IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, prima parte)
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IL ROMANZO “Non è vero niente” di Gennaro Prisco (quarta puntata, seconda parte)

Questa quarta puntata è il capitolo più lungo del romanzo.
Lo pubblicheremo in sei parti.
Buona lettura.

Quarta puntata
Seconda parte
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1960,dicembre. Acqua e vento

E’ l’anno in cui muore il Re, don Michele, che poi si chiamava Giuseppe e che per quanto sforzi faccia, proprio non ricordo i tratti della sua faccia.

Quella del figlio, di Salvatore, invece la ricordo nella falegnameria dove costruiva porte, nella bottega che faceva tutt’uno con l’entrata del palazzo buio anche a mezzogiorno, che portava alla tua e alla sua casa.

Quell’entrata m’impauriva.

Quando venivo da te, di sera, con il buio, poi, mi terrorizzava letteralmente.

E prima di lanciarmi di corsa , mi ripetevo: non guardarlo, va veloce e salta le scale a quattro a quattro.

Ma Lui era lì, a misura d’uomo gigante, seduto sul suo un trono di gesso a protezione del palazzo e, senza volerlo, anche di chi si poteva nascondere dietro a lui, nello spazio vuoto della tromba delle scale, per aggredirti all’improvviso e rapinarti o ferirti a morte per qualche ragione sconosciuta.

Sant’Antonio, era lui e non San Gennaro, messo a protezione del palazzo di don Michele.

Bizzarro: chi aveva riportato a Napoli il tesoro di San Gennaro, finita la guerra, era devoto a Sant’Antonio.

In casa tua, nella casa del Re di Poggioreale, queste devozioni erano sullo stesso altarino insieme a Santa Teresa e a Santa Patrizia.

Santa Patrizia è l’altro Patrono della città, squaglia il sangue pure lei.

Cosa c’entrasse , invece, Santa Teresa sull’altarino, me lo domando ancora.

Comunque, facevano parte della famiglia, i magnifici quattro Santi.

Tuo padre, ch’era uno abbastanza tutto e quindi anche abbastanza agnostico, mal sopportava l’alterino dei Santi ch’era posizionato, in alto, nell’angolo a sinistra, ai piedi del letto.

Quel lumino acceso scopriva tra le ombre della fiammella i volti di San Gennaro, Sant’Antonio, Santa Teresa, Santa Patrizia e, il tuo babbo, se li sentiva addosso, giudici delle sue perversioni.

Per questo, quando si rivolgeva a loro direttamente, li indicava con il dito ad uno ad uno, e gli domandava: voi quattro conoscete la mia intimità, la mia nudità. Quindi, questa non è sconosciuta a Dio, alla Madonna e a Gesù Cristo. Che speranze tengo di andare in paradiso?

Credo che fosse questa anche la filosofia di vita di don Michele, che si chiamava Giuseppe, che di professione faceva il rigatterie e il contrabbandiere, che rubava alle ricche forze armate americane per dare ai poveri della Favela di Poggioreale, che acquistò da un antiquario tre sedie dorate, una per sé, una per la Regina/moglie e una per il figlio/principe ereditario, che mise nella stanza più grande del suo palazzo, prima della sua auto-incoronazione, come Re della sua natia Favella.

Nel 1947, quest’uomo doveva essere molto considerato, in fatto di fede, dal Cardinale Ascalesi, se fu scelto per una missione al limite del possibile.

Scusa se mi sto appassionando alla storia, se ti sto intrattenendo su questo, ma nella tua casa questo racconto appassionava i bambini e nella loro fantasia si sentivano felici di abitare in una reggia piena di stanze comunicanti e decorate ai soffitti.

Ed io come un bambino l’ho ascoltata la prima volta, anche se ero prossimo a diventare padre.

Dunque, per quanto incredibile possa sembrare, Il Cardinale affidò a don Michele, che poi si chiamava Giuseppe, di riportare a Metrofavela il tesoro di San Gennaro, custodito, durante la guerra, per proteggerlo dalle bombe e delle depredazioni, in Vaticano.

Don Michele partì dalla città alla guida di una dodici cilindri, sul cui cofano c’era scritto Re di Poggioreale e giunse in Vaticano e prese in consegna il tesoro di San Gennaro, che non era un tesoro qualsiasi ma il più ricco e prezioso esistente al mondo, e lo riportò in città, dopo un viaggio avventuroso, superando mille pericoli, percorrendo strade secondarie e poco battute, e lo consegnò al cardinale integro e intatto

Don Michele rifiutò ogni ricompensa, accettò solo una cravatta di seta, si narrava nelle Favela.

Don Michele sapeva che il tesoro era di San Gennaro. Che non era né della Chiesa né dello Stato. Scritto nero su bianco dinanzi ad un notaio il 13 gennaio del 1527 in cambio della fine dell’epidemia di peste e dei terremoti.

C’è poco da dire, a San Gennaro il pensiero di avere per sé un tesoro gli dovette piaceva proprio assai e i flagelli finirono.

Don Michele, non avrebbe mai attirato su di sé l’ira del Santo e del popolo. Mai avrebbe tenuto per sé un solo diamante dei tremilatrecentoventisei incastonati nella mitra, una sola delle tredici maglie in oro massiccio della collana tempestata di zaffiri e smeraldi, uno solo dei cinquantaquattro busti d’argento dei santi compatrioti della città.

Don Michele accettò in dono una cravatta di seta e nella sua testa questo era il regalo del popolo che lo festeggiò al suo ritorno dall’impresa, riconoscendo in lui, colui che aveva riportato a casa il tesoro di San Gennaro e anche, ancora vivo e vegeto, il novantenne principe Stefano Colonna, uno dei custodi del tesoro, che partì con lui per la missione e mostrò in Vaticano un biglietto autografo del Cardinale, che consentì ai due di ritirare le casse con gli ori di San Gennaro e fare assieme il viaggio di ritorno attraversando la piena del Garigliano e scampando ai banditi.

Mi sono perso, la storia del Re di Poggioreale ha deviato il mio racconto.

1960, dicembre. Acqua e vento.

Foto di gruppo sulle scale della chiesa. Foto del pranzo in famiglia. Foto con gli invitati. Foto del taglio della torta nuziale.

Distribuzione dei confetti in fazzoletti di seta.

Felicitazioni. Aspra parola. Declinazione di tono. Mia madre.

Non ti diete un bacio, non ti strinse a sé.

Ti guardò con la stessa indifferenza, con lo stesso distacco con cui guardava ogni cosa: felicitazioni.

E’ morta quattro anni fa e, da allora, non avevo più pensato a lei.

Ci ha pensato mia sorella Carmela a riportarla in vita.

Ha chiamato nel pomeriggio per dire che non sarebbe venuta.

Mi ha destabilizzato. L’ha fatto apposta. Poteva non venire e basta. Poteva fare come gli altri. Ed invece, non ha resistito. Ma cosa c’era da aspettarsi da una donna che ha messo al mondo quattro figli senza alcun sentimento materno, facendo l’amore con Fortunato, suo marito, quattro volte perché, come aveva confidato a mia sorella Ida, che non sapendosi tenere un cecio in bocca, lo raccontò a Tonino, con il quale c’era un’empatia, gli faceva schifo?

Come può una come lei capire che i figli sono grazia, che bisogna farli nascere quando vogliono?

Quattro chiavate per quattro figli e Fortunato può andare fiero di sé per le strade della sua Favela e sedersi a giocare a tressette, con gli amici fujenti dell’Associazione della Madonna dell’Arco.

Ho sparso di sale ogni angolo della casa e pure il vestito bianco di Lucia, per precauzione.

Carmela ha vissuto con la mamma il più a lungo di tutti. Assieme da vedova e da orfana attaccata alle mammelle.

Così le ricordo mentre mio padre giaceva morto odiato in mezzo all’unica stanza del basso.

Quando lo vennero a prendere, mia madre seguì il feretro fino al cimitero con tutti noi al seguito.

Lo fece seppellire e senza neanche salutarlo ci fece segno di tornare a casa.

Non so descriverti la mia infelicità in quei momenti.

Io accarezzai il terreno, Tonino fece lo stesso.

L’ho amato troppo, non riesco a giudicarlo.

A me e Tonino, solo a noi due, ci portava con sé al lavoro, alle riunioni sindacali, al partito, all’associazione operaia, dove andava a giocare alla stoppa.

Quante cose ci ha insegnato, quanti mondi ci ha permesso di esplorare.

Quanta distanza ha messo tra noi, nostra madre e gli altri.

Perché solo noi due?

Rispondo crudelmente: io e Tonino eravamo i figli del desiderio, gli altri quelli dell’abuso.

Non c’è un’altra ragione, con gli altri è stato assente, mio padre a stento li guardava e quando si lamentavano, infastidito, li redarguiva così forte che quasi non si respirava dallo spavento in quello spazio angusto dove mia madre era sospesa nel suo distacco, come se quella storia non gli appartenesse affatto.

Poi mio padre si ammalò e morì. E mia madre sotterrò con mio padre la sua prigione.

Questo non la liberò, non le diete il coraggio di strapparsi il lutto dalla pelle, di andare a letto con qualcun altro.

Dai vestiti si, lo strappò, il lutto.

Chi era per mia madre quell’uomo ch’era mio padre? Perché gli disse di si e scappò con lui pur non amandolo? E mio padre era a conoscenza del segreto di mia madre? Perché, non ho dubbi: mia madre nascondeva dentro di sé le carezze dell’orco.

Era da tanto che non pensavo a queste vicende.

Lucia, con il suo fuori programma, come l’ha chiamato mia sorella Carmela, ha scelto di condividere la sua gioia e Carmela, che non conosce la letizia, che dà importanza solo agli affari e al denaro, ci è rimasta male.

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