

Abbiamo iniziato con “Diario di un reazionario” di Giuseppe Grillo, la pubblicazione a puntate di opere di narrativa scritte da autori sconosciuti, invitando a partecipare chiunque abbia un lavoro letterario riposto nel cassetto e vuole provare l’effetto che fa a presentarlo a un pubblico di lettori che ci auguriamo numeroso.
Grillo, 52enne napoletano, ha deciso dopo tanti tentennamenti di farsi conoscere e noi vogliamo dargli una mano perché crediamo che lo meriti. Ecco intanto la sedicesima puntata del suo:
“DIARIO DI UN REAZIONARIO”
3 febbraio
I miei giorni si susseguono senza movimento, si accavallano e si depositano sempre nello stesso luogo, lasciandomi con la sensazione di essere agganciato ai margini di una ruota che – girando contro la mia volontà – mi riporta ogni volta al punto di partenza.Mi sto conformando, sopraffatto dall’abitudine, ad uno stile di vita dal quale ho sempre cercato di prendere le distanze. E Susetta non mi aiuta, anzi anche lei segue uno schema preordinato secondo il quale organizza la sua giornata: ogni mattina si accoda alle sue amiche che accompagnano i figli a scuola e con loro, dinanzi a cornetto e caffè, si impegola in discussioni frivole condite dal pettegolezzo dell’ultima ora. Lasciate le sue comari, Susetta si dedica alla spesa quotidiana e infine, rientrata a casa, prepara il pranzo per me che, come una belva in gabbia, attendo il ritorno della mia domatrice. I pomeriggi, esclusi quelli riservati agli uomini del Barone, li trascorro trascinandomi senza una meta precisa. I miei passi però, in assenza di una vera motivazione, si lasciano guidare da un occulto navigatore interno che mi conduce immancabilmente al bar. E lì, in un profluvio di chiacchiere senza senso, muoio di minuto in minuto fino all’ora di cena.
6 febbraio
Smanettando con il pc ho scoperto l’antidoto contro la noia. In un sito riservato agli amanti del paintball ho acquistato un marcatore, una pistola a canna lunga che spara cartucce colorate. Mi è stata consegnata in un pacchetto anonimo, corredata da cinquanta proiettili che impattando contro il bersaglio rilasciano vernice rossa. Un gioiellino ad aria compressa con una gittata fino a cento metri. La mia non è regressione infantile, è un semplice addestramento di cui non conosco ancora la finalità ma che, nel frattempo, mi aiuterà a liberarmi dall’ansia che mi accompagna da quando mi sono accasato. Il possesso di questo giocattolo dovrà essere un segreto perché per l’uso a cui l’ho destinato è bene che a saperne dell’esistenza sia solo io. Nel frattempo l’ho nascosto tra gli scatoloni che contengono i libri di mio cognato: la sacralità del luogo in cui sono conservati – un angusto ripostiglio – che viene aperto in concomitanza con le visite a Fofò, mi garantisce che neanche Susetta si cimenterà in esplorazioni improvvisate.
6 febbraio sera
“E dove dovresti andare a quest’ora?”. La domanda, posta come se fosse indirizzata a un adolescente in preda a smanie di trasgressione, non mi coglie alla sprovvista. Mi sono impegnato tutto il pomeriggio per elaborare una griglia di potenziali risposte e adesso le sottopongo quella più credibile: “Scendo a fare due passi, magari se incontro qualcuno prendo anche un caffè”. Susetta, immersa in uno dei tanti talk show demenziali che da qualche tempo spopolano in tv, annuisce distrattamente e mi lascia andare. Esco e mi dirigo all’ultimo piano. Ho la chiave che mi porta sul terrazzo. Mi oriento tra antenne e paraboliche, mi assicuro che non ci sia nessuno alle finestre e che per sbaglio guardi in alto chiedendosi cosa ci faccia io qua sopra. Mi distendo supino ed aspetto che passi la mia prima vittima. L’obiettivo compare dopo pochi minuti: è un inquilino del palazzo di fronte che porta a spasso il suo cane. Prendo la mira e sparo. Il rumore è ovattato, come se fosse silenziato e il proiettile segue la sua traiettoria fino a impattare sulla coscia del bersaglio mobile. “ Ma che ca….” – e la prima reazione dell’uomo – poi, osservando la chiazza vermiglia che si allarga sul pantalone, ha un momento di sbandamento e comincia a preoccuparsi. Si guarda intorno, ansima e, in cerca di chi lo ha colpito, annaspa come se fosse stato prossimo a morire. E io rido, soffocando con uno sforzo immane, una ilarità incontrollabile. Solo quando si rende conto di non essere stato ferito, scompare all’interno del portone di casa, trascinando la sua povera bestiolina che ha provato l’ebbrezza di una fugace evacuazione. Decido di trattenermi ancora un po’, sforzandomi di emulare la stoica pazienza di un cecchino. Dopo una manciata di minuti che non riesco a quantificare, scorgo due esaltati a bordo di una moto di grossa cilindrata: forse delle vedette che si muovono freneticamente, come cavie in attesa di un esperimento, tra i vicoli semideserti. Punto e centro il braccio del conducente che perde il controllo del mezzo e trascina nella caduta anche il passeggero. Si rialzano come pupazzi caricati a molla, ruotano su se stessi alla ricerca di quello che loro pensano sia un killer. Incredulità mista a paura. Uno dei due estrae anche una pistola ma l’altro lo richiama e, risaliti in moto, ripartono a razzo alla ricerca di un riparo. Ripongo il marcatore nella custodia e, ormai pago, mi metto a contemplare il torbido cielo cittadino.
27 febbraio
L’iscrizione fittizia in palestra l’ho motivata adducendo disturbi del sonno legati allo stress. Una giustificazione non molto credibile, considerato che la mia attività non prevede alcun tipo di agitazione fisica né mentale. Eppure Susetta mi ha sostenuto, incoraggiandomi: “A volte pure non fare niente ti può fare sentire smanioso. E non è un mio pensiero, lo ha detto l’altro giorno un professore in televisione. Devi sfogare un poco”. Ho colto la palla al balzo e sono andato a comprare tutto l’occorrente per non praticare alcuno sport. Ed è così che da una settimana già sono riuscito a fare due allenamenti. Nel borsone, sotto tutto l’armamentario per il fitness, ho nascosto la mia pistola giocattolo. L’itinerario che seguo nei miei spostamenti serali obbedisce ad una logica elementare: evitare di passare dinanzi a bar, pub e luoghi di ritrovo, scegliendo invece percorsi secondari poco affollati, alla ricerca della postazione adatta per i miei ludici agguati. Tra poligono ed esercitazioni sul campo, mi avvio a raccogliere gli onori riservati a un campione. Chi e quando me li tributeranno è ancora da stabilire.
28 febbraio
Neanche una stilla di sudore, un afrore che corrobori il movimento legato allo sforzo: maglietta, pantaloncini e tuta profumano ancora di nuovo. Sono costretto a inserirli direttamente in lavatrice, saltando il passaggio della cesta di raccolta. Il segreto, quando si ha qualcosa da nascondere, è agire in piena naturalezza, compiendo gesti fluidi che non tradiscano la rigidità che accompagna sempre la menzogna. La bugia, però, è circoscritta alle mura domestiche. Nessuno è a conoscenza delle mie brevi escursioni serali che, sebbene sostenute da una inesistente volontà salutista, sarebbero oggetto prima di commenti generici e poi di indagini serrate per scoprire dove mi alleno; si moltiplicherebbero i tentativi di ricalcare i miei passi, facendomi naufragare prima ancora di essermi spinto al largo.