

Cantai i pascoli, le campagne, i condottieri. E, infine, le fabbriche, i fantasmi della città ormai elettrica, illuminata alla periferia dagli altiforni, la loro dismissione e, sempre, i prati verdi, i loro eroi. Tra essi, mi muovevo anch’io come un fantasma.
Poco lontano dalla mia pausa del dolore, v’è il tempio. Mi affaccio di tanto in tanto e vi ritrovo il cuore di questa gente.
Cuore, reggi. Cuore, sii paziente. Cuore, non ascoltare il vocio dei lamentosi, dei frigidi. L’abitudine storica alla vittoria non è di questa terra ma è innegabile che abbiamo fatto un bel tratto di strada. Non ci basta, per imporci, la folgorazione, la sovversione del codice tramite la bellezza, e lo stupore che vi abbiamo insegnato sarebbe – è – perle ai porci senza la vittoria: già lo sappiamo.
Ma come mi confessò un altro poeta: “Vorrei che coloro che mi hanno insegnato a sognare sapessero che io continuo a farlo. E che non ho intenzione di smettere”…