

Il prologo e la lettera di Maurizio a Lucia sono stati due capitoli aggiunti a racconto finito.
Il perché sta nel presagio e nel fatto che una nuova Assenza si è presa la scena.
Questa è una storia familiare, sull’amore, sul passaggio di testimone tra una generazione e l’altra.
Un racconto che attraversa il novecento tra il respiro e il silenzio e pur se calato in una delle città più famose del mondo è letteratura.
Buona lettura.
Prima di consegnare alla vostra lettura questa mia storia, che ho immaginato come un romanzo ambientato a metrofavela, la mia città esagerata in ogni sua espressione, mi presento: mi chiamo Lucia e sono figlia unica.
Non ho sorelle e non ho fratelli.
Ho un marito, tre figli ed ho seppellito il Babbo.
Mamma riposa sul divano nel salottino, è sera.
Una di quelle sere senza stagione, a spicchio di luna.
Sono nello studio del Babbo, sono con lui senza di lui.
Sessant’uno tramonti sono passati dal giorno che il Babbo smise di essere un malato immaginario per diventare metastasi ai polmoni, alle ossa, alla vena aorte.
Questo ci dissero al pronto soccorso dell’ospedale Cardarelli, dopo aver fatto una tac.
L’oncologo, un anziano professore pelato lucido con gli occhialini tondi sottili come foglie di vetro, sentenziò: caso clinicamente chiuso.
Di colpo, io e la mamma fummo una vedova ed un’orfana di un uomo vivo.
E’ stato tremendo: le nostre lingue si ritirarono in gola, i nostri corpi si irrigidirono su vecchie poltroncine di plastica blu scolorite.
Io e la mamma ci cercammo con le mani e le stringemmo le une nelle altre evitando di guardarci negli occhi.
Dario, mio marito, era in piedi in mezzo alle due poltroncine blu scolorite come un pilastro in attesa che ci alzassimo e appoggiassimo a lui.
Ma nessuno di noi due riusciva ad alzarsi, inchiodate com’eravamo su quel blu scolorito.
L’oncologo si è commosso, si è alzato ed è uscito dalla stanza dicendo: state tutto il tempo che vi serve, il caso è clinicamente chiuso ma il paziente è vivo ed ha bisogno del vostro amore per affrontare questo momento.
Piango piano piano, emetto singhiozzi muti, sto riportando giù nelle viscere il dolore.
Faccio fatica.
Non è facile impedirgli di venire fuori dalla bocca, dal naso, dalle orecchie, dalla vagina, dal culo, da ogni orribile poro della pelle.
Faccio fatica, ma ho preso la mia decisione: non mi svuoterò, non mi consegnerò all’Assenza.
Ho energie sufficienti per affrontare questo vuoto.
Se necessario costringerò l’Assenza a parlare.
So, so che sarebbe bastato ancora un attimo è sarei stata fregata.
Invece, eccomi qui, dritta sulle mie lunghe gambe, nel punto esatto sul palcoscenico dove devo stare.
Lo so che interpreto me stessa in un testo dentro il quale i personaggi che m’accompagnano nella recita esprimono incanto e disincanto tra realtà e irrealtà sia quando manifestano la forza dell’unità familiare, sia quando esprimono la dissoluzione del vincolo sociale.
So tutto.
Le lacrime rigano il volto, scivolano lente sul collo, si infilano sotto la camicetta.
Sussultano sui battiti del cuore la vita che viene incontro morendo sul Vesuvio, che è fuori la finestra.
Scottano sempre di meno, scorrono sempre più lente, la fonte, i miei occhi tagliati a mandorla, piano piano si stanno asciugando.
Senza di te, come sarà? Questo penso ora che sono fuori pericolo, ora che posso lasciarmi andare ai vortici emozionali e tornare ad essere la piccola principessa, la bimba seduta sul pavimento della casa del Re di Poggioreale, dove abitava in affitto il nonno e dove trascorrevo gran parte del tempo in compagnia degli zii e delle zie, dei cugini e delle cugine e del mio amico Renato che abitava sullo stesso pianerottolo, in una casa comunicante a quella del nonno, che il Re di Poggioreale aveva ricavato, dividendo il suo immenso appartamento, per incassare due pesoni al mese al posto di uno.
La casa del nonno e quella del mio amico Renato erano separate da una porta chiusa a chiave nascosta su entrambe le pareti da pesanti tende di panno rosso porpora.
Nessuno aveva la chiave di quella porta e inutili, negli anni, sono stati i tentativi miei e di Renato di aprirla: eravamo convinti che dietro quella porta ci fosse nascosta la mappa che indicava i passaggi segreti che ci avrebbero condotti lì dove il Re di Poggioreale aveva nascosto parte del tesoro di San Gennaro che non aveva consegnato al Vescovo e tenuto per sé.
Che felicità allora, era piena di immaginazione la vita.
Ascoltare quel raccontare di infinite storie, essere parte di quella famiglia così numerosa da non conoscerla tutta, e così ricca di personalità assolutamente fuori dal comune, che in coro invitavano continuamente i bambini a giocare, m’ha formata.
Se ho la forza di tenere testa al dolore, ora, è perché quella bimba è ancora dentro di me nutrita a colazione, pranzo e cena senza vizi, perché quando si mangia in quindici c’è cibo a sufficienza per sfamare anche il sedicesimo.
Sulle mie lunghe gambe, sul palcoscenico di pavimento, dentro questa stanza, sola e senza fuggire dalla solitudine, cerco la buona compagnia nei pensieri che osservano ciò che ci circonda, e i dettagli fanno il resto e i paesaggi sono strade e case e persone.
Non vorrei fare una di quelle cose di cui poi mi pento.
Al diavolo il rischio.
Devo farlo.
Dinanzi all’Assenza ci si confessa: io non associo quasi mai l’autore di un testo alla parola.
Come se chi l’avesse pronunciata o scritta, la parola, non contasse.
Ciò ch’è davvero importante per me sono le parole, la loro forza dirompente.
So che non va bene, ma per me è sempre stato così.
Sono cresciuta in una famiglia, ed io non ho perso l’abitudine, di trasmettere il sapere oralmente, in uno scambio continuo e incessante di conoscenze e abilità e fantasie.
E’ un fatto che è azzeccato al cervello, che spesso lo manda in tilt, ma c’è lui, il cuore, l’oracolo delle pulsazioni e tutto va al suo posto.
Tutto va al suo posto… tutto andrà al suo posto nelle relatività del tempo.
Non c’è il regista e il palcoscenico è di pavimento e su di esso ci sono io e tu, mia Assenza, e sei invisibile.
Recito di Baudelaire: chi non sa popolare la propria solitudine, nemmeno sa esser solo in mezzo alla folla affaccendata. E zio Ennio: se non sappiamo dominare la solitudine, sarà lei a dominare noi.
Chissà se le citazioni sono esatte. Ci penso e sorrido: per te Assenza, la creatività e il talento si misurano nella solitudine, nel proprio laboratorio interiore, tra schizzi e quiete e ampolle di vetro e di carta.
Mentre il carattere, ciò che ci fa relazionare con gli altri, si forgia fuori dal laboratorio e non tutti i taralli escono con il buco.
Questa tua espressione mi faceva impazzire.
Chiara come l’acqua, penetrante come il chiodo.
I caratteri non erano tutti uguali, anzi ognuno era diverso dagli altri.
E tiravi fuori le costellazioni.
L’astrologia che fa? Qual è la sua scienza? Il mese astrale.
Dodici simboli per dodici mesi.
Così stabilisce chi è nato Gemelli e chi Vergine, chi Sagittario e chi Bilancia, chi Ariete e chi Toro, chi Pesci e chi Acquario e così via.
Ma, per fare poi l’oroscopo personalizzato, c’è bisogno di sapere in quale città astrale si è nati, la data al secondo nella quale si è venuti al mondo: e se si è nati a Metrofavela il giorno di Pasqua del millenovecentosessantadue, si è nati sotto un cattivo auspicio di resurrezione.
E il cammino per giungere fino alla fine è un percorso di cadute e di redenzioni. Ma ciò che conta al finale sono le differenze tra chi ha un buon carattere e chi non lo ha, e chi non lo ha è difficili da decifrare anche quando si interrogano le stelle.
Io ho un pessimo carattere, non sopporto i sotterfugi, le parole dette tanto per ferire, i comportamenti snob, il dito alzato di chi è cresciuto altrove e non nella Favela di Miano.
E di carattere ce ne stava davvero poco, assai, nella Favela.
Le case erano fatiscenti e piccoli alveari. Nelle baracche ancora peggio.
I senza caratteri fanno molti figli. Un po’ di sperma e via.
Si vive così, dentro una due tre infinite separazioni, il muro di fronte è invalicabile se non si è furfanti o ladri d’appartamento.
Quel muro è un giudizio, una cosa ridicola che ha la forza di negare la visione su cosa c’è oltre a comunità già meschine di loro.
Per carità, non cercate la via dell’offesa per contrastare queste verità.
Sono io stessa l’esempio che nel solco dei grandi numeri, l’eccezione viene fuori.
Ma il contesto, il dove, fa si che chi nasce o cresce qui, figlio o figlia che sia, abbia già nel lamento che libera la respirazione un cattivo odore.
A Metrofavela filosofano i morti e i vivi, dialogano tra loro come se stessero allo stesso banchetto.
Mi piace.
E’ uno di quegli aspetti della città che non sono riuscito a trovare nei luoghi in cui mi sono fermata.
I vivi e i morti che ho conosciuto sono qui con me e mi fanno compagnia.
Esistono e non esistono, ci sono e non si sono.
Ma come farei senza la loro presenza a ricordare la nostra relazione di padre e di figlia, di questo amore così forte che adesso dovrà respirare senza polmoni e con l’anima volata via per andare chissà dove e chissà da chi.
Adesso tu sei Assenza, sei una nuova prospettiva ed io non posso tradire la tua fiducia, non posso maledire questo presente, anche se vorrei tanto farlo urlando bestemmie.
Ma sono qui, qui su questo pavimento palcoscenico a parlare con te e con me ci sono i fantasmi e raccontano storie.
E tutte confluiscono nella grande Storia della famiglia Lepore, la famiglia di mamma, che diete all’Irpinia il primo medico condotto e il primo farmacista e al mondo un esercito di emigranti.
In piedi, sulle mie gambe sono bambina e il gatto miagola andando avanti e indietro nella cucina della casa del Re di Poggioreale.
Ha fame e sete e non se ne frega niente di ascoltare le voci del nonno e della nonna e del babbo che per me sono ora fisarmonica, ora piano, ora violino.
E il sentire una voce appena accennata che mi chiama per nome, mi fa aprire gli occhi sul buio della stanza, incrinare la postura.
Perché sono qui?
Le sue ultime parole sul letto steso prima di perdere coscienza.
Precipitando nel vuoto? Lo stesso vuoto del marzo del’32? Lo stesso zero che ti accolse alla vita giù dalle cosce di tua madre sul marmo d’entrata del basso della Favela della Sanità?
Fu una capocciata secca, un benvenuto destinato a diventare legenda.
E’ stato così anche quando sei morto? Hai preso un’altra botta in testa?
Alza la testa sul suo lungo collo che le fa vedere ogni cosa dall’alto e sorride a quei ricordi.
Fu una nascita che fece il giro dei vicoli e delle catacombe e arrivò su fino a Capodimonte e attraversò la campagna cangiante di fine inverno e d’inizio primavera per giungere fino ai confini del Lazio.
Sei caduto da altre cosce? Da un’altra madre? Dove sei finito? T’incontrerò mai più?
Qui, la notizia della tua morte ha fatto il giro della Favela e voce a voce è giunta nei grattacieli popolari, nelle abitazioni borghesi, nel sottobosco tossico, nelle case kitsch
del Sistema e unanime è stato il cordoglio.
E so che stenterai a crederlo, ma la notizia si è diffusa anche sui social, quella via di comunicazione tra le persone che più detestavi tra le tante inventate dall’uomo per avvicinare gli uni agli altri.
Dicevi: non fanno per me, io sono abituato a guardare negli occhi il mio interlocutore, a parlare viso a viso, ad ascoltarne la voce.
Per poi aggiungere: però internet è potente, su google trovo sempre ciò che cerco rapidamente, dalla contemporaneità all’esplosione del big bang.
A pubblicare la notizia sul suo profilo è stata Nanà.
Ha scritto: è morto nonno Enzo, mi sento smarrita.
Non immaginavo che fosse così fredda la morte.
Avviando, così, una propagazione esagerata da piazza, da caffè, da mercato, social.
Condoglianze, abbracci, baci, pianti condivisi.
Si può non abbracciare, non baciare, non condividere il lutto? No, non si può.
Il lutto fa comunità, anche qui alla Favela, dove il lutto è una rete a strascico.
Puoi immaginare come ci ha fatto bene tanto affetto bevendo caffè e fumando sigarette, e quanti sorrisi ci hanno strappato gli emoticons sbagliati, le congratulazioni ricevute, le trascrizioni di frasi mai dette, mai scritte, mai pensate che ti sono state attribuite nei commenti al post di Nanà.
Confesso di aver detto alla mamma: non immaginavo che il Babbo, così amante dalla solitudine e così attratto dall’anonimato, senza alcun accesso social avesse tanti follower.
Ti stai chiedendo chi sono i follower? Sempre quelli che ti ho indicato mille e mille volte.
Sempre gli stessi: quelli che seguono un altro sui social. Lo so che tu non sei stato mai stato un social man. Ma un reality man, si, lo sei stato, Babbo.
E sai il perché? Perché hai agito, non hai atteso.
A volte dando prove di coraggio che lasciavano a bocca aperta chi non conosceva il tuo animo ribollente.
Chi non immaginava che una persona così tranquilla potesse affrontare e dominare le situazioni più scabrose, difficili, avvilenti senza perdere mai la calma, anche quando l’ira contro le ingiustizie dei potenti era forte, cacciavi via i pensieri aggressivi, anche quelli che avevano una ragione fortissima per esprimersi con tutta la violenza del caso, e che avrebbero potuto trasformare te in un assassino e consegnarti nelle mani quasi mai uguali della giustizia.
La verità, Babbo, è, che tu, ti sei sempre preso le responsabilità delle tue azione, non hai mai addebitato agli altri i tuoi errori e solo a te, i tuoi successi.
Ciò che è vero, lo è, e basta.
E il tuo augurio di una buona giornata metteva di buon umore anche chi si era alzato dal letto incazzato come una belva, perché era per lo più inaspettata quella possibilità di volgere al sereno una giornata che s’annunciava di merda.
Realty man da vivo, social man da morto.
Funziona in questo modo, è la collocazione contemporanea del globavillaggio, è l’incubatore delle emozioni codificate: si è allegri alla festa, si è arrabbiati quanto le cose non girano per il verso giusto, si è tristi quando qualcuno lascia per sempre questo mondo di pura fantasia, come spesso lo apostrofavi tu.
Nanà ha scritto: non immaginavo fosse così fredda, la morte.
E i propri amici e i propri convivi si sono scatenati.
E tanti sono stati i profili sconosciuti che hanno riempito la sua e le pagine facebook di tutta la famiglia con i propri commenti.
Ciò che è buono, è che puoi disconnetterti quando vuoi.
Ma è sempre stato così: gli uomini lo hanno sempre fatto quando non vogliono più essere connessi con gli altri.
Presi in paranza o distinguendo tra chi si e chi no.
Basta un clic, un comando e il cervello va in automatico, perché, tra l’altro, è programmato per interrompere i contatti.
Nessuna novità: tutto è già accaduto, tutto si ripete.
Nel male e nel bene.
Non c’è niente di nuovo nella fantasia degli uomini.
C’è chi inventa strumenti nuovi per essere sempre più indistinguibili e chi cerca nuovi orizzonti e nuove scoperte e nuovi incontri e nuova vita nello stare insieme ognuno con la sua unicità, autenticità e assieme passare il tempo felici di quest’esperienza di testa e di cuore, di carne e di spirito che è toccata proprio a noi umani vivere.
Ciò che non ti faceva apprezzare questo incredibile strumento di relazione sociale, era, quella che definivi: la freddezza meccanica del profilo, le bugie sulle informazioni personali, l’espressione cruenta dei bassi istinti, il piacere della cattiva educazione, l’assenza di gentilezza perché l’interlocutore non è un umano ma un’anonimia, un gruppo chiuso, un blog aperto, un web visitabile, un partito del vanfanculo nel quale poter militare e per il quale vale le pena di andare in piazza a proclamare la propria purezza gridando: fate schifo, fate tutti schifo.
Una volgarità democratica, ecco, cos’erano per te i social.
Esageravi, lo facevi apposta, mettevi in guardia dal pericolo che stavamo correndo quasi ignari delle conseguenze che si sarebbero abbattute su di noi se i possessori di quelle nostre identità social l’avrebbero usato per conquistare il controllo politico sulle Nazioni, sui continenti, sul mondo.
Offrendo, nelle recessioni economiche, un nemico al popolo sul quale poter scaricare tutta la propria rabbia.
Fino al punto da far sostenere ai più sprovveduti le tremendi tesi sulla giustezza di lasciar morire in mare i migranti durante le traversate, nei deserti durante il cammino di fuga, sotto le bombe delle città rase al suolo, nelle prigioni delle dittature, sulle strade dove si combatte la guerra civile, senza acqua, cibo, suolo su cui riposare.
Ciò che invece trovavi forte, erano i motori di ricerca, internet. Su un post it scrivesti: Google si, Facebook no e l’incollasti allo schermo del computer.
Nicola ha scritto sul suo profilo: mi manchi, nonno. Nando: Ciao, Nò.
Così, da profilo a profilo facebook, la nostra numerosissima famiglia sparpagliata ovunque ha messo radici emigranti, ha diffuso l’annuncio social e la notizia sulla tua morte è arrivata ovunque nelle Favela della città e in ogni angolo di mondo/paese dove fosse residente un parente, un amico, un conoscente, un amico di un parente, un conoscente di un amico, un parente di un amico di un conoscente.
E le bacheche, non quelle operaie che hanno scaldato l’anima della tua gioventù proletaria, si sono riempite di emoticon addolorati e di frasi di condoglianze.
E tanti sono stati i mi piace.
Non ridere.
Su quale nuovo uscio sei finito, ora? Su quale Babbo? E perché mi trovo qui, ora, con la mano sulla maniglia, pronta ad uscire dallo studio?
La mamma chiama.
Il buio mi trattiene con il suo odore notturno.
Il quaderno rosso m’attrae come una calamita. Vorrei riprenderlo tra le mani e sfogliarlo, leggerlo di nuovo.
Inspiro, espiro.
Sono in preghiera.
Muta come la fede.
Esposta tra i libri e i cd musicali.
Sono qui, le mani sulla maniglia.
Devo solo andare.
Uscire da questa stanza, dalla vita che si è svolta dentro.
Mia madre non è più assopita nei suoi pensieri e nella sua stanchezza sul divano color pesca del salottino.
Mi chiama.
Con la mano libero dalla presa della maniglia e cerco l’interruttore.
Luce.
Flashback: un tonfo e giù sul pavimento, ai suoi piedi, il quaderno rosso.
Ha un lieve sussulto, poi cede a quel ripasso, è di nuovo si ritrova a guardare dall’alto, per attimi lunghissimi, quella calligrafia così familiare su quel frontespizio sul quale c’era scritto a caratteri cubitali: Per Iole.
Per mamma.
E percepire nell’immediatezza la presenza attesa.
Lì, sul pavimento, nello studio.
E piegarsi a raccoglierla delicatamente, per poi stringerla tra le mani, accarezzarla e scorgere quella data sul quaderno: 30 settembre 1986, ore 23.55, ho speso bene il mio tempo, Enzo.
Giorno e ora esatta in cui, il suo Babbo, ha messo il punto e riposto, tra i libri, quel suo scritto, il giorno prima del suo matrimonio con Dario.
L’ha letto, l’ha rimesso a posto, l’ha ripreso, l’ha letto di nuovo e ora vorrebbe ancora perdersi in quelle parole potenti di verità e di bellezza, ma sua madre, sua madre, ha bisogno di lei.
Clic, giù la maniglia, fuori dal buio, porta chiusa alle sue spalle.
Mamma, arrivo.