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Napoli, VII Municipalità: il Pd mette la ‘camicia di forza’ ai suoi consiglieri

di Gennaro Prisco

Se accade, se accade davvero il 12 ottobre 2018, cade di venerdì, giorno della Passione.

Se davvero non è uno di quei tanti bluf con cui si alimenta la politica da marciapiede nelle vie della nostra stremata città, abitata da turisti veri e napoletani scontati, oggetto di un culto planetario che inebria il sindaco rivoluzionario e illumina d’artista il governatore.

Se accade quando è previsto e il Presidente della VII Municipalità di Napoli viene sfiduciato dal Consiglio, si mette il punto ad una lunga serialità di inganni politici e s’inizia a scrivere una storia nuova che coinvolgerà la città di Napoli, la Città metropolitana, la Regione. E definirà l’atteggiamento della terza metropoli italiana sull’Europa.

Per un fatto: con la sfiducia, il Municipio si scioglie e Miano, Secondigliano, San Pietro a Patierno diventeranno il primo test elettorale dopo le politiche del 4 marzo 2018 e non lascerà scampo, perfino i più distratti saranno coinvolti nelle scelte di un territorio di oltre centomila cristiani a servizi e sicurezza zero, con alti tassi di evasione scolastica e fiscale, di disoccupazione, di sfruttamento, di povertà. Con picchi alti della maternità adolescenziale e picchi altissimi di disagio mentale e morti bianche, nere e di cancro.

Dunque, potremmo essere testimoni, se non sarà la solita ammuina, del momento esatto nel quale s’inizia a cambiare direzione e si genera un cambiamento.

Quale cambiamento è difficile ipotizzare. Si tratta di un evento unico nel suo genere, mai dal 2006, anno di nascita delle Muncipalità, si è verificato. Finte di corpo sì, quelle ce ne sono state a bizzeffe. Poi bastava non presentarsi, far mancare il numero legale e continuare a percepire redditi e privilegi nell’inutilità del proprio mandato.

Ma prima di andare ai retroscena, prima di ricordare i fatti e i misfatti di una città  politicamente a vento, che premia con lo stessa indifferenza forza Italia, arancioni, renziani, deluchiani, maioisti e leghisti, lasciateci andare allo scetticismo: questi fatti sono lontani dai centri decisionali della città, si ascoltano come echi fastidiosi di lotte cruente tra ceto politico. E spesso è così. Ma l’abitudine politica di guardarsi le spalle non potrà giustificare i silenzi, poiché ci sono storie come questa che trasformano il granello di sabbia in frana in men che non si dica.

Andiamo ai fatti. Alle elezioni comunale del 2016, Forza Italia conquista il VII municipio con il 51% dei consensi. Una botta in una città assente che è stata testimone di una seconda vittoria di De Magistris su uno scontato Lettieri e l’anno prima della sconfitta del governatore uscente Caldoro. Ma che ha anche visto la definitiva uscita di scena di Bassolino per mano amica e un Pd ridotto ai minimi termini oltre alla prima avvisaglia di ciò che poi sarebbe avvenuto il 4 marzo 2018 quando il Movimento Cinque Stelle raggiunge risultati bulgari.

Dunque in meno di due anni, Maurizio Moschetti è stato travolto dalle sue aspettative ed è passato dal sogno di diventare onorevole della Repubblica, fu candidato nel collegio Napoli centro come numero due dopo la Carfagna ottenendo il peggior consenso politico nei collegi, al disonore.

Cosa è accaduto? Di quale situazione ambientale stiamo parlando? Secondo la Procura di un territorio nel quale il voto di scambio strutturato intorno ai Cesaro ha condizionato pesantemente le ultime sei tornate elettorali. Dunque di un luogo nel quale il consenso non si è riversato sulle organizzazioni politiche ma sulle persone, sul consenso elettorale dei singoli, sullo scambio di impegni e promesse che spesso non si possono mantenere, come è successo al Moschetti, che non è stato in grado nemmeno di nominare la sua Giunta municipale. E che, come un pugile suonato è finito al tappeto per mano di Solobrino, ras locale di Forza Italia che si è messo a sostenere De Magistris e sotto il tiro incrociato di Severino Nappi che vuole fare il governatore e degli adepti di Martusciello che stanno facendo la guerra ai Cesaro.

Il 12 ottobre, se accadrà, come si augura Giovanni Banco, responsabile metropolitano degli enti locali del Pd, tutti questi protagonisti cercheranno di regolare i propri conti e potranno essere sconfitti. Da chi? Boh. Non si vedono all’orizzonte certezze. Dai Cinque stelle? Dalla Lega? Dal Pd? Lo sapremo vivendo. Sicuramente Di Maio, Salvini, De Luca, Martina, Berlusconi, De Magistris e tutti gli altri del circo busseranno casa per casa per menare e promettere, e con i tempi che corrono una legittima difesa o  un reddito di cittadinanza passiva possono produrre un altro cambiamento che se ne fotte della qualità della vita di una comunità nella quale ognuno deve badare a difendersi e sopravvivere da solo.

In questa macedonia d’interessi a volte penosi, il comunicato del Pd metropolitano mette la camicia di forza ai suoi cinque consiglieri e chiama gli altri nove consiglieri firmatari alla responsabilità politica, chiedendo senza indugi che si voti la sfiducia e si torni al voto in primavera.

Ciò significa che il Pd è pronto al voto? Ha un suo candidato presidente credibile per competere in un elezione diretta con una propria visione politica, un proprio progetto aggregante e vincente?

Sarebbe una novità.

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