

di Peppe Papa
Siamo al dunque. Domani l’assemblea nazionale del Partito democratico proverà a battere un colpo per far capire di essere ancora vivo. Dopo la batosta elettorale del 4 marzo scorso e il rinfocolarsi dello scontro interno tra i cosiddetti “renziani” e tutti gli altri della minoranza, c’è bisogno di mettere un punto. Marciare divisi come fatto finora non ha senso, porta inevitabilmente a sbattere, meglio andare ognuno per la propria strada. Se per storia, tradizione, identità non è proprio possibile stare insieme è bene che se ne prenda atto e si sciolga l’equivoco, altrimenti bisogna adeguarsi, piaccia o meno, alla necessità di riconoscersi in una leadership, che è la cifra comune dell’attuale scena politica internazionale. Conviene farsene una ragione.
E l’unico leader al momento disponibile sul fronte del centrosinistra è Matteo Renzi, non ce ne sono altri. Tuttavia, se così non fosse, è il momento di farsi avanti. Oppure respingere le dimissioni dell’ex segretario e rimettersi in cammino, ovviamente con tutte le garanzie della condivisione della linea politica comune, cercando di recuperare il tempo perduto. I segnali che giungono in queste ore, però sembrano andare nel senso opposto.
Sarà guerra. Dopo le polemiche innescate dalla decisione di Renzi di aprire la kermesse con la sua relazione, cosa del tutto legittima visto che a detta di tutti è l’unico colpevole del disastro, sono intervenuti gli immancabili intellettuali cattolici, giusto a chiarire come aperitivo quale sarà il clima dell’incontro. In 24 hanno spedito una lettera aperta al Pd in vista dell’appuntamento dove, esplicitamente, hanno criticato la “tentazione” dell’Aventino, l’errore di considerare equivalenti centrodestra e M5S, l’inerzia dopo la sconfitta e le insopportabili velleità macroniane segno di “una sostanziale indecisione circa la propria identità politica”. Il testo, intitolato “Caro Pd, decidi chi sei” comincia con un richiamo all’esperienza del ‘mitico’ Ulivo di cui “il Pd avrebbe dovuto rappresentare il naturale approdo”. Insomma, nessun dubbio circa il fatto che quella fase si sia poi conclusa in maniera non proprio gloriosa. Ma questo è quanto. “Al netto del giudizio circa il percorso decennale del partito e delle sue varie fasi, la sua sorte non ci è indifferente – hanno scritto nella loro missiva – Il Pd è reduce da una sonora, inequivocabile sconfitta. Un’adeguata riflessione critica e autocritica non è neppure iniziata, sia sulle politiche di governo che su una narrazione e una campagna elettorale distanti dalla sofferenza sociale del paese. Accreditando l’immagine del partito dell’establishment”. E giù le cahier de doléances che ne hanno smorzato l’entusiasmo: l’inerzia, appunto, del dopo voto; la paura, del tutto teorica a loro modo di vedere, di essere fagocitati dai Cinquestelle con la conseguenza di non avere impedito in questo modo il formarsi dell’asse tra i due partiti populisti, rimarcando il fato che “anzi taluni addirittura lo avrebbero incredibilmente auspicato”; essersi rimessi al capo dello Stato scrollandosi di dosso qualsiasi responsabilità rinunciando alle prerogative previste dalla Carta ai partiti di avanzare proposte di soluzione. “Una tale linea di comportamento ci è sembrata in contrasto con lo statuto ideale del Pd quale fu concepito – hanno proseguito – e nel quale sembrano svanite le culture politiche che lo avevano generato e che dovevano essere rielaborate dentro una nuova, originale sintesi, non rottamante”. Bene, in un partito del genere come si può rimanere, soprattutto, poi quando una parte “coltiva suggestioni macroniane, trascurando la circostanza che l’Italia non è la Francia (specie sotto il profilo istituzionale) e Renzi, reduce da una sequela di sconfitte, non è Macron”. La sfida è lanciata, allora, e chissà che non sia la volta buona anche in considerazione della determinazione dei firmatari nel rivendicare “un chiarimento, doveroso e urgente, circa l’identità stessa del Pd…Meglio un franco, aperto confronto tra visioni diverse, pena la rassegnazione a un partito irrisolto e dunque inutile”. Esattamente. Non c’è tempo da perdere. Ma temiamo che non vada a finire così, troppe ‘gatte morte’ ai piedi del malato.