

di Gennaro Prisco
Il professore Ernesto Paolozzi mi ha invitato, venerdì 8 febbraio scorso, a discutere del saggio scritto insieme al giornalista Luigi Vicinanza: Diseguali, il lato oscuro del lavoro, nella Saletta del suo editore Guida Editore.
Il libro di Ernesto e Luigi è un saggio politico potente sul lavoro ed è un’espressione storica di una prospettiva che mette al centro della sua azione la forza del lavoro nella società digitale e della intelligenza artificiale.
E’ un saggio influencer. Come lo è il racconto TUIO di Judicael Quango, un viaggio che inizia da Burkina Faso e finisce qui,in Italia, in mezzo a noi.
Quello di Judicaelè anch’esso un racconto politico sull’immigrazione, che è la fonte primaria della fuga a seguito di guerre e carestie. E’ il viaggio di chi vive avvenimenti umani drammatici, a volte da invisibile, che mani e cuori e teste casuali salvano dalla disumanità. Il tutto analizzando i fatti, la cronaca, l’uomo.
Questi sono tempi di grandi trasformazioni globali, tempi che vedono l’Europa, 300 milioni di abitanti, come terra di conquista di quella infinita minoranza che detiene le ricchezze del pianeta, pronta a decidere chi deve vivere e chi deve morire in un mondo che non ce la fa più a dissetare e far mangiare tutti.
In questo tempo, l’Italia, una delle culle della civiltà umana, sembra si sia arresa alla marginalità europea, al degrado delle sue Istituzioni, alla mediocrità del suo agire politico.
Prima gli italiani è una dichiarazione di resa all’egemonia laica, è il muro di cinta difeso con il vetro acuminato, è la telecamera ovunque, è la legittima difesa alle armi. E’ il Boom. E’ il disfacimento dell’identità europea della Nazione attraverso l’autonomia regionale hard che vede a braccetto parte di noi con il peggio di loro affinché i Soldi di Mahmood restino lì dove si guadagnano di più e il sud vada a farsi fottere insieme alla Costituzione e ai principi di coesione sociale.
In questo tempo ognuno di noi deve dire da che parte sta. E c’è speranza se lavoro e impresa marciano assieme contro otto/dieci uomini che spostano capitali come fossero noccioline e che con quei capitali potrebbero assoldare un esercito di mercenari misto corpo intelligenza artificiale e tentare l’ultimo assalto alla storia dell’emancipazione umana dalla schiavitù.
Che centra tutto questo con il congresso e le primarie del Pd del prossimo 3 marzo? E’ la nervatura, è ciò che o si ha l’ambizione di raggiungere, o la definitiva sconfitta.
L’attualità è qui, cruda come il prosciutto, in Abruzzo, dove il Pd non raggiunge le due cifre alle regionali di domenica 10 febbraio 2019. E ci chiede di agire.
Per questo mi sono tesserato nel momento più propizio per allontanarmi, senza che nessuno se ne accorgesse, da questa comunità democratica, che è la mia comunità politica, a cui è andato in sorte il consenso senza qualità, il controllo delle Famiglie senza scuorno, il bello biondo/moro e cervello mangiato che ci ha condotto lontano dal ventre del Paese reale, insensibili al dolore sociale prodotto dalla finanza, dalla corruzione, dalle mafie.
Ho rinnovato la tessera del Pd perché non c’è di popolare, nonostante la sconfitta storica del 4 marzo 2018, altro che questa comunità di uomini e donne delusi dal loro agire, balbettanti dinanzi all’analfabetismo funzionale e all’avanzare di una destra fascista, sovranista, individualista per aggregare intorno a sé gli antifascisti di ogni sfumatura, come suggerisce fare Carlo Calenda per definire il nostro essere europei, difendere le nostre rivoluzioni e le nostre Carte costituzionali, costruire gli Stati Uniti d’Europa fondati sul lavoro e sulla gentilezza.
Per queste ragioni alle Convezioni democratiche ho votato Maurizio Martina. Per ringraziarlo di aver preso il timone mentre l’equipaggio scappava e perché ha dichiarato che farà solo il Segretario, perché quello del Segretario è un lavoro a tempo pieno che bisogna fare bene perché il quasi bene non va bene, citando il professore Vincenzo Moretti.
Confermerò il mio voto per lui alle primarie del 3 marzo 2019.
Alla presentazione del libro di Ernesto e di Luigi era presente in sala Milena Miranda, sostenitrice di Roberti Giacchetti, l’aspirante renziano alla segreteria.
Una presenza importante poiché ricorda a tutti, a volte a muso duro, che questo Paese l’abbiamo governato e governato bene al netto degli errori commessi e perfino della grande mazziata del 4 marzo scorso.
Non si può fuggire dalla storia, proprio no. Questo ci dice Giacchetti.
E c’era Armida Filippelli, la preside del Galiani, della mia scuola. La preside che altri hanno avuto la fortuna di avere dopo di noi, quasi a staffetta, perché il Galiani è un ottimo istituto che ha avuto ed ha ottimi presidi e avuto ed ha ottimi insegnanti.
Un istituto che ha istruito e formato generazioni di studenti consapevoli favorendo le relazioni nella mescolanza degli arrivi.
Il Ferdinando Galiani è una scuola posta sul confine geografico della città nordest. E’ un avamposto di legalità, un faro nel buio delle periferie urbane di quell’asse di città..
Con me c’era un altro ex studente e un’altra ex studentessa del Galiani sarebbe giunta di li a poco.
E’ scattata la scintilla, il totale disinteresse verso la corsa alla segreteria regionale del Pd campano si è incrinato. E anche i miei amici, che si pongono assieme a tanti altri la domanda delle cento pistole: ce la farà il Pd a reagire alla sconfitta e alla perdita di rilevanza politica o sparirà?, hanno trovato un interesse, provato a rispondere al quesito discutendo di questa candidatura senza conoscere fino in fondo gli altri competitori, senza chiedersi chi ci sta dietro. Senza cadere in quel bel guaio che ci fa vedere i candidati come esclusiva emanazione dei capo corrente, dei mandanti di un fallimento politico in termini di prospettiva politica e di organizzazione che ha la sua fotografia istituzionale nel De Luca pensiero.
Da dove salta fuori questa candidatura? Che senso ha? Però è un bel profilo. E’ un cambiamento. Con chi sta? Con Zingaretti.
Questo non mi sembra un problema. Non milito in nessuna corrente, le mie scelte sono mie.
E poi se vince Nicola Zingaretti, sarà pur un segretario part time, ma sarà part time anche il mio Segretario nazionale.
E l’altro candidato, Leo Annunziata, fa il sindaco di Poggiomarino. Ed io sono contrario ai doppi incarichi politici amministrativi. Ed è questa la ragione principe che mi ha indotto a non scegliere Zingaretti come Segretario nazionale del Pd. Ed è la stessa ragione che mi avrebbe spinto al voto bianco per le primarie regionali campane se non avessi incontrato casualmente Armida.
Stesso giudizio, stessa scelta.
Leo Annunziata è una persona stimata, ma come il Governatore del Lazio un lavoro da svolgere a tempo pieno già lo ha. Naturalmente se viene eletto alla carica di segretario regionale sarebbe anche lui il mio segretario regionale part time.
Dunque, in mio nome, voterò alle primarie del 3 marzo 2019 Maurizio Martina come Segretario nazionale e Armida Filippelli come segretario regionale.
E con questo spirito farò campagna.
Ps: Cara Armida, un disinteressato consiglio: agisci e parla come il Segretario di tutti e non lasciarti condizionare dai furbetti del quartierino. Il Pd ha bisogno di un buon Preside, di un’autorità indipendente che esprima una politica inclusiva che premia il meglio.
Cara Armida, il Paese va verso la sua rottura nazionale, Napoli è una città senza governo e poco ci sta, in termini democratici, nel governo regionale e quasi niente incide sul piano nazionale ed europeo. Questo perché il Pd non c’è. C’è un grande e faticoso lavoro da fare.
Ps 2: In questa confusione, dopo un bel decennio di scandali, a Roma non c’è stato un caso Napoli e le convenzioni si sono svolte regolarmente. E’ una bella notizia. E’un merito della giovane segreteria metropolitana di Napoli guidata da Massimo Costa .
Ps 3: Caro Pd, noi abbiamo bisogno di democratici che si esprimono come Federico Arienzo: Siccome siamo tutti suscettibili, lo riformulo: In un Paese dove il Ministro dell’istruzione fa una pezza le insegnanti del Sud, dove si è arrivati a tifare per le barche che affondano nel Mediterraneo, dove si è approvato un decreto che criminalizza la povertà ed elimina il permesso umanitario, con la recessione conclamata, Teresa Manzo che non azzecca due parole in Parlamento, le mense scolastiche discriminatorie, arriviamo ad oggi dove su 10 telegiornali, 11 danno risalto come se fosse un momento topico della vita della nazione, alla reazione scomposta di un ragazzo di 23 anni che non ha accettato di aver perso il festival di Sanremo.
Così vado sulla sua pagina e leggo insulti da parte di persone che potrebbero essere per età i genitori, avrà reagito male, ma data la giovane età può recuperare e imparare.
È come se avessimo dato ai due ragazzi una identità politica, quando sono due ragazzi che fanno semplicemente musica, con le loro storie non semplici di accettazione in una società che è sempre più escludente
È che siamo così poco strutturati, così ridotti male che pure l’indignazione ha smesso di essere una emozione nobile.
Chiaro?