

di Vincenzo Marini Recchia
Secondo Marco…
L’improntitudine di un ceto politico, ininterrottamente al potere – ora locale, ora nazionale – da quasi trenta anni, che dopo i fatti puntualmente accusa un altro pezzo di ceto politico di non averci capito nulla è ormai oggetto della patopolitologia.
Nelle stesse ore il più grande partito socialdemocratico europeo, quello tedesco, ha offerto in Baviera una prova di cosa significa diventare obsoleti in un mondo che cambia a grande velocità.
Secondo Die Süddeutsche Zeitung, il più venduto quotidiano tedesco, la ragione del tracollo bavarese sta nel fatto che quelli della SPD da tempo “parlano solo di se stessi” mentre il mondo va avanti.
Potrebbe essere in effetti molto disperante, non tanto per i protagonisti che si autoconsolano in tal guisa, ma per cittadini interessati al futuro continuare ad applicarsi a simili dimostrazioni di inetta autoreferenzialità, se la Storia, con la sua proverbiale “astuzia” non generasse i becchini – sto citando indegnamente Karl Marx – che seppelliscono i morti che non si rassegnano.
Ma usciamo subito da questa metafora e andiamo all’osso della questione che ci preoccupa e ci impegna.
Come se ne uscirà?
Credo proprio, come dice il giovane fiorentino – ancora con i neuroni ben funzionanti nella percezione del “punto politico essenziale” – lasciando che i morti discutano dei morti e concentrandosi sulle soluzioni pratiche alternative.
Quelli, tra i riformisti, che vogliono discutere del fare per il futuro – e che una vulgata pigra e tendenziosa marca come renziani – vanno alla Leopolda. Molti altri, nello stesso tempo e in altri luoghi italiani, laici e liberaldemocratici fanno identiche riflessioni in accampamenti diversi.
C’è qualcosa di veramente nuovo che può innescarsi in modo estremamente veloce provocato dal pantagruelico buco nero della ragione e dell’intelligenza competente che si è impossessato del governo dell’Italia.
Non dobbiamo però soggiacere alla smania della riduzione ad uno della variegata ricchezza dell’opposizione liberal democratica nazionale. Far funzionare, quello sì, come potente motore unificante il minimo comun denominatore della idea giusta dell’Europa politica, dello stato di diritto, della comune umanità, apprestando un “governo ombra” con le migliori e sperimentate capacità operative, con programmi e progetti trasparenti e realistici.
E il Pd?
Lo può salvare solo una candidatura come quella di Marco Minniti.
Perché?!
Da ex Pci vi dico che solo un ex Pci riformisticamente strutturato come Marco – per il silenzioso, umile e lungo apprendistato dentro lo stato democratico – può concludere definitivamente e anche simbolicamente il capitolo degli ossessionati autoreferenziali eredi del Pci, restituendo al marchio Pd una seconda possibilità. Non contano fronde e frondine delle piccole nomenclature dentro l’area elettorale oggi più consistente e irriducibile che ha creduto nel quinquennio dell’innovazione. Se Marco Minniti scioglie la riserva, inizia tutt’altra storia.