

di Peppe Papa
Due partiti in uno, ma quanto può durare? Da una parte, il Pd uscito dall’ultimo congresso con una maggioranza ampia guidato da Nicola Zingaretti, dall’altra Matteo Renzi e i suoi mille comitati civici “Ritorno al futuro” sparsi per l’Italia, che non nasconde la smania di volersi riprendere Palazzo Chigi.
Una prospettiva che non piace al nuovo corso del partito il quale aveva creduto di essersi liberato dell’ingombrante ex segretario e che invece si ritrova a doverci fare i conti. Per carità, non si tratta di una guerra, è certo però che avrebbero preferito si facesse un suo partitino, anche a costo di sopportare una nuova scissione, piuttosto che confrontarsi sul piano delle idee, delle ambizioni e della leadership. Pertanto, provano a difendere il territorio appena conquistato, mettendo mano per prima cosa allo statuto giusto per cercare di impedire il più possibile audaci sortite e ‘scalate ostili’ ai vertici dell’organizzazione.
“Serve una rivoluzione – ha detto Zingaretti all’assemblea nazionale – la riforma del partito è necessaria perché lo strumento che abbiamo non è utile alla funzione. Dobbiamo cambiare tutto perché tutti sappiamo che così non si può andare avanti”. Basta dunque con le correnti “che appesantiscono e soffocano tutto”, separazione tra i ruoli di segretario e candidato premier, nuove regole procedurali per l’indizione delle primarie, sempre che non spunti qualcuno che proponga di eliminarle del tutto.
Ed è proprio sulle primarie che si potrebbe rompere il giocattolo
Al momento si parla della separazione, appunto, degli incarichi di cui sopra, di una consultazione online sul programma (“ma non modello Rousseau”, assicurano) e soprattutto di dare maggiore spazio agli iscritti i quali, secondo molti, hanno subito una marginalizzazione in conseguenza del vecchio statuto. Insomma, rimettere al centro il popolo dei militanti ritornando ad essere un partito “solido, radicato nel territorio, una vera comunità”.
Ma si sa, il diavolo si nasconde nei dettagli, e questo potrebbe significare anche la possibilità, che è poi quel che teme Renzi, che esca fuori una nuova “regola Stumpo”, quella cioè escogitata dall’ex segretario di Bersani, Nico Stumpo, per impedire l’opa del ‘rottamatore’ alle primarie del 2013 che introdusse l’obbligo di pre-registrazione per i votanti tra primo turno e ballottaggio, cosa che costò a Renzi circa 400mila voti di gente demoralizzata che non ritornò ai seggi e la vittoria di Bersani sostenuto compatto dall’apparato di partito. Come andrà a finire lo sapremo a novembre, tra l’8 e il 10, a Bologna dove il segretario ha fissato l’appuntamento per tirare le fila del lavoro svolto dalla commissione statuto.
Ovviamente, Renzi dà per scontato che non ci saranno sorprese, contando sul fatto che a presiedere l’organismo che si occuperà del regolamento è stato nominato Maurizio Martina a lui per niente ostile, anzi, nel frattempo si prepara alla pugna. Venerdì scorso, mentre a Roma si teneva l’assemblea nazionale, a Milano in un affollatissimo teatro dell’Elfo, la grande convention dei ‘suoi’ comitati dove per quattro ore ha sciorinato la propria visione politica e dettato la linea parlando da vero leader, o almeno di chi si sente tale e non lo nasconde.
Nell’occasione ha chiarito, questa volta in via definitiva, che “non c’è alternativa oltre il Pd” e che non ci sarà nessun addio, si resta dentro a combattere. In fondo a lui non è che interessi più di tanto riprendersi il partito, il vero obiettivo è il governo. Esserne il capo. Ma il Pd serve eccome per giocarsi la carta primarie. Ha però bisogno di tempo e si augura, o meglio, si dice convinto che l’esecutivo giallo-verde duri, non ci sarà crisi e si compirà quello che tutti gli osservatori politici ritengo inevitabile, vale a dire l’evaporazione del M5S.
Sgombrato il campo ‘dall’intruso’ la partita resterà a due: lui e l’altro Matteo, Salvini. Questo il piano, anche se la strada non sembra per niente in discesa specialmente, come abbiamo visto, sul ‘fronte interno’. Sicuramente, nell’eventualità, alla consultazione ai gazebo si troverà a vedersela certamente con personaggi non di secondo piano se l’attuale maggioranza del partito deciderà di mettersi di traverso costi quel che costi. Già qualcuno fa i nomi di Carlo Calenda, del sindaco di Milano, Beppe Sala il quale, tra l’altro, è andato ad omaggiare Renzi all’happening meneghino restando fino alla fine, dell’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, o addirittura del neo presidente del parlamento Ue, David Sassoli.
Tutto questo, sempreché non accada l’incidente e si arrivi a uno scontro, proprio a proposito di regole, che faccia precipitare la situazione e addio piani e programmi. Un nuovo congresso sarebbe lacerante per tutti, su questa consapevolezza devono muoversi le parti per non consegnare definitivamente le chiavi del Paese al ‘nemico’.
Ognuno tessa il suo filo, ognuno svolga la parte che gli compete, poi si vedrà. Tuttavia resta il dubbio: durera?