a cacciarmi….

 

8 giugno

Quattro giorni inchiodato nel letto. E’ bastata una leggera, fastidiosa influenza a rendermi incapace di pensare. Dormivo o guardavo il soffitto, non riuscivo ad allungare il braccio per prendere il libro che avevo appoggiato sul comodino. Un bel tomo intonso comprato un anno fa quando ancora, sulla scia di un passato ormai dimenticato, mi erudivo, mi dilettavo a trovare le chiavi interpretative più complicate per capire i miei simili, le loro artificiose architetture esistenziali, il sistema complesso delle loro relazioni sociali.

 

24 giugno

Guardo la tv con occhio eccessivamente attento e mi distraggo. Dirigo lo sguardo altrove, nel cortile di casa mia, dove piccioni incontinenti si divertono a sporcare con le loro sozze feci qualunque indumento mi azzardi ad esporre. Mi è capitato, in attimi di comprensibile regressione infantile, di cercare di colpirli con coppetti lanciati con una rudimentale cerbottana. Hanno reagito con il loro classico sistema, evitandoli. Dannate bestie, sono immortali.

 

28 luglio

Un senso di spossatezza, vertigini, un tremore incontrollabile alle gambe che mi costringe a disinserire la marcia. Sono questi i sintomi che sperimento sul mio già provato equilibrio psicofisico ogni qualvolta vedo rosso. Quello del semaforo.

C’è un incrocio, in particolare, che mi provoca questi disturbi. I paraplegici, quelli che con movimenti dissociati si aggrappano al volante e con la mano libera strombazzano, innalzando il livello di decibel tollerati, con imprecazioni sconnesse, sono la pura e semplice affermazione del caos primigenio, ovvero, l’incarnazione dell’irrazionale.

Mi inganno, faccio finta di non sentirli, ma nel frattempo mi organizzo pronto a lanciarmi nella mischia non appena scatta il verde.

 

2 agosto

Tento, mutando espressione, caricando nell’enfasi, abbandonandomi ad una non richiesta ridondanza, di spiegare le mie ragioni: io, in realtà, non odio nessuno. La mia è, piuttosto, una forma di insofferenza a cui non c’è cura. Della sua inesorabilità ne ho fatto le spese. Non riesco a comunicare con anima viva. O meglio, quello che c’è di vivo in un’anima lo fagocito e poi, con la stessa indifferenza, lo espello.

E’ una condanna a cui mi sono rassegnato.

Prendiamo Tonino, sorriso beffardo, battuta pronta, di un’idiozia senza fine. Non lo biasimo, sarebbe crudele.

Lo studio, cerco di penetrare nelle sue distorte visioni del mondo. E’ inutile, è un coglione. Insiste nell’esprimere ciò che da sempre conosco, illustrandomi nei minimi particolari dettagli insignificanti.

Potrei fargli del male? Forse sì.

 

 8 agosto

Occorre un silenzio post atomico per cominciare a riflettere. Un’ oscurità mortale per dare moto ai miei ingranaggi che si inceppano sempre più di frequente. E’ la notte il mio ambiente naturale, l’assenza di movimento la mia gratificazione.

Dormono. La Natura così vuole. Questo è quanto sostengono gli impotenti intellettualoidi del nostro secolo. Me ne frego di queste teorie. Sono false.

Continuo a sentire voci: “Mamma, mammina..”. ” A nonna, eahh, uhh”. Non la smettono, mai. Come porre fine al loro inutile chiacciericcio, bambini compresi?

Tento, inane, di stabilirlo mentre, anche per me me, sopraggiunge una stanchezza liberatoria.

 

11 agosto

Qualcuno ha sputato. L’ho sentito, brutto porco. Non è che mi interessi la pulizia del suolo pubblico. Per quanto mi riguarda potrei anche galleggiare nell’indifferenza…

In verità, a galleggiare metterei quello stronzo che – proprio in questo momento – ha lanciato il sacchetto dell’immondizia dal secondo o dal terzo piano.

 

12 agosto

La mia bontà stenta a trovare dei limiti: cerca confini, baratri in cui abbandonarsi. E’ inutile, sono un fallito.

 

13 agosto

Sento delle voci, amici che rientrano da una serata mondana trascorsa all’insegna di un immaginario divertimento. Discutono amabilmente del nulla, frivoli fino all’inverosimile.

Questi oggetti non identificati non servono a riequilibrare l’ecosistema. Il mio ecosistema. Mi provocano scompensi maggiori di quelli nascono da questo maledetto bambino che continua a frignare mentre la mamma (mamma?) lo redarguisce con un imperativo categorico di cui il pargolo non coglie il senso: “Statte zitto, munnezza!”.

 

14 agosto

Mi debbo calmare.

 

15 agosto

Accadono cose strane nella mia testa. Pensieri non richiesti, monologhi improvvisati, interi discorsi contribuiscono a perpetuare il caos che alberga in una psiche corrotta dall’usura. Non ce la faccio a controllarmi. Mi piace farmi del male. Sono talmente abituato al consenso che mi autotributo, da non riuscire più ad accettare il contraddittorio. Se in qualche momento di debolezza abbozzo lo schema di un’improbabile reazione – di un altrettanto fittizio interlocutore – sono capace di distruggere in pochi minuti (seguendo la mia inconfutabile logica) ogni accenno di dissenso.

 

16 agosto

Trasmigrano da un basso all’altro. Li osservo dall’alto. Come un dio buono – permissivo all’eccesso – con le sue creature. Eppure anche un creatore può stancarsi, di colpo, dei suoi manufatti. Il problema è che queste anime vaganti di spostano per socializzare, per scambiarsi qualche pettegolezzo dell’ultima ora e bearsi nella convinzione di aver utilizzato la propria giornata in maniera produttiva. Si, lo confermo, sono delle piattole.

 

20 agosto

Quale odio più motivato di quello che si nutre verso gli accattoni! Non è più sufficiente la moneta, arroventata di proposito. Sarebbe necessaria una tagliola che bloccasse il loro malsano gesto. La postura è intollerabile: mano concava ed occhio annacquato. Hanno imparato bene la parte. Non mi fregano.

Non c’è ingiuria che li mortifichi. Per offenderli basta imitarli. Anch’io allungo la mano, illanguidisco lo sguardo e mi attiro gli improperi del mendicante di turno. Che soddisfazione!

 

25 agosto

E’ un circolo vizioso: senza desiderio non c’è felicitàE poiché il mio stato normale somiglia a quello del giocoliere impegnato a non far cadere palle e birilli. mi ritrovo sempre in bilico, vicino e contro la depressione. Vivo, di rado, un’euforia solo fisica, fatta di piccole tensioni. Per rilassarmi devo imporre la mia presenza e la mia volontà a quanti mi circondano. Peccato che nessuno se ne accorga.

 

26 agosto

L’ho fissato per alcuni minuti. Il tempo necessario per farlo scomparire dalla mia visuale. In un primo momento il suo volto è diventato deforme poi, come in una nebbia, si è dileguato. E’ stato allora che ho sperimentato l’oblio, l’insensato, l’annullamento percettivo.

Guardarmi allo specchio mi fa sempre questo effetto. Sugli altri però, e lo constato con rammarico, questa tecnica non funziona. Non vogliono assolutamente sparire, né tantomeno sono disposti a farsi da parte. Vogliono che all’inesistenza sia condannato solo io.

 

1 settembre

Ho sempre creduto nel libero scambio dei punti di vista, nel dialogo costruttivo, nel riconoscimento dell’Altro. Insomma sono convinto che gli individui debbano comunicare. Ma cazzo, lo facessero tra loro…Sono al di sopra e al di fuori. Non mi piace il contatto, soprattutto quello quotidiano con quanti incrociandomi – in un bus affollato – sentono il bisogno di sfiorarmi, urtarmi, spintonarmi. Con aria innocente si scusano, mortificati per avermi sgomitato. Oppure quando maldestramente, mettendo un piede in fallo, ghermiscono qualsiasi appiglio gli si trovi davanti. Anche quando volutamente cerco di scansarmi per non imbattermi in questi squilibrati, scattano repentinamente e mi afferrano: un braccio, una spalla, la maglietta e tirano un sospiro di sollievo: “Che bello, non sono caduto”, pensano. E il loro cuore gioisce per aver evitato il contatto con il suolo, felici di averlo stabilito con me. Non sono curiosi di sapere quale effetto produca l’impatto con la Terra, la stessa che li ha generati: temono di farsi male. Un punto d’appoggio, uno qualsiasi , li rassicura.

 

3 settembre

Caro Gianni, poiché la tua principale occupazione sembra essere quella di screditarmi per affermare la tua personalità, in realtà debole e inconsistente, vorrei spingerti verso una semplice riflessione. Le opinioni che pubblicizzi impudicamente in giro sono quanto di più fragile abbiano potuto creare i residui del tuo intelletto, ormai logorato da circonvoluzioni che hanno distrutto il tuo senso critico. Sei un piccolo pettegolo dispettoso, contento solo quando i pettegoli, tuoi pari, vaneggiano. Al solo pensiero di mostrarti, per apparire, perdi la testa. E parli a vuoto.

Ho voluto scriverti queste poche righe per evitare, nello sfortunato caso mi capitasse di rivedere la tua brutta faccia, di causarti qualche mutilazione permanente. Perché – è bene che tu lo sappia – in qualsiasi momento avrò occasione di reincontrarti, troverò il modo di procurarmi un qualsiasi corpo contundente per dimostrarti che i dolori del corpo procurano sofferenze analoghe, e a volte superiori, a quelle dello spirito.

 

5 settembre

Mentalizzare. Io ho mentalizzato. Così, senza pudore, con molta disinvoltura, questa donnina ha cercato di esprimere una miriade di concetti utilizzando un solo verbo. E’ questo ciò che mi disorienta: l’affezionarsi ad una parola nel tentativo di sintetizzare un’esperienza complessa che, in fondo, rimane sempre oscura. Eppure lei insiste. Non ho potuto interromperla. Se lo avessi fatto mi sarei sentito fuori luogo, un essere spregevole che improvvisamente mette in discussione un ordine del mondo, una sistemazione che – a fatica, forse – è costata anni di sacrificio.

Mentalizzare, è inutile perdere tempo, non significa assolutamente nulla. Forse, volendo impegnarmi in uno sforzo interpretativo, ci potrei anche arrivare. Sprecherei però parte della mia esistenza che, anche senza la presenza di un tale quesito, è già di per sé sufficientemente ingarbugliata.

 

6 settembre

Ogni volta mi tocca ripetere la stessa storia. Parlare con qualcuno, condividere quella che chiamano esperienza, è un lavoro snervante. Recitare meccanicamente, stupire con il più pedantesco dei racconti la vittima predestinata, è il passatempo coatto a cui mi spinge la mia natura morbosa. E così mentre snocciolo il frutto degli accadimenti, l’amico occasionale gioca di rimessa e prova a mischiare e a confondere la sua vita con la mia. “E’ vero anch’io mi sono trovato a dover…”. Ma come è possibile? Mi vanto di essere unico, irripetibile ed ecco che un tale, un maniaco, non c’è dubbio – si perde in un mare di illazioni. Non è sufficiente essere razionali, bisogna ancorarsi alla precisione scientifica: io non sono te, tu non sei me. Congruenza, identità sono concetti approssimativi, manifestazioni patologiche del gregarismo (altro termine con il quale si indica il principio di realtà).

Condividere, compatire, compenetrare, compiangere, concreare, condirigere….Tutto quello che potrei essere è già ipotecato, concesso in usufrutto a quanti credono di aver perso qualcosa e si sentono in diritto di reclamarlo. Quando posso non mi tiro indietro, posseggo tutto in abbondanza. Vorrei però dare senza ricevere. I regali me li faccio da solo.

 

21 settembre

Oclocrazia, che raro vocabolo. Certo, non è alla portata di tutti, eppure l’umanità senza nome, senza età, senza sesso è concentrata in esso e per quanti sforzi faccia l’individuo per tirarsi fuori dal pantano statistico, si ritrova a dover nuotare nelle futili convinzioni della probabilità più alta: essere nulla per sfuggire al nulla. Con il corpo invincidito dalla battaglia quotidiana, anche lo spirito si infeltrisce e diventa calcolo puro – talmente pesante da costringere all’immobilità totale.

Io sono una pietra destinata a diventare macigno. Non cammino, non striscio: posso solo rotolare. Nella mia corsa senza freni travolgo chiunque mi si pari davanti, mosso da un disegno stragista. Ma, sebbene lo scopo sia solo quello di causare un minuscolo big bang, non creo alcun universo perché al traguardo c’è solo un enorme buco nero. Massa, masse, folle, folli.

 

28 settembre

Franca e Renato hanno un passato da tossicodipendenti. Lo si intuisce dai ragionamenti sconclusionati, dall’incedere caracollante, discinetico, dalle bottiglie di birra divenute protesi della mano destra. Hanno superato la fase critica dell’oblio perenne per entrare in quello della convalescenza a lungo termine.

Già si conoscevano, ma quel passato è parte di un’altra vita. Adesso che si sono ricongiunti hanno deciso addirittura di fidanzarsi e, come tutte le coppie che procedono con sistematicità alla reciproca esplorazione sentimentale, si impegolano in piccole scaramucce amorose. Schermaglie innocenti di cui una piccola percentuale è frutto di reminiscenze adolescenziali, il resto è sintomo incalzante del morbo di Alzheimer.

Quando sono giù di corda mi metto alla ricerca dei due colombelli – pronto a scarpinare per qualche chilometro. Se non sono abbarbicati come una molecola di Dna, è segno che la tempesta è prossima. I prodromi dello scontro imminente li intuisco da frasi smozzicate, dal protendersi belluino dei menti. Cosa mi succede in quel momento è difficile spiegarlo: un’euforia diffusa che mi potrebbe indurre a saltare come un tarantolato se non fossi pronto a mascherare tutte le emozioni, a comprimerle con un pranayama degno di uno yogi d’importazione.

 

2 ottobre

Quattrocento euro mensili per  un appartamento di due stanze collocato in un centro che somiglia a una periferia. Erano animati da buone intenzioni i miei genitori, credevano nell’evoluzione, nel progresso costante, scevro da crisi. Ad incarnare quello che poi si è rivelato il loro disincanto, ci ha pensato il sottoscritto: accidioso nella forma, iperattivo nella sostanza. Dall’esterno nulla che lasci presagire una motilità dell’animo; e allora come dargli torto se nella loro travagliata esistenza si sono dovuti chinare al capezzale del loro figliolo scambiato erroneamente per un vegetale? Corpo inerte, refrattario a qualsiasi galvanizzazione.

Questo è il linguaggio di media complessità semantica per ricordare quello che mio padre più semplicisticamente, ma con toni esasperati, mi ripeteva di continuo: “La verità è che non vuoi fare un cazzo! Morirai di fame!”. Ed io? Neanche una risposta, una simulazione psicoattitudinale per provargli che non ero e non sono una spora. Sporadico forse sì. Ma chi – anche con un quoziente intellettivo tale da provocare una crisi mistica anche tra i membri della più corrotta commissione d’esame – non ha conosciuto la discontinuità?. “Mostra, facci vedere quello che sei in grado di fare”. Lo hanno ripetuto fino alla morte, poverini…Dopodichè stanchi di infierire su un catatonico, aizzati da parenti e amici ad includermi nelle fila dei cloni nei quali, per fatalità, il cervello non si era riprodotto, i miei genitori hanno deposto le armi. E aperto il salvadanaio. I loro risparmi mi hanno rivelato che sono incline alla contemplazione; forzata, ma pur sempre contemplazione.

 

5 ottobre

Un sogno ricorrente sta rovinando il mio sonno. Vedo apparire dal wc, dall’acqua stagnante, un animale non ben definito. A prima vista sembra il muso di un topo ma, a ben vedere, è un becco che fuoriesce dal pantano della tazza.

Non so precisamente di quale volatile si tratti ma l’istinto onirico mi suggerisce l’immagine di una papera – cucciolo d’ oca – che cerca di emergere dall’acqua impregnata di urina.

Ho chiesto chiarimenti, non avendo dimestichezza con la psicologia del profondo, sul significato simbolico di questa apparizione. Uno studente del primo anno della facoltà di filosofia (con indirizzo dal nome impronunciabile) mi ha fornito alcune indicazioni  sommarie,  a mio parere, poco attendibili.

La tazza del wc sarei io.  La papera, il mio spirito che cerca di librarsi verso altre dimensioni che non sono – ovviamente – di natura terrena.

Una delusione. I numeri corrispondenti non possono neanche giocarmeli al lotto.

Portano male.

10 ottobre

Appollaiato sul trespolo dell’incertezza, rumino un passato indigeribile. E mi chiedo: se alla mia vita avessi fatto seguire un’altra rotta, se ne avessi modificato le coordinate, cosa sarei in questo preciso istante?  Proietto il fascio delle possibilità in tutte le direzioni, ma non si illumina nulla. Scorgo solo i particolari di questo presente costruito su una routine debilitante.

 

11 ottobre

E’ eccezionale. Chi l’avrebbe detto che anche oggi non sarebbe successo nulla! L’ordinario è talmente fuori dal comune che certi giorni per la gioia mi vengono le lacrime agli occhi. Si dice che l’inclinazione a commuoversi sia legata alla senilità; ma cosa è la vecchiaia se non un accumulo, la somma di esperienze identiche, noiose e rassicuranti? Il dipanarsi costante delle ore che si accavallano improduttive, mi restituisce l’identità dello spettatore attento e imparziale. Gli incidenti, le sciagure, le catastrofi di cui ho notizia mi giungono solo come echi inquietanti.

Ho già lasciato tutto fuori. Ora comincio a cercare dentro per vedere se trovo qualcosa.

 

15 ottobre

La mia memoria funziona a sprazzi. Un giorno ricordo, l’altro rimuovo. Però, poiché sono un paranoico, mi indigno e riporto fedelmente stralci di discussioni inconsistenti. Proprio ieri – alle 19.35 – sono capitato poco lontano da un gruppetto di mezze tacche intente a discettare su un argomento degno di fungere da copione per una sceneggiata. Io, appoggiato al muretto, facevo finta di nulla:

  1. Una volta le guardie mi fermarono vicino Roma e mi chiesero i documenti. Ma io, sono italiano? E allora, a che servono questi documenti?
  2. E che volevano?
  3. Dicevano che con la mia motocicletta era stato fatto uno scippo. Ma se io la tenevo attaccata sotto casa, che ne sapevo chi se l’era pigliata? E comunque mi hanno denunciato e sono dovuto andare a fare una causa.
  4. Sei un perseguitato.
  5. E si, pure perché non tengo precedenti. Solo una guida senza patente quando era ancora reato.
  6. E che ti hanno contestato?
  7. Un concorso.
  8. E tu dove stavi quando è successo il fatto?
  9. Qua. Stavo lavorando. Se io avrei fatto il reato, non me ne importava niente ma si l’aggia piglià a chillu servizio senza fa niente, no. Non è giusto secondo me. Io sono un bravo ragazzo, non mi permetterei mai di fare qualcosa di male. Il problema è che il pubblico ministero era una femmina. E poi ha portato anche i testimoni.
  10. Ma tu dovevi dire…io non so proprio niente di queste cose. Figuratevi, non sono neanche sposato perché non me lo posso permettere. Insomma, devi fare la parte dello scemo, però fatto per bene, proprio sincero. Quando il giudice ti fa parlare, invece di dire “io sono innocente”, devi buttarti a pietà: “signor giudice, vediamo di chiuderla questa storia, sono tre anni che per me è diventata un’ossessione”. Glielo devi chiedere proprio per cortesia.
  11. In verità lo so chi ha fatto questo “servizio”, però questo amico sta in galera per rapina, per un altro reato; quello che ha fatto lo scippo – salute a noi – è morto.. Mo io che ci vado a dire? Vado a dire: avvocato io so tutto….io sono sempre negativo. Ho fatto “facce e fronte” e non c’è stato riscontro. Quattro testimoni. I primi tre hanno detto che ero un tipo molto piccolo. Il quarto, a confronto. Il giudice gli ha chiesto: “Ma lo conosce questo signore?”. No – ha risposto – non l’ho mai visto.
  12. Stai apposto allora!

 

21 ottobre

La vecchia è fastidiosa, diciamocelo senza mezzi termini. In un autobus che stenta a riempirsi e nel quale ognuno è immerso nei più futili pensieri, la vecchia rompe. Racconta di tutto con la sua vocina stridula. A occupare un posto –  parallelo alla porta d’uscita – siede una probabile studentessa, occhialini e vestito bianco, immersa nella lettura di una dispensa piena di annotazioni e sottolineature. Dall’aspetto innocuo, comincia a manifestare il suo disappunto con leggeri tremori alle caviglie. Trr, trr, reclamano i suoi piedini. “Signora – s’altera la signorina – può abbassare la voce? “Ma che vvo’ chesta – ribatte l’anziana signora – pe’ mmeza che gghiuta a scola se penza e essere meglie e me”. “Si va bene, ma ora basta”, incalza la ragazza. “Ehh, chiur’ a vocca tu!”. Non c’è pace. L’universitaria sembra in preda a un attacco epilettico, comincia a sbavare, a pronunciare frasi sconnesse. La decrepita, forte dell’appoggio degli astanti, infierisce sulla sua vittima occasionale: “Ma chi se crede d’essere….sta mezafemmena!”. Prossima al crollo psicologico, l’occhialuta passeggera scende dal mezzo pubblico, accompagnata da un applauso liberatorio.

 

26 ottobre

Non sono propriamente un adone, un uomo che al suo passaggio lascia l’altro sesso in uno stato di prostrazione emotiva, come conseguenza di un desiderio inappagato. Tuttavia piaccio perché ho un portamento elegante, un incedere deciso e, allo stesso tempo, armonioso. Sono sostenuto da un fisico atletico, reso tale da un metabolismo benigno che, almeno fino ad oggi, non si è mai inceppato. Alto quanto basta: tanto da osservare il mio prossimo da una posizione neutra. Il viso, che dire della mia faccia…simmetrica, un ovale glabro incorniciato da una chioma liscia e corvina. Occhi grandi con iridi di un nocciola chiaro. Le orecchie purtroppo sono piccole – lo ammetto con una punta di rammarico perché la loro dimensione influirà sulla mia longevità – senza rovinare nonostante tutto il quadro d’insieme che, a giudizio dei miei pochi ma fidati conoscenti, risulta complessivamente gradevole.

 

2 novembre

La mia “primadonna” è stata una delusione. Le avevo spiegato che ho un carattere che mi impedisce di essere indulgente verso chi non rispetta i canoni elementari di comportamento. Non parlavo di etica, di impegnativi dilemmi morali, ma di semplici modelli consuetudinari. Lei mi aveva frainteso e me ne rendo conto solo adesso.

Pensava mi riferissi all’umanità, a quelli che con una definizione aleatoria chiamiamo gente. Era lei, invece, che non mi comprendeva, non seguiva le mie più elementari indicazioni. Prima fra tutte la raccomandazione di non spingersi oltre l’attualità del rapporto amoroso, immaginando una continuità indefinita della relazione; sognare l’inevitabile e fatale trabocchetto della convivenza. La prospettiva di un legame quasi indissolubile è stato solo l’epilogo di un’ esperienza costruita sulla costante vicinanza quotidiana e quindi sulla possibilità che la mia vita si concludesse per asfissia.

Ho bisogno di ossigeno, di aria, di quanto mi lascia respirare. Una cena, due passi, qualche parolina che si avvicini agli standard romantici è più che sufficiente. Un amplesso fugace e sono l’uomo più felice del mondo. L’oltre mi spaventa.

 

7 novembre

Non è la prima volta che mi chiedo perché mi ostini a mettere su carta, in maniera discontinua, impressioni senza una storia apparente. Istintivamente lo giustifico con la mancanza di uno psicoterapeuta che si accontenti solo di ascoltarmi senza spennarmi. Un analista che si impegni ad inserirmi in qualche sottogruppo definito attraverso una miscela di patologie psichiche preoccupanti, ma guaribili.

Sono una commistione inestricabile di fobie, insignificanti repressioni, coazioni a ripetere tali da costituire un’accozzaglia di sintomi psichiatrici. Uno psicologo alle prime armi potrebbe facilmente gongolare scoprendo in un singolo individuo tanta materia di studio. Se prima non sbrocca, ovviamente. Sarà l’empatia, l’immedesimazione, la sindrome dell’ipocondriaco….Poco alla volta, anche i più quotati conoscitori dell’animo umano manifestano modelli di comportamento che, per quieto vivere, “addebitano” ai loro pazienti.

Quando mi sono recato presso l’ambulatorio del mio distrettto sanitario ho scoperto che una frase fraintesa produceva un corrispettivo farmacologico; un discorso intero, il tentativo di un ricovero coatto. Da allora mi sono ripromesso di confidarmi solo con me stesso: giudice monocratico e (onni)comprensivo.

 

8 novembre

Sicuri che anche il più accorto automobilista abbia elaborato le necessarie strategie difensive, provano a prenderti alle spalle, da tergo – senza, ovviamente, le implicazioni  sessuali di  cui  sono maestri – i vari Mohamed, Tarek, Habib si lanciano prima sul lunotto posteriore compromettendolo con un detergente saponato per poi completare l’opera sul parabrezza.  Si può provare a  blandirli, come primo ingenuo tentativo di reazione. Ti ignorano.  Sono razzista? Si, di più.

Ho avuto modo di assistere a un pestaggio ai danni di questi parassiti. Come le blatte, si cimentano in evoluzioni circensi evitando i colpi più letali. Quando si trovano alle strette sono comunque  immuni dal dolore: l’alcol ingurgitato è un antidolorifico quasi naturale. Anche se malconci, il giorno dopo sono pronti per un nuovo assalto proditorio armati dei loro spazzoloni (simil) telescopici.

Come difendersi? Sopprimendoli durante il coma etilico.

 

 11 novembre

Figlio unico di figli unici e come tale segnato da una tendenza all’isolamento, imposto più che cercato. Da piccolo mi divertivo tristemente seppellito da una montagna di giocattoli, condannato a vagare tra mura poco rassicuranti.

I miei opprimenti carcerieri, ansiosi come collezionisti di fragili porcellane, andavano in fibrillazione per la mia salute e la mia incolumità: percepivano il mondo esterno come una minaccia latente. Il loro incubo ricorrente prendeva forma, si materializzava ogni qualvolta un’ innocua influenza contagiava me e il resto della popolazione infantile di quegli anni. Mi dedicavano un affetto malato, temendo che il loro “gingillo” potesse rompersi da un momento all’altro. Li ho tollerati, anche loro vittime di attenzioni non sempre richieste. In questa oasi protetta, gli altri genitori mi apparivano come conigli iperprolifici che donavano la vita, lasciandola scorrere. Si è sviluppata così un’invidia morbosa che avrebbe corroso tutti i miei rapporti se non fossi corso ai ripari.

 

14 novembre

Tutto quello che ho visto è circoscritto a questa città. Mai viaggiato. Non ho potuto sperimentare nessun cambiamento eclatante, alcun improvviso arricchimento interiore. Sono sempre lo stesso, soggetto solo a micromutazioni di prospettiva: spostamenti limitati, shock emozionali altrettanto irrilevanti.

Giro nel mio quartiere e, quando capita o ne ho voglia, anche in quelli limitrofi. Evito accuratamente di superare la cinta urbana, quel confine oltre il quale la mia immaginazione collassa lasciandomi scorgere solo popolazioni con un’ evoluzione che solo da poco ha superato l’età della pietra. Intuisco, pur non essendone certo, che incontrerei difficoltà a comprendere il loro idioma, composto da suoni disarticolati. E nel mio peregrinare stanziale conosco – non uomini e donne – ma tipi, canovacci di personalità che seguono uno sviluppo predeterminato: l’imbecille, il ragioniere, il commerciante imbroglione, il professionista viveur, l’operatore ecologico perennemente inchiodato sul predellino dell’automezzo per la raccolta rifiuti, il delinquente saccente, il politico locale che sogna uno scranno in parlamento, la professionista rampante. Tante figure solo abbozzate, stilizzate, senza anima.       Eppure, nonostante la mia innata diffidenza, ho costruito negli anni una rete – sebbene limitata – di rapporti sociali. Relazioni strumentali legate al concetto di sopravvivenza: a tutti coloro che hanno il piacere di incontrarmi sulla loro strada riservo la superficie visibile di un carattere poco espansivo. Quel tanto che basta per sottoscrivere un tacito accordo di non belligeranza. Se voglio ricavare qualcosa  devo affidarmi alla menzogna. Quella vera.

 

15 novembre

Lavoro poco, sempre in perfetta autonomia. Odio i  “caporali”, quelli che gestiscono i caporali e, salendo su per la scala gerarchica, quella élite che governa l’ineffabile mondo della produzione. Oltre a dilapidare con parsimonia il tesoretto ereditato dai miei, mi sono dedicato a svariate occupazioni temporanee e redditizie: ultima in ordine di tempo, l’esportazione di vino sui mercati esteri, soprattutto in Giappone. Un’ attività gestita per procura che mi ha consentito di non spostarmi di un centimetro. Dopo un anno è subentrata la noia; non so cosa mi prende, forse una sorta di insoddisfazione che mi fa girare a vuoto. Sento la necessità di forti emozioni sebbene mi accontenti di quelle più blande.

Noto, con un misto di inquietudine e di eccitazione, la crescente attrazione che mi spinge verso i cosiddetti “marginali”, quelli che vivono alla giornata, in un eterno presente fatto di espedienti, noncuranti – o più semplicemente ignari – delle sorprese che riserva loro il futuro.

 

20 novembre

Un uomo, affinché si possa definire tale, deve mettere ordine nella sua vita, preservando il proprio corpo dalle insidie che ne possano compromettere il funzionamento. Una dieta equilibrata, ipocalorica con pasti e spuntini assunti cinque volte al giorno assolve ampiamente il compito. Inoltre la regolarità deve estendersi anche all’esterno, scandendo il ritmo quotidiano: in casa ogni cosa al suo posto, controllando che ad ogni variazione corrisponda una ricomposizione. E’ indispensabile poi osservarsi minuziosamente ogni giorno allo specchio, considerando il riflesso come il corpo di un’altra persona: in questo modo è possibile scorgere anomalie e trasformazioni frutto del passaggio inesorabile del tempo. Ci si abituerà in tal modo al cambiamento e ci si sottrarrà alle considerazioni irritanti del primo venuto alla ricerca di imperfezioni da attribuire solo a te.

Non si tratta di una teoria bizzarra, ma di un modus vivendi mutuato dal   parcheggiatore abusivo del mercatino rionale. Salvatore, per le forze dell’ordine, ricade nel novero di coloro sempre prossimi ad essere denunciati per estorsione; basterebbe la segnalazione  di un qualsiasi suo “contribuente” al commissariato di zona per stroncargli la carriera. Tutto questo Sasà non lo vuole accettare:  è convinto di esercitare un mestiere che si pone ai limiti della legalità ma che, tutto sommato, è a tutti gli effetti un servizio sociale. Lui è – a suo dire – un sistematore. Dall’anarchia totale in cui è precipitata la gestione degli stalli di sosta, compare il Salvatore – di nome e di fatto – a porre fine all’anomia che angoscia gli avventori di botteghe e minimarket. Casalinghe e pensionati gli cedono volentieri le chiavi delle loro autovetture e lui, alla loro guida, le sposta, le colloca seguendo schemi poco ortodossi ma ottimizzando spazi che a prima vista sembrerebbero insufficienti a soddisfare la richiesta di parcheggio. Un libero professionista, funzionale in una città disfunzionale. Il significato della parola “tasse” lo conosce solo perché le pagano gli altri. A lui basta ripetere: “Io non ho niente e niente tengo da perdere”.

 

23 novembre

Dov’è che sbaglio? In questo periodo me lo chiedo sempre più di frequente e mi accorgo che dovrei ritornare sui miei passi. Nessuno stravolgimento o capovolgimento radicale, sia chiaro. Solo l’introduzione di qualche correttivo, cominciando a muovermi di più; controllando se con una maggiore ossigenazione possano nascere nuove idee, se possa trarne beneficio il mio spirito d’intolleranza. Le incursioni nel mondo esterno dovranno essere mirate. Già mi sto esercitando, prestando attenzione ai più piccoli dettagli, alle minuzie che prima tralasciavo. Fuori c’è un campo di battaglia, non posso distrarmi.

Esercizio 1: “Questa è la pratica per i primi sette giorni: dobbiamo ricordarci di noi – cioè essere presenti, concentrati sulle azioni che stiamo compiendo, senza pensare ad altro – mentre ci spogliamo e ci vestiamo”.

Ci sto provando, senza alcun risultato. Ma la strada è lunga e non bisogna desistere. C’è da fidarsi? E’ l’indicazione di un percorso spirituale o new age d’accatto? Non saprei…. Qualunque cosa sia, dubito possa danneggiarmi più di tanto.

 

24 novembre

Diversi segnali mi hanno persuaso che la mia strada è già tracciata. Uno di questi è il mio nome: Mario. Divertente, quasi prossimo al ridicolo, il cognome è poco diffuso: Trucchetto.  Qualche mio avo si sarà sicuramente esibito in una fiera itinerante, cimentandosi con giochetti da illusionista, carpendo la buona fede e – in taluni casi – truffando ingenui spettatori. Ecco, io sento di aver ereditato qualcosa di tale spirito. I tempi di gestazione sono ancora nella fase iniziale. L’inganno in incubazione.

 

3 gennaio

Cosa avranno da ridere…Facce beate da beoti. Sarà l’effetto di qualche sostanza stupefacente perché, ascoltandoli, non ho colto alcuna nota umoristica, un accenno comico; neanche una fine freddura, di quelle che fanno increspare le labbra agli intellettuali e fanno sbellicare dalle risa – dopo diversi minuti – i ritardati mentali.

Nonostante le remore giustificate, anch’io mi associo all’ilarità generale. Sono in mezzo a loro. Ho bisogno di conquistare la loro fiducia, debbo capire cosa fanno per non fare niente.  Una mano ad inserirmi nelle “basse sfere” me l’ha data Gennaro, un traffichino che abita al piano di sotto e che, tra un buongiorno e un buonasera, è diventato mio amico. Quasi ogni giorno, almeno tre volte a settimana, ci si incontra al bar Blek end Wait (che ignoranza!) con un altro gruppetto di galantuomini e, davanti un’aperitivo, si discute di umanità varia. Li lascio parlare, è giusto che diano sfogo ai loro pensieri confusi. Ogni tanto annuisco, confermo, commento sostenendo le affermazioni dell’ultimo oratore. Cazzate a ruota libera che, nell’ebbrezza alcolica, diventano materia di studio di una conferenza pseudoscientifica all’aperto. Alcune volte si è sfiorata la rissa, dopo il terzo o quarto drink; poi tutto è rientrato perché nella foga argomentativa, dopo un pò di questo parlare a vuoto, avevano perso il filo del discorso.

Solo quando torno a casa  posso sghignazzare con amarezza.

 

20 febbraio

Alla fine Gennaro si è lasciato andare, confidandomi ciò che aspettavo da tempo: Pasquale si arrangia con lo spaccio al minuto, con consegne anche a domicilio; Ciccio anche lui impegnato nella piccola distribuzione di droghe leggere, a tempo perso arrotonda con l’attività di scippatore. C’è poi Gaetano – l’illusionista del gruppo – che si è perfezionato nei “pacchi”, utilizzando come specchietto per le allodole Pc portatili di ultima generazione. Opera spesso in trasferta: troppo famoso in città. Ultimo componente della combriccola è Nicola che è un lavoratore a tempo determinato. Rapina, riposino. Ognuno di loro ha conosciuto il carcere. Brevi pene detentive per accrescere una determinazione prossima alla rassegnazione. Per loro sono sempre “il professore” e come tale sono funzionale a rispondere alle poche domande che ogni tanto si pongono su temi che esulano dalla loro cultura di strada. Non li metto in difficoltà. Semplifico rasentando la banalità, per poi ricondurre la discussione su ciò che a me sta più a cuore: cosa significa vivere come loro.

Come coniugare istinti bestiali a una intelligenza superiore: solo questo voglio scoprire.

 

1 marzo

Il sentiero che conduce all’illuminazione è disagevole, pieno di insidie, pericoloso per chi lo percorre in solitudine. Se il maestro non compare o –  come nel mio caso – si nasconde tra le pagine di un libro, è facile perdersi. Come autodidatta, paziente e pervicace, proseguo il mio cammino e non mi lascio sopraffare dallo sconforto. Continuo a seguire le indicazioni di chi è giunto prima di me a  comprendere che la realtà è più semplice di ciò che sembra. Bisogna solo stare all’erta e ascoltare alcuni semplici suggerimenti che, per la maggior parte dei profani, non hanno alcun senso.

Le maggiori resistenze si registrano quando si richiedono costanza e sacrificio. Per me non ci sono problemi: tant’è che anche nella seconda prova sto ottenendo ottimi risultati. Stavolta si tratta di ricordarsi di sé ogni qualvolta si attraversa una porta, in casa o fuori casa. Sul piano simbolico la soglia rappresenta il limite ultimo, superato il quale non si è più in questa vita. Ma non voglio spingermi tanto oltre; a me interessano solo le porte degli autobus, dalle quali si sale e – soprattutto – si scende. Infatti da qualche giorno mi sono dedicato allo studio delle movenze di chi esercita la non tanto nobile arte del borseggio: ammiro gli stratagemmi, le manovre con le quali accerchiano l’obiettivo, la disinvoltura che accompagna l’abbandono del “campo di battaglia” dopo aver depredato l’incauto passeggero.

 

19 giugno

Se si riflette sulle moderne scoperte della fisica quantistica si arriva alla conclusione che la materia,  così come la conosciamo,  è solo frutto della struttura dei nostri organi sensoriali che ci fanno percepire la realtà come solida e tridimensionale.

A ben vedere, invece, siamo immersi in un flusso di energia ed ogni contatto con un altro individuo presuppone uno scambio di questa forza primigenia. Tale interpretazione non implica alcuna connotazione morale per cui, sfilare il portafoglio o il cellulare ad un ignaro  passante mentre lo si incrocia, produce solo un arricchimento reciproco: nel mio caso, di natura apparentemente materiale, e nell’ “altro”,  energetico spirituale.

Per constatare la veridicità di questa teoria, mi sono sottoposto ad una dura disciplina fondata sulla meditazione e sull’utilizzo di specifici mantra. Il significato letterale del termine mantra è “strumento della mente”: è un suono che risveglia potenzialità sopite.

Il mio processo rigenerativo è stato costruito intorno alla domanda, ingannevolmente metafisica, del perché io sia qui. “Perché sono qui?, mi chiedevo ogni giorno. Poi l’ho capito. Perché devo essere più attento. Perché debbo cogliere le più piccole sfumature, i  particolari nascosti, i gesti meccanici che rappresentano la summa del comportamento esteriore dell’uomo comune. Il segreto del successo professionale di un apprendista è l’amore per i dettagli. Ogni movimento ha una finalità che sfugge a  chi non ha passione, a coloro che sono annichiliti dal disinteresse. Gli altri non sono vigili, pertanto vigilerò io su di loro.

 

4 luglio

La prima vera, esaltante esperienza, dopo alcuni mesi di esercitazione l’ho vissuta per strada durante la settimana dedicata allo shopping preestivo. Ho adocchiato la preda: un uomo di circa sessantanni, fisico imbolsito, calvizie incipiente, jeans e polo azzurra, borsa a tracolla con chiusura lampo aperta. Si soffermava, a guardare la merce esposta nelle vetrine – sicuro che sarebbe riuscito a comprare un paio di scarpe – ma non si decideva ad entrare in alcun negozio. Dopo averlo pedinato per una ventina di minuti, sono passato all’azione. Ho accelerato il passo, una spintarella, tante scuse e quello che era suo è diventato mio.

Debbo ritenermi fortunato, mi è andata bene. L’ eccitazione adrenalinica mi ha dato una ulteriore spinta, mi ha fatto dimenticare rischi e conseguenze del mio slancio irrazionale.  Si, perché di questo si tratta: di una botta di vita associata a una di culo.

 

 22 luglio

Un’orchite di natura psicosomatica mi sta rallentando il passo. E non me lo posso permettere.  Il mio medico curante mi ha spiegato che per l’ingrossamento testicolare non ci sono cause  tali da poterlo ricondurre ad uno stato depressivo. Anche perchè in questo periodo sono al top del rendimento. Non posso confessare al dottore i motivi della mia insofferenza rispetto a questa estemporanea metamorfosi. Nessun sintomo visibile: né febbre alta, né sacca scrotale deformata. “Signor Trucchetto, lei mi sta facendo perdere tempo” – mi ha urlato indispettito l’urologo . ” Non ha niente, è tutto solo nella sua testa!”.  Come se non lo sapessi…

E allora cos’è che non va? Ho paura di sbagliare, questa è la verità.

In una situazione di emergenza, quanto si puo’ lasciare in balìa del fato? Nulla. Si decide secondo un codice binario: istinto o ponderazione. Il primo ti spinge all’azione irriflessiva, la seconda ti indica la strada comoda e rassicurante del temporeggiare, del perdere tempo: quello che mi manca. Se voglio proseguire e arricchire la mia attività non posso perdermi in disamine moralistiche. Tutto è giusto fin quando lo si reputa tale. Ora sono in attesa del superuomo che giudichi i miei errori, che rettifichi  una prospettiva distorta. Sono un ladro, un essere perverso che sottrae quanto altri hanno guadagnato con lo sforzo, con il sudore, con la rinuncia. Ma voglio sopravvivere. E alla grande.

 

29 luglio

Tutte le teorie crollano quando i fatti le smentiscono. Nel mio caso con il primo arresto. Mi hanno beccato in flagranza di reato – i miei “colleghi” la chiamano fragranza, come se si trattasse di pane appena sfornato.

Osservare la realtà nella doppia veste di attore e spettatore; godere di uno spettacolo ed esserne distaccato  non lasciandosi coinvolgere dal movimento frenetico della vita. Tutti questi accorgimenti,  precauzioni, non hanno impedito che accadesse l’ineluttabile.

Proprio mentre giravo la scena della sottrazione del quinto portafogli – della mia breve carriera – ad una signora immersa in una trance indotta dalla visione di qualcosa che si muoveva sullo schermo del suo telefonino, ho avvertito una stretta al collo, come se fossi rimasto incastrato nella morsa di un fabbro; simultaneamente una mano ha bloccato il mio polso strizzandolo e torcendolo.. Non potendomi girare, ho sollevato e spostato le iridi in alto a sinistra facendole quasi scomparire dalla cavità oculare e ho cominciato ad agitarmi cercando di svincolarmi. Sembravo in preda ad un attacco epilettico. Mancava solo la bava.

L’energumeno ed il suo bodyguard – due agenti di polizia in borghese – mi hanno immobilizato al suolo, ammanettandomi. Il passaggio fino alla questura mi è stato gentilmente offerto, a titolo gratuito.

 

29 luglio ore 18 circa

Solo quando sono stato accompagnato nella piccola stanza antistante le camere di sicurezza ho capito che l’ironia, la leggerezza con la quale affronto tutti gli imprevisti spiacevoli, era fuori luogo. Alla mia destra, dietro una scrivania, un agente ha aperto un registro e, rivolto a uno degli uomini che mi avevano scortato gli ha chiesto: “E questo che ha fatto?”.  Lo so, non bisogna andare troppo per il sottile con quelli che infrangono la legge, ma qualcosa nel suo tono mi ha offeso. E il suo collega: “Borseggio. Si è fatto pigliare comm’ e nu strunz!”.  Ma che volgarità! Poi mi è stato indicato un blocco di cemento che correva lungo la parete di sinistra, sul quale mi sono accomodato, proprio di fronte al mio inquisitore. “Togli lacci delle scarpe, cintura e collanine, se ne hai”, mi ha ordinato. “Svuota le tasche – ha continuato – ti sarà restituito tutto domani”. Ho eseguito senza commentare – cosa c’era da dire? I lacci delle scarpette e la cintura in un sacchetto e i miei 23 euro e 40 in una busta sigillata e timbrata. Dopo aver fornito le generalità mi è stata assegnata la destinazione: terza cella, l’ultima a sinistra in fondo ad un breve corridoio.

 

29 luglio poco prima delle 19

Per il mio carceriere è pura routine. Quando dà la mandata alla porta blindata ha assolto il suo compito e dalla sua espressione traspare, con l’ammiccare un leggero sorriso, la soddisfazione del giusto, del giudice sdegnoso che commisera senza distinzione dilettanti e recidivi del crimine. Neanche il tempo di formulare compiutamente questo abbozzo critico ed ho realizzato come meno di venti metri quadrati non sono uno spazio agevole in cui muoversi soprattutto se la metà è riservata a un giaciglio comune da dividere con gli aspiranti detenuti in transito. La segréta moderna è tagliata longitudinalmente dal vano d’ingresso fino ad una piccola finestra, corredata di sbarre, che dà sul cortile interno. In questo confortevole monolocale ho trovato alcuni ospiti che si sono palesati prima all’olfatto e solo dopo alla vista: due nordafricani – quelli, per intenderci, che hanno un colorito tale da farli scambiare per meridionali appena rientrati dalle vacanze. Solo con il sopraggiungere dell’inverno ed appena aprono bocca, non foss’altro che per salutarti, si risale alle loro origini.

Entro e mi presento. Tendo la mano al primo che, di rimando, me la stringe e pronuncia: “Ahmed”. Faccio lo stesso con il secondo e questi biascica un “Ebdelkayyaoum”. “Come?” – insisto. “Ebdelkayyaoum” – ripete. Vabbé, lasciamo perdere….non debbo diventare il suo amico del cuore.

 

29 luglio sera

Questi due dovrebbero essere miei succedanei: anche loro borseggiatori, ma di un’ingenuità professionale disarmante che diventa cattiveria quando incrociano una vittima debole e sprovveduta. Sono stati sorpresi da una pattuglia della sezione antiscippo e prelevati con lo sconto, come in un’offerta al supermercato: prendi due, paghi uno. Avranno tentato, nel loro italiano, coniugato all’infinito – anche se magari sono in questo Paese da dieci anni – di discolparsi o di additare il proprio complice come l’unico responsabile. E’ inutile tergiversare: sono infidi e delatori. Ma non è questo il momento di fare lo schizzinoso. Debbo conviverci, almeno per questa notte.

Dopo i primi tentativi falliti di condividere lo stato di prostrazione in cui siamo caduti; dopo aver realizzato che questo luogo è la destinazione naturale di quanti – mossi da un’esuberante leggerezza e da una immotivata presunzione – immaginano a torto che ogni azione è sostenuta sempre da un destino favorevole, il nostro terzetto ha riacquistato fiducia e speranza quando è stata distribuita la cena. Un panino e una bottiglina d’acqua non sono propriamente quello che io definisco pasto serale ma, anche questa merendina da gita fuori porta ha contribuito a rendere l’atmosfera più conviviale, a rasserenare gli animi. Anch’io mi sono rilassato; non troppo, però. Non mi fido per natura. Il mio istinto di autoconservazione mi suggerisce sempre, in ogni occasione,  di mantenere le distanze.  Ahmed e il suo amico dal nome impronunciabile sono affabili, mi rassicurano sull’esito positivo del giudizio per direttissima previsto per domani: “Tu non andare in carcere. Tu presto di nuovo libero”, mi dicono. Certo che entrare nelle grazie di questi scarti umani è paradossale.

30 luglio

Il giudice è visibilmente annoiato. Confabula con il cancelliere, poi con il pubblico ministero di turno che formalizza le sue accuse contro il sottoscritto. Sebbene sia chiuso nella gabbia degli imputati non mi sento osservato: la novità della situazione in cui mi trovo, mi eccita. Sembro un bambino che gioisce nell’ammirare le bellezze della natura, animali in libertà che si muovono in armonia nel loro ambiente selvaggio…”Considerato che il mio assistito è incensurato” – l’avvocato d’ufficio mi fa sobbalzare, rompendo l’incantesimo – “e non ha usato violenza nel suo maldestro tentativo di furto con destrezza, chiedo l’applicazione del minimo della pena e la sospensione della stessa”. Con una zazzera a compensare una calvizie imperante, una giacca di lino troppo stretta e corta, un ventre prominente compresso in una camicia intrisa di sudore, il mio legale occasionale – dopo la sua mini arringa – si abbandona ansimante su una poltroncina.  Il suo non è un crollo fisico, il cedimento di un corpo flaccido, ma una défaillance della volontà, un rifiuto a reiterare sempre le medesime istanze di clemenza per piccoli impediti con velleità da veri criminali. E’ noia che produce stanchezza.

Il verdetto è di colpevolezza, la pena di un anno. Non la debbo scontare perché non sono recidivo; il reato volteggerà in un’atmosfera rarefatta fino a quando non se ne aggiungeranno altri a trascinarmi e a lasciarmi precipitare all’interno di una casa circondariale.

 

31 luglio

Mancavano solo i fuochi d’artificio. Il rientro a casa è stato trionfale: tutti i disonesti del vicinato a complimentarsi, quasi fossi stato il protagonista di un’azione eroica. Poche ore di reclusione mi sono valse l’ingresso in un club esclusivo i cui soci non sono selezionati in base al reddito o ai nobili natali ma solo in relazione all’esperienza temporanea della segregazione. E così qualcosa si è smosso in me. Ho avvertito un turbinio, uno smottamento emotivo i cui detriti si sono manifestati sotto forma di abbracci e strette di mano. I veri festeggiamenti, con snack e prosecchino, si sono tenuti al bar Blek in compagnia della solita banda di beoni che – almeno stavolta – hanno avuto la possibilità di salire sul piedistallo per impartirmi lezioni di vita.

“Anche a te ci voleva il battesimo” – ha commentato Ciccio il pusher – “ora puoi capire che cosa significa stare in mezzo alla strada con tutti i problemi che devi affrontare. Ti devi guardare le spalle, stare attento agli infami e soprattutto non ti devi fare acchiappare”. E giù risate di consenso. Ed io con loro, ma con meno trasporto: mi esalto raramente. “E poi” – ha continuato Nicola – “non ti devi mai abbattere quando vai dentro. Pure se stai giù, fai sempre comm’ si nun fosse succiese niente. Questa è la nostra forza”. Ma la forza di chi?

 

10 agosto

Il campanello di casa mi ha fatto sobbalzare. Alle 10 del mattino o a qualsiasi altra ora fa lo stesso. Mi mette ansia. Sono abituato a stare solo, a non ricevere visite inaspettate. Anche il citofono mi procura la stessa agitazione, ma si tratta – in quel caso – di uno scompenso riequilibrabile perché non mi preoccupo di rispondere; so per esperienza che a pigiare il pulsantino, a casaccio, sono ragazzi addetti alla distribuzione di volantini, il postino quando è a corto di raccomandate o qualche analfabeta che in cerca di Esposito bussa a Trucchetto.

Guardando attraverso lo spioncino ho visto Gennaro. Gli ho aperto, contrariamente a quanto faccio per diffidenza con gli sconosciuti, invitandolo ad entrare. “Puoi venire a prenderti un caffè da me? – mi ha chiesto – Ti devo parlare”. E di cosa? Me lo sono domandato, scervellandomi per pochi istanti, mentre lo seguivo nel suo appartamento. In cucina di spalle, a caricare la caffettiera, c’era Assunta – sorella del mio vicino – che, voltandosi appena e accennando un lieve sorriso, mi ha augurato buongiorno. Sono questi piccoli gesti che mi lasciano piacevolmente interdetto. Gennaro facendomi accomodare, senza preamboli, ha esordito: “Debbo fare un favore a un amico e mi servono alcune persone fidate. Ho pensato che tu, Pasquale e Nicola potreste darmi una mano”. Mi sto avviando verso l’iniziazione: spilli, sangue e volti santi. “E’ un lavoretto semplice – ha aggiunto Gennaro – ce sta nu guagliunciell’ che importuna una femmina che non è sua. Gli dobbiamo fare capire che deve togliere mano”.

Assunta mi ha versato il caffe. “Ti porto un po’ d’acqua?” – mi chiede premurosa. Come fa questa donna a leggermi nel pensiero, ad accorgersi che la mia bocca è di una secchezza che mi impedisce di parlare? Mimo un si con la testa e comincio a riordinare le idee. Il suono esce arrochito, riesco a malapena ad esprimere le mie perplessità: “Non ho problemi, ma non riesco a capire perché hai bisogno anche di me. Pasquale e Nicola non bastano? O dobbiamo affrontare Hulk?”.  Gennaro mi scruta, si alza, mi gira intorno, poi sospira. “Mario, Mario….ma tu nella vita cosa vuoi fare? Ti sto offrendo un’opportunità, cerca di afferrarla”. Eh si, sto assistendo al remake del Padrino….”Comunque pensaci, è tra due giorni. Giusto il tempo di fissare un appuntamento: il ragazzo non deve insospettirsi”. La scena è stata girata, finalmente posso rientrare a casa.

 

11 agosto

Dalla memoria affiorano solo pochi ricordi, vaghi e nebulosi. Quand’è l’ultima volta che ho usato o subito violenza?  Sin dalle scuole elementari, i litigi si limitavano a brevi scaramucce che potevano degenerare, nel peggiore dei casi, in spintoni depotenziati o in un round di boxe dove piroettavano cazzottini da bambini. Nulla di cruento. Da quegli anni è cancellata ogni traccia di dolore fisico: rivedo solo immagini isolate, prive di audio, flashback senza storia. Il sangue poteva sgorgare solo per un’epistassi mal tamponata o a seguito di una caduta accidentale.

Durante l’adolescenza, l’esuberanza virile – mortificata da escrescenze purulente che punteggiavano i nostri visi – qualche volta trovava sfogo in appuntamenti estemporanei fuori scuola dove, a diverbi nati in classe, seguivano accapigliamenti intensi ma di breve durata. Insomma, ad eccezione di uno schiaffone assestato a un’ubriacone che qualche anno fa mi assilllava con la richiesta continua di soldi fino a permettersi di afferrarmi un braccio, procurandomi conati di vomito con il suo alito nauseabondo, posso considerarmi una persona pacifica. Ho bisogno di provocazioni reiterate per reagire in maniera appropriata. E ora? Mi trovo coinvolto nel pestaggio di uno sconosciuto – magari feccia doc – impossibilitato a tirarmi indietro.

 

11 agosto notte

Non trovo pace. il letto è diventato un campo di battaglia: rotolo prima su un fianco, mi posiziono in diagonale, poi orizzontalmente con braccia e gambe che strabordano dal giaciglio a una piazza. Mi alzo, bevo e copro a piccoli passi i pochi metri della cucina, avanti e indietro, cercando di riordinare pensieri che – scava, scava – non ci sono. Mi ridistendo improvvisando l’incipit di una seduta di training autogeno: “Il mio braccio sinistro è pesante. Sono perfettamente calmo e tranquillo”, recito mentalmente. Macché, niente da fare: al secondo tentativo ho già saltato tutti i passaggi propedeutici al rilassamento pretendendo che diventi totale con il solo sforzo della volontà, in questo momento assente. Esausto, chiudo gli occhi e immagino di dormire. L’incubo non tarda a materializzarsi. Gennaro che mi incita all’aggressione: “Vieni, vieni….” Con un balzo gli sono addosso ( l’agilità nei sogni mi ha sempre sconcertato) serrandogli la gola; stringo e lui ride, più mi sforzo e più lui si sbellica dalle risate. In questo eccesso di ilarità, intervallata dal tentativo di riprendere fiato, Gennaro mi ammonisce: ” Fai quello che devi, non commettere errori altrimenti a mia sorella te la puoi scordare”. Ma chi? Assunta? Mi sveglio stranito con un interrogativo che mi inquieta: vuoi vedere che questo cretino ha ragione?

 

12 agosto

Alle sei sono già in piedi. Mi sostiene un’energia nervosa che non cancella la stanchezza, lo stress di una notte quasi insonne. E’ arrivato il grande giorno. Andrei a fare una bella corsetta rintemprante alla Rocky Balboa ma rischierei di compromettere l’esito della performance prevista per oggi pomeriggio. Nicola mi sta tempestando di telefonate per accertarsi che non mi tiri indietro all’ultimo minuto. Ad ogni chiamata si inventa una storia, riporta pettegolezzi riferiti da persone che neanche conosco e che tantomeno mi incuriosiscono: parla del nulla, manifestando il suo lato oscuro. “Hai saputo di Ginetto ‘o pezzotto – mi sussurra dall’etere – si è trovato in mezzo a una rissa alla stazione. Tre coltellate si è pigliato, due nelle cosce e una in un fianco”. “E chi è stato?  – gli chiedo, giusto per ravvivare il suo monologo. “Una discussione con due neri che gli dovevano dei soldi”. Questo è il livello. E’ impensabile un salto di qualità che lo porti a superare la sua ristrettezza di vedute: in questo stagno ci sguazza, ci vive e deve morirvi; non sa che mi sono ripromesso di spingerlo, assieme agli altri accoliti, verso i bordi della palude solo per fargli osservare il mondo reale, al quale però non avrà mai la possibilità di accedere.

 

12 agosto pomeriggio

Sono venuti a prendermi sotto casa. La vittima, che ancora non sa di essere stata trascinata in un agguato, ci aspetta tre vicoli più giù. I due picchiatori hanno optato per una mise sportiva:  larghi pantaloni di tela, scarpette Nike e un cappellino con visiera . E’ un’uniforme che consente una libertà di movimento indispensabile per una fuga imprevista e improvvisa. Da profano, mi sono presentato con jeans e t-shirt verde militare. “Mettiti dietro di noi  – mi suggerisce Pasquale – osserva con attenzione e, solo alla fine, intervieni”. Annuisco, pur non comprendendo a quale misteriosa strategia si stia riferendo. Lo capisco solo poco dopo quando da un angolo sbuca un ragazzo, poco meno che trentenne. Non arriva al metro e settanta, tracagnotto, barba folta e lunga, capelli rasati alle tempie. Dal collo, fin quasi ad un orecchio, spumta un tatuaggio tribale, così come su entrambe le braccia si nota solo un groviglio multicolore. Cammina tranquillo fino a quando Nicola, avanzando nella sua direzione, gli tende la mano come per salutarlo e nel contempo solleva – inararcandola all’indietro – la gamba destra che lascia poi partire, sferrandogli un calcio alle palle. Il malcapitato ha appena il tempo di piegarsi in avanti che sopraggiunge Pasquale: una ginocchiata al volto e il malcapitato stramazza al suolo. Non contenti, continuano a prenderlo a calci mirando alla testa fino a quando, ormai una maschera di sangue, il ragazzo non si muove più. “Volevo farti partecipare, ma la festa è finita prima – si giustifica Nicola – sarà per la prossima volta”.

 

12 agosto sera

Gennaro mi indica una banconota da cento euro che ha poggiato sul centrino con ricami floreali del tavolo in cucina. Tutte le trattative, i mezzi complotti si svolgono in questo ambiente rassicurante dove l’idea di cibo, di nutrimento aleggia come una promessa di sopravvivenza. “Non credo di averli guadagnati – spiego all’afasico interlocutore – non ho fatto niente, mi sono limitato a guardare”. “E ti pare poco? – ribatte il mio vicino – “Sono sicuro che saresti intervenuto se i tuoi amici si trovavano in difficoltà. O no?”. Non c’è niente da fare, mi vuole tirare dentro. Forse gli sono simpatico o, più semplicemente, sta progettando di manipolarmi per uno scopo che al momento mi sfugge. Chino il capo, appoggio le mani ai bordi del tavolo e simulo una riflessione inesistente; poi prendo i soldi e con un “va bé” confermo la mia affiliazione a questa congrega di mezze calzette. Gennaro incrocia le braccia, ammicca un ghignetto d’intesa e, con un paio di pacche sulla spalla, mi accompagna alla porta. “Bravo, bravo – mi congeda – così ti voglio”.

 

24 agosto

Quello che ci passa sotto gli occhi molto spesso non lo scorgiamo. Siamo colpevolmente distratti, fino a quando non ci lasciamo attrarre da un oggetto, sedotti dal suo magnetismo. Come sia possibile un tale mutamento, rimane un mistero. Ogni giorno si presenta uguale a quello precedente: per anni viviamo nell’illusione della monotonia. Poi, senza preavviso, avviene l’ineluttabile trasformazione indotta da quella che, per accidia mentale, chiamiamo casualità. Soggiogato da un oscuro rivolgimento interiore, mi affaccio alla finestra sperando che, come sempre,  lei passi. Mi basta seguirla con lo sguardo mentre si avvia al mercato e attendere il suo ritorno. Da qualche settimana è questa la mia occupazione mattutina, mentre di pomeriggio mi metto alla ricerca  del pollo – a volte sono due – che contribuirà, a sua insaputa, al mio sostentamento. Il guadagno, netto ed esentasse, si aggira tra i cinquanta e i centocinquanta euro al giorno; le variabili sono diverse e complesse e spaziano dalla tipologia della vittima ( casalinga, studente, professionista) alle caratteristiche ambientali (luoghi affollati, presenza di telecamere di sorveglianza o, peggio, di forze dell’ordine). Ormai ho il polso della situazione e mi adagio in questa redditizia routine.

 

25 agosto

Amo definirmi  “conservatore”. Lo sono politicamente perché l’ordine mi ha sempre affascinato: ognuno al suo posto secondo una gerarchia fissa e indiscutibile. Le masse devono essere guidate da un leader dalla moralità adamantina che cacci a calci in culo tutta la marmaglia extracomunitaria. E questo è un punto. Sul fronte del risparmio sono ultraconservatore: spendo poco o nulla. Il termine tirchieria mi è incomprensibile: sono parco, parsimonioso e abitudinario. Tutto ciò che ho messo da parte mi serve per ricordare  che nulla si ottiene senza sforzo e che l’accumulo non è altro che l’affermazione della mia presenza in questa vita. Le elucubrazioni però non portano in nessun luogo, devono essere bilanciate da un’azione che ne stemperi la morbosità. E così mi sono deciso: oggi la seguirò con discrezione e, spuntando da un androne, la aiuterò a portare i sacchetti della spesa. L’ approccio, me ne rendo conto, assomiglia a un espediente adolescenziale e considerato che quella fase l’ho superata da tempo, comincio a nutrire qualche dubbio sull’effetto sorpresa. Ma le donne, si sa, ci lasciano fare, sorvolando su quegli aspetti infantili che ci accompagnano fino alla vecchiaia. Assunta potrebbe mostrarmi condiscendenza, assecondando il mio gesto galante. E poi…meglio non correre troppo.

 

28 agosto

Sono ormai due giorni che mi apposto in antri semibui per tentare di incrociare fortuitamente la donna che mi inquieta. Sono regredito, gioco a nascondino da solo. Indago, semino interrogativi in giro tra la gente del quartiere come se stessi parlando delle condizioni metereologiche, giusto per perdere tempo. Nessuno risponde a tono. Nessuno sa niente. Sembra scomparsa. Da quarantotto ore e una manciata di minuti  non ho sue notizie. Dal fratello, neanche a parlarne: va a finire che si impressiona, interpreta male e da una domanda innocente si rischia di precipitare in equivoci che minerebbero un rapporto che stenta a nascere. Gennaro è un sofista: gira e rigira intorno a un argomento, lo infarcisce di metafore tratte da qualche prontuario criminale e infine ti chiede:”Adesso hai capito?” E sì, Gennà, mica mi stai spiegando la divina commedia! Lo penso ma non glielo dico; è un uomo saldo nei suoi principi – rozzi, elementari – che materializzano un universo dominato dalla sopraffazione, dall’inganno e dalla violenza. Lo assolvo solo come futuro cognato.

 

29 agosto

Come Lazzaro risorto, il terzo giorno è uscita dal portoncino del palazzo senza che nessuno la esortasse: così, spontaneamente, ha ripreso le sue occupazioni quotidiane, ripetitive e ossessive. Casa spesa, spesa casa. “Buongiorno” – la saluto, dall’alto della mia finestra, quando la vedo rientrare. Lei alza la testa: “Ciao Mario” – risponde. Fa qualche passo, appoggia le borse a terra e poi mi chiede”Ma che ci fai tutto il giorno affacciato? Non tieni niente fa fare?”. In altre circostanze sarei sprofondato, annegato nella vergogna, ma il suo appunto è divertito, provocatorio. La attendo sul ballatoio e, mentre la osservo intenta a frugare nella borsa in cerca delle chiavi, mi perdo in un sogno ad occhi aperti: noi due che passeggiamo, ci divertiamo parlando di sciocchezze. In questo filmetto rosa che mi frulla in testa non c’è sonoro, ma non ha importanza. Mi basta una breve sequenza per alimentare un desiderio. “Ué, ti sei imbambolato?”. La mia musa mi trascina di nuovo giù, costringendomi a scervellarmi nella ricerca di un approccio amoroso che non risulti banale. “Vieni, dammi una mano a portare questa roba dentro”. La seguo e, mentre lei si destreggia tra frigo e dispensa. prendo coraggio: “Sei stata poco bene? E’ da un po’ che non ti vedo”. Si ferma di colpo, prende una sedia e mi si piazza di fronte: “Pensi che sono scema? Che non ho capito che giri e rigiri ma non ti fai avanti? Quanto vuoi fare durare questa specie di corteggiamento?” E si, mi ha spiazzato. “Ma io…”, biascico in cerca di un filo per riannodare un pensiero sensato. “Mario – mi prende una mano dolcezza – non sei più un ragazzino, devi essere più determinato, devi osare. Non basta frequentare un po’ di monnezzella sparsa davanti al bar per essere un uomo”. Si avvicina, mi sfiora le labbra con un bacio. “E adesso vai che tengo da fare” – mi dice congedandomi all’improvviso. Mi ritrovo davanti alla mia porta, osservo la targhetta con incisi nome e cognome e sotto, comparsa dal nulla, una frase: “Si proprio nu pesce pigliato ca botta”.

 

29 agosto notte

Tutto diventa sempre più chiaro. Stravaccato sul divano, visualizzo il quadro sinottico con qualità e accidenti che dovrebbero fare di me un uomo. Tirate le somme, credo che difetti dell’elemento emotivo anche se avverto che qualcosa si sta sciogliendo per effetto dell’innalzamento della temperatura corporea. Un magma che mi ribolle dentro solo a vederla: una testa ricciuta, zigomi alti e un po’ di pancetta per confermare che la perfezione ce la costruiamo da soli, senza i suggerimenti dei guru della moda o, peggio ancora, degli apologeti dell’anoressia. Qualcosa si è manifestato, un sentimento in embrione che adesso sta a me nutrire. E’ inutile che mi metta ad elaborare strategie e stratagemmi per incontrarla di nuovo: ora ho le chiavi, non sono più costretto a forzare alcuna serratura. Debbo tirarla fuori dalla melma in cui siamo cresciuti, allontanarla   dalla corruzione che qui, senza che te ne accorga, consuma corpo e anima. Gennaro continuerà con le sue magagne che lo faranno infognare sempre di più. Lui non rientra nei miei progetti futuri. Per il momento è solo un leggero fastidio simile a una caccola che, per pigrizia, lasci lì dove si è formata.

 

10 settembre

Se decido di andare a cinema, preferisco vedere film d’azione. Mi immedesimo nel protagonista per sublimare il residuo di aggressività che  sopravvive in me da quando ho conosciuto Susetta. Assunta, rimpicciolita solo formalmente, preferisce farsi chiamare così. Lei non ama le scene cruente, sogna storie a lieto fine ed è per questo che mi rassegno ad assistere a proiezioni imbastardite: risse senza feriti e sparatorie senza morti, il tutto condito da schermaglie amorose che nell’epilogo si ricompongno in un quadretto idilliaco. Ma anche così va bene: rinunciamo entrambi a qualcosa.

 

15 settembre

Me l’ha messa in tasca mentre gustavamo un caffé al bar “Centrale” raccomandandomi di raccoglierne i benefici prima di andare a lavoro. Sulle prime, sovrappensiero, ne ho solo considerato la consistenza dall’esterno del jeans – quella di una caramella morbida, forse gommosa – per poi dimenticarmene, distratto dalla sua logorrea. Pasquale, da incorreggibile vanesio qual è, mi racconta di avventure rocambolesche di cui lui è invariabilmente il protagonista, relegando al ruolo di comparse anche i suoi più cari amici. E parla, straparla, sorvolando sulle più evidenti incongruenze della narrazione le cui vicende, inverosimili sin dall’inizio, riguardano sempre personaggi malavitosi, piccoli conflitti a fuoco o perquisizioni durante le quali le guardie non riescono a trovare mai quello che cercano. Il repertorio contempla anche bravate da commedia all’italiana: abbuffate in ristoranti di grido con fughe alla chetichella. Un buontempone sempre con la battuta pronta che nel suo lavoro, però, non lascia trapelare alcuna vena burlesca. Ai clienti abituali lascia un numero di cellulare che provvede a cambiare ogni settimana, così come – da tipico paranoico – fissa appuntamenti in luoghi affollati; non è mai puntuale, o meglio lo è, perché prima deve ispezionare la zona, verificare se ci sono personaggi sospetti, perfetti sconosciuti che possano a sorpresa condurlo al più vicino commissariato. La merce, selezionata e dosata secondo le richieste degli acquirenti, compare nelle sue mani come un coniglio dal cilindro di un illusionista.  Di Pasquale mi fido, pondera ogni gesto anche quelli che sembrano istintivi.  Debbo solo fare attenzione a che non prenda il sopravvento.

 

15 settembre primo pomeriggio

Il dono mi ha stupito. Un regalo inaspettato, segno che non mi conosce bene. Cocaina. Ho dissigillato la bustina e ne ho sparso il contenuto sul tavolo in cucina chiedendomi quale fosse il passo successivo….Dalla memoria sono emerse, in una successione di flashback, tutte le scene di film in cui qualcuno, non importa chi, è alle prese con l’assunzione della polverina. (A dire il vero il primo a venirmi in mente è stato Al Pacino in Scarface). Ho preso la tessera sconto del supermercato – in mancanza del bancomat – per ridurne la consistenza grumosa e ho formato una striscia di pochi centimetri perpendicolare al piano d’appoggio. Dopo quest’operazione meticolosa sono stato assalito da un dubbio sul formato della banconota da utilizzare: quella da cinque o da venti? Ho optato per la seconda ipotesi. In fin dei conti non si tratta di spenderla ma di utilizzarla. Ho tappato la narice destra, infilato la cannuccia cartacea in quella sinistra e ho inalato la coca, seguendo un percorso dal basso verso l’alto. Nonostante il rispetto del protocollo non scritto dei tossici che descrive le modalità corrette di consumo della sostanza, sono rimasto deluso dai suoi effetti iniziali. In gola un gusto amaro, da reflusso   gastrico. Poi null’altro. Nell’arco della mezz’ora successiva mi sono dovuto ricredere: una smania euforica mi ha spinto fuori casa. Non sapendo cosa fare ho camminato fino in centro, vagamente intenzionato a lavorare ma incapace di concentrarmi. Un interesse passeggero verso gli altri, che scompariva non appena uscivano dal mio campo visivo.

 

16 settembre

E’ innegabile che l’uomo tende, irretito anche dalle religioni, a rifuggire dalla realtà, a cercare dimensioni trascendenti che lo liberino dalla miseria di questa vita seguendo un cammino spirituale tortuoso e accidentato. Per accelerare il processo e trovare scorciatoie ci si accontenta di “uscire fuori” solo per qualche ora accorgendosi, al ritorno, che nulla è cambiato. Ecco cosa vorrei spiegare a Pasquale: che mi ha fatto perdere solo tempo.

 

18 settembre

Mi sono svegliato all’alba. Da adesso, e fino a quando ce ne sarà bisogno, mi atterrò ad una rigida attività di sorveglianza. In primo luogo annoterò orari di uscita e di rientro, scartando le assenze di poche ore; poi, con una meticolosa analisi statistica, risalirò ai periodi che mi interessano: quelli durante i quali Susetta si eclissa per quasi tutta la giornata. Dove va, cosa fa… Mi ci vorrà del tempo, ma conto di impiegarci non più di due mesi. Ho scartato l’ipotesi di chiederglielo direttamente perchè mi sembrerebbe di sconfinare nell’ultima area privata della sua vita. Non sono geloso, sono curioso. E’ passato troppo poco tempo per ipotizzare una relazione extra….Extra cosa? Non siamo sposati. Il nostro è un rapporto da fidanzati under 40 che si rintuzzano ancora come due quindicenni, per superare i rispettivi imbarazzi. Lei è una perfetta donna di casa, rassegnata  – forse – ad accudire un fratello che non vuole rinunciare alla servitù di una governante dimessa e senza pretese. Ed io, ultimo arrivato, cerco di incunearmi in questo rapporto morboso, per spezzarne il legame.

 

23 settembre

“Me lo tieni per qualche giorno?”, e mi ha consegnato un pacchetto rettangolare di cartone, dal contenuto sconosciuto e blindato con numerosi giri di nastro adesivo. Con il suo atteggiamento da cospiratore, accompagnato da un immancabile ghigno ebete, Gennaro mi indispone. Eppure non so dirgli di no. “E si potrebbe sapere che cosa c’è qui dentro?”, ho azzardato. “Niente di compromettente. E allora?”. E allora l’ho preso, ho salutato con un cenno della mano e, senza aggiungere altro, sono rientrato nel mio appartamento. L’oggetto sconosciuto è sul divano: lo osservo, lo sposto, lo capovolgo, lo comprimo tra due dita alla ricerca dei vuoti indispensabili a farmi intuire una forma. Inutile, è compatto come un mattone. Rimugino, cercando di mettere a fuoco un’ultima strategia investigativa. Un baluginio dell’intuito mi suggerisce di utilizzare la bilancia alimentare per aggiungere un altro tassello a questa indagine che assomiglia sempre più ad un quiz televisivo. Il peso, come tutti gli altri elementi raccolti, è ininfluente: poco più di un chilo. Ma vaffanculo.

 

24 settembre

La “caccia al rom” è un passatempo che coniuga la natura ludica del gioco ad una necessità stringente, quella di creare un cordone sanitario virtuale attorno ai quartieri popolari. La profilassi, per chi vive nei terranei, è semplice: tenere pulite le immediate adiacenze della propria abitazione, spazzando e detergendo la strada con abbondanti dosi di disinfettante (la creolina è stata di recente sostituita con prodotti dal profumo più gradevole). Si evitano così le incursioni di ratti e si contengono quelle delle blatte. Per le bestie rumene questa ragionevole autogestione igienica è incomprensibile; escono a coppie, a volte anche singolarmente, dai loro campi cloaca armati di stecche d’acciaio uncinate, facendo scempio dei sacchetti raccolti negli appositi contenitori dei rifiuti. Rovistano alla ricerca di oggetti o indumenti da riciclare per poi rivenderli a quelli più pezzenti di loro. Da tali premesse nasce lo spasso. I giocatori, ragazzi dai 13 anni a salire e in numero non inferiore ai quattro partecipanti, si muniscono di guanti di lattice e appena individuano il soggetto adatto si avvicinano di soppiatto, agguantano le caviglie del rom ribaltandolo nel cassonetto e chiudono il coperchio, impedendogli di uscire. I tempi di segregazione variano dai dieci ai venti minuti, durante i quali si provvede alla distruzione del carrellino – ausilio indispensabile di queste monnezze che raccolgono monnezza – e se ne occultano i resti. Quando dall’interno del cassonetto non viene opposta più resistenza, quando cessano i sussulti per liberarsi, la squadra si disperde.

 

26 settembre

“Tu a me mi devi comprendere, non posso spiegarti sempre tutto. Se no la fiducia dove va a finire?”. Con queste sue lezioni di vita, con le sue perle di saggezza distribuite a mio esclusivo beneficio, Gennaro sta esagerando. Solo adesso mi ha rivelato di avermi lasciato in custodia una Beretta calibro 9 completa di munizioni. “Non volevo che ti impressionassi”, si è giustificato “ho dovuto fare un favore a un amico e io non posso permettermi di rischiare, la polizia mi sta addosso”. Nulla da eccepire, il ragionamento fila. Solo nella sua testa, però. “Il rischio che ti ho fatto correre è relativo, a te quelli del secondo distretto neanche ti conoscono”. Non so se offendermi o rallegrarmene. Certo è che sto cominciando a preoccuparmi.

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