

di Peppe Papa
Meno male che doveva essere un’alleanza di scopo solo per mettere a posto i conti dello Stato, tagliare il numero dei parlamentari , varare una nuova legge elettorale e immediatamente ritornare al voto. Il governo Conte 2 formato da M5S, Pd e LeU promette, invece, di durare a lungo andando al di là delle ragioni che lo hanno inaspettatamente reso possibile.
E’ il Partito democratico, manco a dirlo, che si sta spendendo in queste ore per cercare di estendere l’esperienza romana anche sul territorio, a partire dalle prossime elezioni regionali in Umbria, Calabria e Emilia Romagna.
Poco più di una suggestione finora, sdegnosamente rimandata al mittente dai Cinquestelle, che ha prestato il fianco, come facilmente si poteva prevedere, alla percezione da parte dell’opinione pubblica di un partito attaccato al ‘potere per il potere’, disposto a svendere i propri “valori non negoziabili” pur di stare sulla plancia di comando.
Bersaglio facile di Salvini e della sua propaganda, oltre che esposto alle umiliazioni inferte dai suoi nuovi compagni di avventura che hanno potuto rispolverare nell’occasione un po’ di sano populismo prima maniera.
Così, la proposta di andare fino in fondo con M5S, illustrata dal ministro della Cultura, Dario Franceschini in una intervista a Repubblica qualche giorno fa ha ricevuto il “si può fare” del segretario, Nicola Zingaretti, uno di quelli nel Pd che voleva andare al voto subito e che suo malgrado si è dovuto allineare alla vulgata della maggioranza dei suoi e alle sollecitazioni provenienti dai padri nobili del partito.
“L’idea di Franceschini è corretta” – ha detto il leader dem – certo bisogna rispettare le realtà locali, ma se governiamo su un programma chiaro per l’Italia, perché non provare anche nelle Regioni ad aprire un processo per rinnovare e cambiare?”.
Immediata è arrivata la replica dei grillini che hanno snobbato l’apertura del segretario e hanno rimarcato le differenze sostanziali che li separano rimarcando quelle che sono dal loro punto di vista “le priorità da affrontare e i provvedimenti da realizzare in tempi celeri a favore dei cittadini” che sono il loro faro.
“Abbiamo già detto chiaramente – ha fatto sapere ad esempio, un infastidito Manlio Di Stefano, ex sottosegretario agli Esteri – che non è possibile per noi, non è previsto dal nostro statuto e non c’è alcuna volontà di farlo, quindi l’argomento per noi non esiste nemmeno”. “Il Movimento non fa alleanze con altri partiti di professionisti della politica” le ha fatto eco la capogruppo in consiglio regionale della Liguria, Alice Salvatore, “vogliamo vincere da soli”, mentre il suo collega alla Regione Emilia Romagna, Andrea Bertani è stato perentorio, “tra il M5S e il Pd in Emilia non c’è nessun ponte aperto in vista delle prossime regionali, le visioni sono e restano lontane”.
Tanto determinato snobismo nei propri confronti non ha però smontato i democratici che, rasentando il ridicolo e l’umiliazione, hanno provato a convincere i riottosi alleati a ripensarci.
Walter Verini, esponente di spicco del partito e commissario straordinario della federazione umbra, ha spiegato agli ‘amici’ pentastellati che un’alleanza alle regionali non contraddirebbe il loro statuto perché “essa avrebbe un carattere civico” e che, pur se il tempo per le decisioni è breve, sono disposti ad aspettare: “se c’è la volontà, si può fare”. Quasi uno zerbino, insomma, e fa specie pensare che sia una strategia per irretire e fagocitare i “ragazzotti” movimentisti.
Nessun dubbio sul fatto che sarà un’impresa improba governare insieme a chi crede alle scie chimiche, che l’uomo non ha mai messo piede sulla Luna e propugna la decrescita felice (solo per gli altri, ci mancherebbe).
Come la metteranno sui dossier aperti sul lavoro, la sicurezza, le infrastrutture, i trasporti, le concessioni stradali, quota 100, reddito di cittadinanza, fisco, finanza, su cui le posizioni sono diametralmente opposte e non sono mancate in questi giorni le prime avvisaglie degli scontri a venire, è un mistero.
La priorità sembra quella di dovere stare a Palazzo, anche a dispetto dei Santi, perché è la missione che gli è stata assegnata dalla storia. Forse sarà vero, chissà. Per ora va bene così, almeno finché dura.