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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco

Gennaro Prisco, giornalista e scrittore napoletano, inizia oggi la pubblicazione ogni sabato a puntate del suo ultimo romanzo su Cityweek.
Per il nostro giornale un piacere che speriamo sia condiviso dai lettori che ci auguriamo numerosi.
Buona lettura.

Prima puntata
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Prologo

 

Si è alzata dal letto tardi, con il buon umore, Lucia.

Viene da un sonno profondo, si sente piena d’energia.

Nella notte non ha girovagato per casa in preda all’insonnia, al non sapere cosa fare per addormentarsi un po’ e vincere la stanchezza che, di tanto in tanto, a volte per lungo tempo, prende il controllo dei nervi, dei tessuti, delle ossa e le fa impazzire il cuore e il cervello all’unisono.

Questa notte è stata una buona notte. E’ stata la notte che aspettava che arrivasse per porre fine al combattimento tra lei e le presenze ostili.

Che bella giornata si annuncia.

Questa mattina si è svegliata fuori dal ring e senza guantoni e casco a protezione delle mani e della testa.

Non le sembra vero, si è assopita in un modo e si è svegliata in un altro. Senza quel male che fa di ogni piccolo rumore un tuono. Senza quel cazzotto del risveglio per quell’Assenza così devastante.

Doveva accadere, è accaduto. Questo è.

La casa è vuota. I ragazzi sono fuori. Dario, suo marito, è in un’altra città, lavorerà per qualche settimana fuori sede. E’ partito ieri per Milano, con uno di quei treni veloci che in meno di quattro ore percorrono la distanza tra Metrofavela e la capitale economica del Paese.

Dario ci va sempre con piacere a Milano, gli piace la città, il suo dinamismo, la sua solidarietà palpabile, le serate sul Naviglio.

Caffè, sigaretta, cesso.

Pensieri leggeri e lettura del quotidiano della città.

Le piace assai stare chiusa in bagno, evacuare pigramente, passare il tempo senza alcuna fretta, immergersi nella cronaca di Metrofavela.

Suo figlio Nicola, che ha la sua stessa abitudine, non fa altro, ogni qual volta la situazione lo consente di spiegare a Dario, suo padre, e a sua sorella Nanà e a suo fratello Nando, che cagano di fretta: “ non c’è, al mondo, un posto migliore dove starsene in beata solitudine a sentire musica, scrivere pensieri, leggere un quotidiano, sfogliare una rivista, entrare in un buon libro, allenare il cervello con la Settimana Enigmistica, mandare a quel paese Bartezzaghi e le sue parole crociate impossibili da completare senza l’aiuto di un enciclopedia o parlare comodamente al cellulare in videochiamata. “

Legge, Lucia, è scuote la testa. Le lunghe giornate depressive sono finite, la sua personalissima cura è terminata ed è pronta ad affrontare le vicissitudini che sono oltre la porta, sul pianerottolo, sulla strada descritte sul Mattino.

Adesso legge quella cronaca avidamente, senza disincanto. Metrofavela è in mano alle babygang. Adolescenti che fanno le stese, bambini che accoltellano altri bambini, madri che coprono i propri figli delinquenti, padri inesistenti come lo sperma che hanno eiaculato tanto per.

In città c’è il Ministro degli Interni. Scene già viste. Lo Stato viene e va. E’ storia antica. Tanto poi tutto continua tale e quale. E la colpa è sempre di qualcun altro, magari di chi ha osato raccontare quanto sia diffusa e radicata a Metrofavela la criminalità organizzata e quella del fai da te. Di quanto facciano paura i bambini che hanno imparato prima a sparare e poi a chiamare la mamma.

Lucia leggendo prova un radicale disprezzo per quel furore evanescente che il popolo benpensante manifesta dinanzi all’ennesimo sfregio dell’innocenza. Gridano: “ sono criminali, bambini violenti, adolescenti per i quali la morte è una possibilità come una serata in discoteca nel privé. Una botta e via. Per sé e per chi capita loro a tiro. “

Invocano leggi speciali, rastrellamenti casa per casa, pene esemplari. Come se dal loro ombelico uscisse acqua santa. Disgustoso.

Ha un moto di stizza e lascia il cesso incazzata, inveendo contro quegli analisti da scrivania che hanno sempre la risposta giusta per ogni domanda. E sente che deve dire la sua, esprimere la propria opinione. Che deve riprendere a relazionarsi, a fare cose. Il tempo dell’isolamento è finito, questo si dice. Lucia si sente pronta a riattaccare la spina e a riempirsi d’impegni. La prospettiva le dà euforia. Questo è il giorno ideale per riprendere a lavorare al libro. Senza fretta, senza stress. E fuori c’è il sole. Fa freddo. Il cielo è di un azzurro pieno. Siamo in febbraio. C’è la neve sul Vesuvio, non c’è burrasca in mare e il martedì grasso è passato. Come è lontana la siccità che ha bruciato la terra, reso irrespirabile l’aria, affaticato i passi. E’ l’ora di fare un bagno caldo.

Prepara la vasca. Fa scorrere acqua quasi bollente. Si spoglia e nuda s’immerge nell’acqua e va sotto e per un po’ trattiene il respiro. Riemerge e nei suoi capelli lunghi e ricci e neri corvini ci cala lo shampoo e con le mani fa schiuma, tanta schiuma che poi lascia andar via rimettendo la testa sott’acqua una due tre volte.

Bagnoschiuma di cocco sulla pelle. Spugna tra le mani, passaggi sul corpo ancora sodo con la testa totalmente svuotata di ogni emozione diversa da quella che gli procura il dolce sapone sulla pelle, le sue mani che espandono sul corpo un benessere che aveva dimenticato: “ abbi cura del tuo corpo, è l’unico posto in cui devi vivere”.

Ah, L’Assenza, non usciva mai di casa con un capello fuori posto.

Via tutto con la doccia, d’acqua fredda. Lei fa così. E il suo modo di rimettersi in connessione con la realtà.

Caffè. Raggi di sole in cucina. Sigaretta, nuvole di fumo. Quiete. Che bella atmosfera. La giusta situazione per riprendere tra le mani il racconto e finirlo. Questo pensa, adesso, mentre si accende un’altra sigaretta per accompagnare un altro sorso di caffè, bevuto direttamente dal becco della Moka, come d’abitudine.

Va verso la scrivania, indossa l’accappatoio blu di Dario, il corridoio da percorrere è lungo, la casa è grande e lungamente viva. E’ la sua casa, è il suo spazio perimetrale, è la cassaforte senza combinazione aperta allo sguardo altrui, disordinatamente piena della sua storia familiare con Dario, i suoi figli e con tutto il resto, che è vita parentale e sociale. Che è ciò che è accaduto e accade. E’ ciò che le pareti e i pavimenti e i soffitti dicono sulla conservazione del passato, indicando la porta come il punto d’arrivo e di partenza degli incontri che contano, di quelli che lasciano un buon sapore in bocca e di quelli che non si possono evitare.

Lucia sorride mentre percorre il corridoio. La voce di Maurizio, del suo amico di sempre, che le dice: “ la tua casa è disimpegnata”, le dà gioia.

Maurizio le espose il suo pensiero, e non era ancora nato Nicola. Era una fresca sposa e aprì la sua porta, per la prima volta, alla visita del suo amico più caro. Una condizione impensabile fino a non molto tempo addietro. Un cambiamento radicale, sulle ali della passione nata d’incanto per Dario.

Dario, ecco chi le cambiò la vita. Lasciò che quel sentimento entrasse in lei e la conquistasse con lo stupore. Bello, solare, magro. Come un’apparizione. Era lui, il suo principe azzurro, era senza cavallo bianco, in piedi sulle nuvole d’asfalto e la guardava e le tendeva la mano e lei si lasciò andare e lo seguii. Mano nella mano. Pelle su pelle. Un benessere sconosciuto. Magia. Un bacio. Sulle labbra. Occhi negli occhi. Lingua su lingua. Ecco il cielo, ecco il volo.

“Accarezzami, ora, con il tuo pensiero in lontananza. Sono passati trentadue anni e ancora ho voglia di te, ancora”.

Brividi. Voglia dei suoi colpi di reni. Avvolta nell’accappatoio blu di Dario. Ad un passo dalla scrivania. La stanza è attraversata da strisce di luce che penetrano dalle persiane. Ha voglia di Dario. Si siede sulla poltrona, apre le gambe e si lascia andare, e le sue mani sono quelle delicate e prepotenti di Dario che la cercano, che le fanno gradire il sesso.

“Amore mio, mia felicità, questa tua presenza è un concentrato di piacere”.

E’ l’orgasmo la lascia esanime sulla poltrona.

Dario apparve, una sera mezza adolescente e mezza adulta. In una di quelle serate da vivere senza limiti saziandosi di musica droga alcol sesso parlando del bisogno di essere amati e di amare disponendo di se stessi, della propria gioventù per inseguire il vuoto, il nulla.

Apparve e la guardò come mai nessuno prima. E tutto intorno mutò. In trenta secondi, l’essere apparenza perse ogni attrazione, se mai ne avesse avuto una, e quel tirare tardi, in compagnia di chi tirava coca, di chi si bucava, di che fumava hashish, di chi beveva fino al coma etilico diventò passato remoto.

Dario le chiese di vivere insieme e assieme. Dopo nemmeno un mese che si erano conosciuti. Le disse, con il punto di domanda: perché non ci sposiamo? Ed erano seduti al bar, davanti al mare e Dario non aveva l’anello. Non aveva in mente quella cosa lì. Ma che importa. Sì ti sposo. Domani ti sposo. T’amo. E Lucia lo baciò sopra il tavolino e le tazzine del caffè fecero festa seguiti dai piattini, dai cucchiaini, dai bicchieri d’acqua creando uno stato armonico, di grazia.

Ci pensa: facemmo tutto molto in fretta.

Comprarono casa, l’arredarono, prepararono le nozze e scelsero la chiesa di Santa Chiara, nel centro di Metrofavela, per promettersi dinanzi a Dio, ai testimoni, agli invitati, nel sacro vincolo del matrimonio cristiano.

Fu una scelta che fece scalpore. Lucia la dissoluta in abito bianco e con il bouquet. Ride Lucia tornando a quei giorni. Lei così anticonformista e così in prima linea per i diritti delle donne al divorzio, all’aborto, al lavoro, all’indipendenza senza il ricatto del genere maschile annunciava al suo mondo animato che il matrimonio era una scelta di vita. Da consacrare al valore indissolubile della cristianità. Dario, il suo Dario, quando ascoltò i suoi intendimenti, da pragmatico naturale, le propose di celebrare il matrimonio civile al Municipio e successivamente la cerimonia religiosa in chiesa. Per separare il pubblico dal privato. Per affermare che c’è una dimensione laica della vita e una intima, familiare, di fede.

Che giornate frenetiche. Che fine anno scoppiettante quell’ottantasei.

Lucia e Dario comprarono casa sulla collina della Favela di San Pietro con veduta mozzafiato del Vesuvio e del porto e del golfo verso Punta Campanella e Capri in mezzo al mare con la sua bellezza esposta a caro prezzo.

Lucia non voleva andare ad abitare in quel posto. Non le piaceva il contesto urbano, quel respiro pesante del malaffare che sentiva fiatare sul collo, quell’abitato di commercianti, operai, impiegati circondato dall’edilizia popolare residenze dei clan criminali, senza intellettuali. E questo voleva dire niente teatri, cinema, librerie, luoghi d’incontro, caffè, ristoranti. Zero. A pochi chilometri dal centro di Metrofavela, dalla Capitale del Mediterraneo.

Ma Dario non voleva andare a vivere molto lontano dai suoi genitori, che abitavano in uno di quei comuni, corona di spine della metropoli, a nord di Metrofavela. E Lucia accettò, e quando il costruttore aprì la casa: luce dalle finestre e in lontananza l’orizzonte e sotto, meravigliosamente curata un pezzo di campagna, che un vecchio contadino aveva conservato per sé, sottraendolo all’abusivismo edilizio, per continuare ad ascoltare il risveglio del gallo, raccogliere le uova dal pollaio, per nutrirsi dei frutti della coltivazione.

Centoventinove metri quadri esclusi i terrazzini. Questi diventarono lo spazio, il loro spazio. Centoventinove metri quadri al chiuso. Venticinque metri quadri all’aperto.

“La nostra casa “, eccola qui, e quasi l’abbraccia con il pensiero.

Lucia ama la sua casa disimpegnata. Di un amore contrastato. Perché fuori, fuori la porta, la loro porta, regnano le tenebre di un’egemonia culturale che si basa sul delitto.

Lucia è in uno stato leggiadro e sussurra alla casa confidenzialmente: “ti abbiamo arredata, all’inizio della nostra interazione, decidendo per l’essenziale. Poi ci siamo conosciuti meglio e per ogni nuovo arrivo c’è stato un perché. Ride. Si distende sulla poltrona. Come è bello non fare niente. Come è piena di storie la sua casa. Anche il più insignificante degli oggetti che ha trovato il proprio posto tra quelle mura ha un suo racconto, una sua voce.

Sul suo viso ogni ruga scompare e quel tempo, così lontano e così vicino, la fa stare bene.

E’ una scatola aperta, ha un suo fondo, una sua capienza. E c’è ancora tutto lo spazio necessario per nuovi arrivi, per nutrire quella fame di famiglia, per dare un senso alle visioni e agli umori dell’esistenza, per non cedere al logorio del tempo, per avere sempre una riserva di freschezza di vita.

E questa loro casa disimpegnata, vissuta in un perpetuo divenire è la dimora delle sfumature, di un loro sopravento su quei colori esagerati, compatti, post industriali. Alla moda, in quegli anni ottanta, che l’arredatore riuscì a piazzare con tanta facilità perché tutto si vendeva con estrema velocità. Erano gli anni del consumismo usa e getta e le regole le dettava il mercato. Quei colori lì, che ancora sono presenti nella loro casa, testimoniano il fallimento di ciò che s’immaginò, allora, essere il futuro, lasciando a se stesse perire le ciminiere.

Troppo bianco, troppo nero, troppo poco turchese. Se ne sarebbero disfatti. Sono passati trentadue anni. E pezzo dopo pezzo il grosso è finito in discarica. Ma, ancora sono lì quei segni così decisi.

C’è tempo, c’è tempo, c’è tutto il tempo necessario. Anche senza di lei o senza Dario, quei segni così decisi spariranno. Perché se finisce il suo tempo, se finisce quello di Dario, c’è il tempo di Nicola, Nanà, Nando. C’è la continuità del racconto, non la parola fine. C’è che ogni qual volta un arredo scelto da loro manda via quello scelto dall’arredatore, per prendere il suo posto tra pareti e pavimenti, tra luci e ombre, si fa festa.

“Amore mio, ci dobbiamo disfare della stanza da letto. Cosa ci ha trattenuto dal farlo fino adesso? Quando torni da Milano, non vorrò più sentire ragioni, ti starò con il fiato sul collo fino a quando quel bianco ospedaliero che accompagna le nostre notti dall’ottantasei, non sparirà dalla vista del mattino e della sera. Abbiamo buttato via soltanto quell’orribile specchio quadrato incorniciato in un bianco laccato. Buttato nei rifiuti, perché gli specchi non si regalano, riflettono l’aspetto, conservano le intimità e qualcuno potrebbe interrogarli, non per chiedere allo specchio chi è la più bella del reame, ma per carpirne i segreti. Ed abbiamo lasciato che l’armadio marcisse, che il comò troculiasse, che nient’altro ci fosse in quella stanza di mobilio se non i tendaggi alle finestre come segnale di un cambiamento che adesso sono decisa a fare. Perché è la nostra stanza, dove c’è il tocco, la temperatura, il talamo. Al buio della notte. Chiusa al freddo, spalancata al caldo. Ma è alla luce potente del giorno che godiamo del sole, del cielo, degli uccelli. Quando torni, via tutto. E compreremo l’armadio di cedro di fine ottocento, quella che viene dal Pakistan. Si proprio quella che ci piace tanto. Per le misure degli armadi dovremmo comprarli tutti e due. Speriamo che non siano stati venduti. Speriamo che ciò che sostiene il nostro caro amico restauratore, che essi sono destinate a noi, corrisponda al vero. L’ultima volta che ho incontrato Enrico, il falegname, il restauratore, il tuo amato che nella sua bottega ci ha portato il mondo con le sue etnie e le sue creatività, mi ha detto: “gli armadi sono ancora lì che vi aspettano. “
L’ho incontrato, per caso, a via Toledo, nella Favela dell’Avvocata. Fu un piacevole ritrovarsi. Gli armadi sono ancora in bottega, quando andiamo a prenderli? Non li ha venduti. Amabile sorriso, il suo sorriso conquistatore: “sono vostri, Dario sa che non li venderò a nessuno altro. Quegli armadi hanno scelto con chi stare. Vengono ammirati, toccati, fotografati. Mi chiedono il prezzo, a volte ci avviciniamo al punto dell’acquisto, ma poi non se ne fa nulla. Sono vostri, sono di Dario”.
“Devi andare da lui. Con duemilasettecentonovanta euro ce li portiamo a casa tutti e due e questo nostro armadio, che se ne cade a pezzi, lo mandiamo all’isola ecologica. Enrico ha anche aggiunto che li modificherà all’interno mettendoci degli appendiabiti. Non vedo l’ora che tu torna, ti chiamerò tra un po’. Quando sarà passata questa letizia e non avrò più voglia di parlare con te, senza di te”.
Ancora caffè, ancora una sigaretta, ancora vagante per casa. Ogni cosa andrà al suo posto, al momento giusto. Forse domani, forse tra dieci anni, forse mai. E sarà bello uguale. Perché per loro due le stonature sono il sale della vita. E va bene così. Va bene questa armonia familiare, questa quiete, questa complicità amorevole, questo calore di oggetti vissuti, questa loro storia così distante dal subliminale della famiglia perfetta che l’industria trasmette, ad ogni ora del giorno e della notte, con la pubblicità, da decenni.

Lasciarono, Lucia e Dario, all’arredatore molto spazio, nell’ottantasei. Cedettero a quell’affabulatore, alla magie delle sue mani sulla tastiera, a ciò che sullo schermo s’incastrava per necessità.

Sebbene entrambi avessero già dimestichezza con il computer, quella fu una novità che li incantò come due bambini dinanzi ad un gioco nuovo e piacevole.

L’arredatore stracciò la planimetria di carta, sulla quale loro due avevano disegnato schizzi con i pastelli. Disse che il metro di legno, che si chiudeva e si apriva a seconda della necessità di misura, non serviva più.

E a parer suo neanche i falegnami servivano più.

L’arredatore non venne a vedere casa, a farsi un idea degli spazi, a parlare con loro.

Lucia e Dario non ci diedero peso. Finirono dentro un meccanismo che escludeva il dialogo con gli spazi poiché gli spazi andavano occupati, perimetrati, messi in sicurezza.

L’arredatore li ricevette seduto alla sua scrivania di cristallo. Vestito con giacca, cravatta e camicia. Con una postura d’architetto. Profumato e in ordine come quelli della pubblicità professional, preparati per appagare ogni desiderio del cliente. E sulla scrivania aveva una tastiera e uno schermo accanto ad un block notes, ad alcune matite, ad alcune penne, al telefono con decine di spie, alla cornice con la foto della fidanzata sorridente su un altalena tra gli alberi.

Un immagine di felicità raccapricciante.

La scrivania era stata posizionata dal suo capo, al centro dell’immenso spazio arredato d’esposizione, per soddisfare un solo unico gusto, il gusto degli anni ottanta.

Lucia e Dario ne restarono ammaliati, quel trentenne secco secco e lungo lungo parlava senza mai prendere fiato, senza mai sputare ed ogni oggetto, anche quello più kitsch di tutti diventava un originale dalle misure esatte al millimetro.

Altro non era che conformismo, produzione in serie.

L’arredatore era un venditore eccezionale, uno di quelli che non mollava la presa fino a quando non ti vendeva ciò che voleva lui. Così, Lucia e Dario finirono per concentrarsi sui particolari insignificanti e cedettero, senza rendersene conto, al colore proposto, in quel preciso momento, dall’economia industriale di massa dell’epoca.

Colore usa e getta.

Acquistarono una cucina bianca con strisce grigio tenue con penisola bianca e forno nero incastonato Ariston.

Incastonato come il frigorifero.

Ariston. Frigorifero, lavatrice. Forno. Ariston.

Acquistarono un tavolo bianco con sedie bianco grigie in ferro.

E alla consegna, seguirono il montaggio di quella cucina componibile, con tutti gli elettrodomestici al loro posto, e quando videro che il lavello era grigio intenso con striature nere appena annunciate, tirarono un sospiro di sollievo.

Ha un suo perché, disse Dario e tirò da uno scatolo un orologio da muro tondo di terracotta con le lancette sottilissime nero decorato con alcuni rilievi di ceramica che raffiguravano il sole, la luna, la terra e lo inchiodò sulle mattonelle bianche con decorazioni azzurre appena accennate.

Allora, Lucia, aprì lo scatola dei ricami e dei cesti che le aveva regalato una sua zia che lavorava l’uncinetto e tirò fuori un centrotavola di filo azzurro, tutto cerchi aperti e lo pose sul tavolo e sopra ci mise un cestino di vimini e disse ridendo: comprerò della frutta, tanta frutta di stagione.

L’ampio salone pieno di luce fu arredato con due divani turchese con i bordi e i cuscini neri e la grande libreria di frassino occupò un’intera parete dell’ampio salone, e un tavolo di cristallo quadrato incastrato su una base parallelepipedo rettangolare, con quattro sedie nere con i sedili dello stesso turchese dei divani al centro della stanza. Irraccontabile, un masso, una stroncatura del bello. Alla prima occasione se ne liberarono. Maggiore fortuna ha avuto il mobile bianconero basso di quattro metri su cui poggiarono la televisione, il video registratore e la collezione dei loro film. E’ ancora lì. Nel corridoio, pronto ad uscire da casa appena possibile.

Che giorni meravigliosi, che bolla.

Li ha vissuti. Sono ancora qui con lei, conservano una loro presenza. Sono il sottofondo.

Emozionante.

Si alza dalla poltrona, va in cucina, un altro sorso di caffè bevuto direttamente dal becco della moka. E’ un’altra cucina, di rovere, calda, senza più la penisola ma con un tavolo contadino d’inizio secolo, un rettangolo fuori misura per otto posti comodi e per molte pietanze, una vetrinetta degli anni trenta nella quale i medici esponevano le medicine e una cassettiera da dieci alta un metro e venti con i cassetti piccoli e profondi.

Avevano fatto costruire, dal loro amico falegname, librerie su tutte le pareti, conservando sempre dei piccoli spazi vuoti da riempire nel corso del tempo. E quel corridoio, che Lucia, d’improvviso illumina, è meraviglioso con le pareti occupate dai libri, dai quadri, dai cappelli, dalle croci di Cristo che sono entrate con la forza del vangelo in ferro, in alluminio, in legno, in argento, in pietra nella loro casa. Andando a mettersi lì, proprio lì, perché quello era il loro posto nella casa. Con la mano accarezza le mensole e i ripiani che coprono quei mobili lunghi e stretti e i cristalli e i vetri e il legno che hanno le forme dei posacenere, dei vasi, delle lampade, delle statue, dei portaoggetti, degli scacchi ed è felice.

Lucia si siede alla scrivania, è in uno stato di benessere e le piace assai quel silenzio così particolare e così indescrivibile. Si accende una sigaretta, avvia il computer. Sfoglia distrattamente la rassegna stampa. Va su Virgilio, apre la sua email. Non lo fa da molto tempo. La casella della posta è strapiena e sembra sul punto di esplodere e quasi avverte un lamento, come se la casella le dicesse: svuotami un po’.

Lo farà, eliminerà la posta indesiderata e poi una dopo l’altra tutte le email che contengono inviti per passare il tempo libero che non ha a sufficienza per frequentare convegni e teatri e mostre d’arte.

Non ha nessuna voglia di leggere la posta, anche se dovrebbe farlo, rispondere. Soprattutto a quelle di lavoro.

La scorre, d’improvviso si ferma, legge: Maurizio.

Mail Inviata il 30 dicembre 2017, una decina di giorni prima.

L’apre e la giornata cambia verso.

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