

di Roberto Ziba Martucci
Ciro questa sera è malinconico è un ragazzo di periferia, hinterland nord di Napoli. Vive in un quartiere come tanti, con palazzi tutti uguali squadrati e malinconici con tinte di grigio cemento freddo che fanno rabbrividire. Dal terrazzo condominiale della sua casa vede tutta la città, si sofferma, accende una sigaretta e guarda la metropoli: le macchine che lasciano scie luminose e il reboante frastuono dei motorini che spezzano l’armonia di un paesaggio mozzafiato. Ciro spia la città: le luci dei palazzi che si accendono, famiglie felici che si riuniscono, mamme che stirano e rassettano. Cuori a intermittenza che appaiono per secondi, minuti, attimi per raccontare anche per un solo istante vite pensieri e storie che non lo appartengono, non familiari. Guarda attento la vita di città: una donna che attraversa la strada, una macchina che sfreccia tra i pedoni, una coppia che litiga, una nonna che insegue il suo bambino, e un altro che ha perso la sua mamma e strepita e attira l’attenzione dei passanti.
Ciro non sente le voci rese vane dall’immenso frastuono, ma guarda attentamente e vive ogni istante come se vedesse un film muto. Resta fermo guarda ragiona sul grigiore della periferia e scende in strada. Cerca di mettere in moto il suo scooter che al terzo tentativo parte, svegliando mezzo quartiere, la marmitta è un optional al quale ha deciso di rinunciare già da qualche tempo. Sfreccia veloce lungo le strade facendo lo slalom tra le buche, respira mille odori, guarda in un secondo cento volti resi sfigurati e liquidi dalla velocità. Un attimo ed è già centro, non sa, dove deve andare e cosa fare, vaga senza una meta cercando una pace che non troverà. Si ferma nei pressi di Mergellina guarda il panorama e accende un’altra sigaretta. Nel buio della notte accende il telefono e il suo volto s’illumina improvvisamente di una luce bianco neon che accentua il suo pallore naturale. Guarda l’ora, sono appena le nove di sera, e si sdraia sullo scooter respirando l’aria salmastra e pungente che gli solletica piacevolmente il naso. Si perde nel volto dei passanti cerca sguardi poi abbassa la testa per la timidezza. E’ sabato sera e la città si riempie, il traffico rallenta.
Ciro è rimasto fermo a guardare le macchine che scivolano via lisce sull’asfalto consumato. Guarda le persone: una coppia che non parla, due tamarri che ascoltano musica ad alto volume e si gasano a ogni tunz, tunz commentando con monosillabi incomprensibili ogni canzone, una bimba che lecca un vetro, una cicciona sullo scooter che martorizza una gomma da masticare capitata per caso nelle mandibole voraci del pachiderma, una vecchia che ferma un bus che non rispettala fermata, e due fidanzati che consumano di baci nell’attesa che scatti il verde. La vecchia raggiunge il bus che si ferma al rosso e picchia sulla porta col suo ombrello quattro stagioni, l’autista indispettito non apre suscitando l’ira dai passeggeri che lo apostrofano con aggettivi poco garbati. Si convince impaurito e apre le porte, la vecchia entra e dopo un grazie stringato, si rivolge all’autista: “A’ sfaccim’ e chitermmuort”. Si siede e aspetta la reazione. In tutto il bus echeggiano frasi da taverna nei confronti del conducente.
L’uomo non parla chiude le porte e prosegue il suo cammino. Scatta il verde, nuvola di smog. I tamarri partono sgommando – tunz, tunz - ma si stampano dietro l’auto della coppia di fidanzatini intenti a slinguazzarsi. Scendono dalla vettura, ma non si comprendono e discutono animatamente. La fidanzata urla mentre i due tamarri picchiano il fidanzato innocente. Folla di passanti a frasi unica: “Che è stat’”. La cicciona in scooter, sguardo da pitbull, ringhia con disprezzo, ma non si smuove evita i passanti e va a tutta manetta verso il suo destino. Ciro guarda e aspetta, non si muove, accende un’altra sigaretta stappa una birra e guarda convinto di vivere in una grande e bella città.