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Governo M5S-Lega, democrazia a rischio: opposizione muta, Mattarella lasciato solo

Il Presidente ha più volte dovuto precisare a Salvini e Di Maio le prerogative assegnate dalla Costituzione a lui e al presidente del Consiglio, ma i due insistono nella forzatura istituzionale e spingono nell’imposizione di ministri scelti da loro, compreso l’euro-scettico professore Paola Savona all’Economia, su cui si sta consumando il braccio di ferro finale che potrebbe imprimere una “torsione autoritaria” al nostro sistema politico. Le opposizioni tacciono, aspettando un’implosione dei populisti e il ritorno al voto, oppure nella peggiore delle ipotesi, qualche poltrona di sottogoverno che non guasta mai.

 

di Peppe Papa

L’onda anti-sistema travolge il Quirinale, Mattarella in forte imbarazzo costretto a precisare, anche se in via del tutto informale, le prerogative sue e quelle del presidente del Consiglio incaricato. Insomma, il memorandum di cose da fare consegnato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini insieme al nome del premier “condiviso” , il Colle proprio non lo ha digerito e lo ha mandato a dire agli interessati. Dal palazzo presidenziale è trapelata l’irritazione non sui “presunti” veti, ma al contrario sui “diktat nei confronti del presidente del Consiglio e di quello della Repubblica nell’esercizio delle funzioni che la Costituzione attribuisce a tutti due”. In pratica, il capo dello Stato ha capito che i due marpioncelli di Lega e M5S stanno mettendo in discussione (e questo sarebbe veramente preoccupante come segnale) proprio l’autonomia delle principali cariche delle istituzioni italiane.  Difficile che Mattarella, dato l’attuale contesto politico emerso all’indomani del 4 marzo elettorale, riesca a frenare l’invasione barbarica richiamandosi alla Carta. C’è poco da fare, i ministri li decideranno Di Maio e Salvini, a prescindere dal Presidente, invitato a farsene una ragione.

Il ministro dell’Economia

Il braccio di ferro sul ministero dell’Economia che vorrebbero affidare a Paolo Savona, fortemente osteggiato dall’inquilino del Quirinale, deciderà in via definitiva dove pende l’ago della bilancia della democrazia italiana. Anche in chiave Ue, dove il nome del prestigioso economista euro-scettico, non è visto di buon occhio. Anzi. Sul tema, il leader leghista non fa sconti, ai limiti del “me ne frego”. “L’Europa consiglia, o meglio minaccia parlando di un manovra da dieci miliardi – ha affermato – Bene, intendo fare l’opposto”.  E vallo a contraddire se è lui che distribuisce le carte e chi in effetti dovrebbe avere in mano il banco ha le armi spuntate di una Costituzione sotto attacco.

L’allarme

A Matteo Renzi per la stessa cosa, o meglio, per la proposta di una stagione di riforme a partire proprio dalla modifica condivisa di alcune regole costituzionali, gli furono rivolte accuse che andavano dal pericoloso sovversivo, all’incosciente “rottamatore” di un sistema che andava sì riformato, ma senza disturbare appartenenze, oligarchie e corporazioni varie, la vera spina dorsale del Paese. Il pericolo di una torsione ‘autoritaria’ del nostro sistema politico è più di una catastrofica suggestione, d’altronde i nuovi padroni del vapore non hanno remore a dichiarare le proprie simpatie per Putin, la Le Pen e i leader dell’alleanza di  Visegràd, Mattarella è l’ultimo strenuo baluardo.

Il Paese strano

E il punto della singolarità della nostra democrazia risiede proprio in questo, le sorti del Paese affidate nelle mani di un anziano signore canuto, lasciato da solo a cercare di evitare la catastrofe. E’dalla ridicola assemblea nazionale del partito, ad esempio, che si sono perse le tracce del Pd. Ogni tanto giunge un rantolo di Maurizio Martina il “reggente”, una indiscrezione sulle mosse di Renzi che aspetta l’occasione per “scatenare l’inferno” e un po’ di dichiarazioni a ‘grappolo’ di terze e quarte linee dell’organizzazione. Niente altro. Idem da Forza Italia, Berlusconi e i suoi non hanno speso una parola per denunciare il rischio e sostenere le prerogative del Presidente. E quelli di LeU? Non pervenuti, forse non gli dispiace la piega che stanno prendendo le cose se Stefano Fassina, uno dei geni della nouvelle gauche italiana, ha confessato ad ‘Agorà’ su La7 di essersene andato dal Pd “non per Renzi, ma perché non tutela i lavoratori” e che nel merito “vedo bene Salvini e la Lega e sui loro provvedimenti, pensioni eccetera, potrei votare a favore”.  L’opposizione tutta, insomma, si sta chiamando irresponsabilmente fuori, convinta dell’implosione della maggioranza populista e concentrata a mantenere le posizioni sia in vista di un nuovo voto che, nell’eventualità le cose dovessero andare per le lunghe, a puntare a qualche poltrona di sottogoverno che non guasta mai. Probabilmente, alla fine, Mattarella sarà costretto a cedere, i Di Battista, padre e figlio, hanno fatto capire l’antifona. “Finalmente – ha detto Alessandrouna maggioranza si è formata, una maggioranza che piaccia o non piaccia al Presidente Mattarella o al suo più ristretto consigliere (Zampelli, ndr) rappresenta la maggior parte degli italiani”. Poi l’avvertimento squadrista del genitore, Vittorio ancora più esplicito: “Forza, mister Allegria, fai il tuo dovere e non avrai seccature. Vatti a rileggere le vicende della Bastiglia, ma quelle successive alla presa…“. Tutti zitti. Avanza il cambiamento

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