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IL RACCONTO “Di libri e feticismo” di Lia Haramlik De Feo

 

di Lia Haramlik De Feo

Da quando leggo su Kindle, di libri non ne compro quasi più ed è stato un sollievo.
Il fanatico possessore di libri, per essere felice, deve essere una persona stanziale. Altrimenti muori: i libri sono voluminosissimi e pesanti, l’incubo di un trasloco. Se il trasloco è internazionale, poi, ogni volta ti costano quanto ti costerebbero tutti quanti loro se volessi ricomprarli da zero. Con l’aggravante che non li ricompreresti mai: i libri sono un’ancora nel passato, li vuoi perché li hai letti, non perché il tale libro ti interessi ancora, vent’anni dopo averlo letto. Sono pura memoria.

Io mi sono trascinata i miei dai sedici anni in poi, in voluminosi scatoloni che a volte appoggiavo in qualche compiacente cantina, più spesso mi seguivano. E si moltiplicavano. Inghilterra,Svizzera, Mauritius, Malta, Italia, Barcellona, Canarie, ancora Barcellona, Milano, cantina mentre ero in Egitto, nuova casa a Milano, poi Genova in tre case diverse, poi sono partita per l’America latina e ho avuto un moto di ribellione, ne ho buttati la metà. Vennero dei tizi a casa e prenderli, per meglio dire. Tra quelli che gli donai c’era tutta una collezione di Pirandello che mi trascinavo da un luogo all’altro da sempre, come una condanna. Erano, tipo, vent’anni che non li aprivo. Ma erano sempre lì, sempre da inscatolare, sempre da sistemare. Me li strappai di dosso e non fu manco liberatorio. Fu buttare un pezzo di gioventù.

Il resto, lo appoggiai in una cantina di Riccione, assieme ai quattro mobili che avevo, da un fratello con cui ho un rapporto a dir poco instabile. ‘Sto fratello, poi lasciò Riccione e i miei mobili e si portò i miei libri – solo quelli – nel sud Italia, in un posto che non saprei manco situare sulla cartina. Non me ne importò molto: la nuova casa che avevo preso era provvisoria, non avrei saputo manco dove metterli.

Poi, l’anno scorso, mi disse che dovevo correre a recuperare i quattro mobili a Riccione, ché la cantina era rivendicata dal proprietario. Lo feci, presi quello che c’era. I libri – appunto – non c’erano. Ripartii da Riccione con ‘sta Hyundai Santa Fe che manco si chiudeva, piena di tavoli e lampadari che lasciai in una nuova cantina, stavolta a Milano.
La mia vita, intanto, si godeva la sua provvisorietà, e a ogni trasloco avevo molto di meno. Fino al punto di non possedere più manco un armadio, un forno, una scrivania. E una libreria. Ero passata da quelle bellissime, perdute, di Milano alle Billy di Genova, poi alle Billy sfasciate dai traslochi e infine a niente. Il bello di non avere libri è che non devi comprarne, e la casa dove sono adesso ha i soffitti bassi, non ci sarebbe stato manco lo spazio. E comunque ho il Kindle.

Solo che adesso mi sto comprando una casa, e all’improvviso rivoglio indietro i miei libri.

Ché poi è curioso: in realtà li rivoglio da tempo, ma sempre uno alla volta. Certe volte mi serve il tale classico spagnolo. Altre, un Corano. Il tale saggio. Un romanzo da riprendere. Sempre, ma proprio sempre, “Cairo: The City Victorious” di Max Rodenbeck. Il femminismo islamico della Ahmed. O magari Brunella Gasperini, chennesò. Tutto Edward Said. Ippolito Nievo. Insomma, sono fitte di nostalgie. E non li ricompro, perché “ce li ho”.
In realtà non è vero, non li ho.

Questo mio fratello è il classico lettore di best-seller che, tuttavia, ama possedere libri da mostrare, più che da leggere. Fa fatica a restituirmeli. E’ evasivo, non ha tempo, è occupato, li ha messi in scatoloni, non va mai dove li tiene, appena può li porta a Milano, non può mai, se gli dico che mando qualcuno lui non può perché non è lì, ma che non mi preoccupi, ci pensa lui.
Io e mio fratello non andiamo d’accordo. In realtà, non ci parliamo. Ci scambiamo qualche messaggio su questo argomento, o dice a intermediari che me li porta senz’altro (“la accontentiamo!”) e poi se ne scorda.
Non andiamo d’accordo anche per questo: io, al suo posto, mi sarei già fatta in quattro per ridarglieli, anche e soprattutto per non essere inadempiente con una persona che non fa più parte della mia vita.
Lui, evidentemente, ha una sensibilità diversa. Come dicevo, non è un caso se non ci parliamo.

Io non ho la macchina, ma ho un’amica disposta ad accompagnarmi a riprenderli con la sua. Mi costerà un rene, quando lui potrebbe portarmeli a Milano in uno dei suoi mille viaggi e senza sforzo, ma pazienza. Non è questo, il problema. Il problema è che, in fondo, qualcosa mi dice che li ho perduti.
La vita mi ha insegnato che, nei divorzi, c’è sempre uno che vuole lasciare i conti alla pari e un altro che invece vuole che l’altro perda qualcosa. Che vuole “vincere”, anche inconsciamente, anche senza rendersene conto. Che vuole uscirne in attivo, anche se l’attivo è solo sapere che l’altro ne esce più povero. E un fratello è un divorzio come un altro.
Io, poi, sono una che ha pochissime cose. Mi si può impoverire solo in libri.

Oltre ai libri, in questa landa del Sud Italia che non saprei situare sulla cartina, c’è anche la mia storica collezione di vinili. tra cui uno “Sticky Fingers” vero, con la cerniera funzionante.

Io non sono una donna paurosa, in genere.

Sto facendo fatica a comprare casa perché conosco i miei limiti e so che con i soldi non ci acchiappo, non l’ho mai fatto e temo di sbagliare. O, più semplicemente, sto sfidando un mio karma, cosa che necessariamente intimidisce, ma, oh, amen. Sarà come quanto ti operano, che sei un po’ nervosa ma poi ti risvegli ed è finita. E se rimani un po’ storpia, pazienza, ti abituerai.

Questa cosa di andarmi a riprendere i libri, invece, mi fa paura.

Magari non succede niente e torno a Genova con la mia storia caricata in una macchina, mi sistemo le mie consumate edizioni belle (poche) ed economiche (quasi tutte) sul pavimento della casa nuova in attesa di comprarmi le librerie e mi godo tutti gli annessi e connessi di tanto simbolismo.
Magari, invece, tutto questo non avviene e, semplicemente, torno a Genova con un dolore.
Oppure non riesco neanche a partire: “Uh, ma io non posso.” “Non ci sono.” “Tranquilla, ci penserò io poi.”

Io non sono paurosa, ma nemmeno sono una che va a caccia di dolori. Li evito volentieri.

Quei dolori che poi, in una famiglia come la mia, ti si ritorcono contro come accuse: “Ma non fare la rompicoglioni, ti ha detto che te li porta, lo vedi che sei tu, lo vedi che sbagli, lui ha da fare, è molto occupato, aspetta, sei impossibile, esageri, ma certo che te li vuole ridare, ma cosa vai a pensare, ma sei pazza?”

Io la conosco, ‘sta cosa, e di questo SI’ che ho paura.
Di fronte a questo, sì che ho voglia di dare ‘sti libri per perduti e non pensarci più.
Fa tanto male che viene voglia di fuggire, di tornare in Inghilterra-Malta-Mauritius-Svizzera-Spagna-Italia-Cuba-sailcazzo. Di dargli fuoco, ai libri e alla copertina di Sticky Fingers e all’introvabile Manzanita che canta Lorca. Di rendermi irreperibile lasciandomi dietro pure ‘sto pezzo.
Tutto, pur di non affrontare questo.

Poi niente, una le cose le affronta e ci va. Ti viene da vomitare, ma vai.

Magari lo fai solo perché a fare le cose che non fanno paura so’ buoni tutti: la vera sfida è quando superi le cose a cui non vorresti manco accostarti.

Se però avessero inventato il Kindle quando ero piccola, mo’ sarei più contenta.

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