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L’EDITORIALE (di Gaetano Piscopo) Democrazia e ‘sesto potere’: fake news, ecco come uscirne

di Gaetano Piscopo

Sembra essere passata una eternità. Nel secolo scorso ci si interrogava su come i mass media potessero influenzare l’opinione pubblica definendo in genere l’editoria il “quarto potere”. Poi l’avvento e la diffusione delle Tv commerciali hanno prefigurato il “quinto potere”. Tant’è che per qualche decennio si è parlato del conflitto di interessi di Berlusconi che da leader politico era anche concessionario di canali televisivi.

L’avvento del web nei primi anni duemila è stata una vera rivoluzione. La nascita e rapida diffusione delle comunità online ha stravolto l’approccio per la comunicazione politica. I risultati sono più che evidenti, tanto da far definire questo fenomeno il “sesto potere”molto più efficace e potentedei precedenti.

Il 65% della popolazione italiana utilizza il web. Una percentuale elevatissima se raffrontata a lettori di giornali o fruitori di programmi socio politici sui mezzi tradizionali. Se nei primi anni l’accesso alla rete web era appannaggio di una fascia di popolazione con un livello medio alto di scolarizzazione, oggi i social sono diffusi in tutti gli strati sociali senza distinguo. Il modello è quello di una comunicazione che ha tempi di consumo rapidi e non gradisce altre forme espressive in cui i contenuti non siano sintetici e sincopati.

Il successo è stato enorme tanto è che negli ultimi dieci anni la rete ha determinato una nuova classe dirigente che riflette esattamente la logica fondante della rete web.

Con la nascita dei social media ormai nessun politico può esimersi da gestire degli account in uno o più profili, o pagine.  

Ma se è vero che lo storytelling è diventato lo strumento con il quale il politico costruisce la sua immagine sul web e la associa a dei valori facilmente riconoscibili dagli elettori, oggi è altrettanto evidente che i veri protagonisti sono i web marketing manager che non si limitano a predisporre una strategia di comunicazione, ma a renderla virale attraverso la creazione di migliaia di falsi profili che amplificano la diffusione di messaggi e notizie non sempre veritiere.

Fonti digitali che funzionano solo su basi algoritmiche mediante lo “spacchettamento” del prodotto informativo e da una fruizione frammentata dei contenuti (articoli, commenti, video, post, ecc.).

Le piattaforme digitali fungono da intermediari per l’accesso all’informazione online da parte dell’individuo, accesso che molto spesso è frutto anche dell’incidentalità e casualità della scoperta delle notizie da parte dello stesso cittadino, che peraltro rischia di non avere piena consapevolezza circa la natura e la provenienza dell’informazione. 

In passato la comunicazione politica era oggetto di studi nelle principali discipline della scienza sociale: sociologia, psicologia sociale, antropologia, semiotica e scienze politiche. Il tutto per stabilire una relazione fra politica e cittadino attraverso un attento studio dei messaggi da veicolare sui mass media.

Oggi i nuovi mezzi impongono per forza di ragionare attraverso l’uso di metafore e immagini che rendano più veloce il processo di apprendimento di una notizia da parte degli user. Ne consegue una comunicazione politica sempre più breve, che necessita di slogan e motti che si spogliano di contenuti, ma sono altrettanto efficaci.

Il successo di questi messaggi è un fenomeno in parte legato all’analfabetismo funzionale di ritorno, ossia l’incapacità di astrarre concetti dopo aver effettuato una lettura critica della realtà.

Dopo la mozione della Senatrice Liliana Segre per una commissione parlamentare sull’antisemitismo per una campagna sui social di odio e minacce e a seguito della proposta dell’onorevole Luigi Marattin di un disegno di legge per l’obbligo di identità sui profili social, mi è sembrato opportuno fare qualche riflessione su un dispositivo, “il web”, che è nato come strumento di democrazia partecipata e rischia di trasformarsi nel luogo dei “bug” di disinformazione.

Certo soprattutto su Facebook il fenomeno ha raggiunto livelli preoccupanti. Ci sono pagine e profili che condividono notizie false e spesso da contenuti offensivi e lesivi di persone prese di mira, sono le ormai note “fake news”, provenienti da blog fantasmi, che hanno l’obiettivo di suscitare emozioni negative, quali sconforto, sfiducia, odio e rabbia nei cittadini.

Seppure è vero che le fortune dei penta stellati prima e di Salvini dopo hanno proprio origine dal sapere utilizzare questi nuovi mezzi non sempre in modo trasparente e lecito, per i democratici e liberali questa battaglia di legalità non può trasformarsi in una semplice richiesta di censura.

Piuttosto bisogna mettere sotto pressione i proprietari dei canali digitali perché vi sia un loro controllo delle fonti di informazioni utilizzate e delle espressioni lesive ed offensive. Insomma se Facebook, Twitter, Instagram… verranno equiparati agli editori condividendo le responsabilità civili e penali con i blog che pubblicano le notizie, forse il fenomeno potrà essere almeno ridimensionato.

Si dirà che la colpa non è del mezzo, ma dalle modalità di utilizzo. Tuttavia seppure parliamo di veicoli commerciali fondati sulla moltiplicazione del business, in questo caso il web e in particolare i social che sono utilizzati per la costruzione del pensiero del cittadino, devono essere un luogo democratico di partecipazione e confronto, e perciò utilizzati nel rispetto di chiare regole di trasparenza. Diversamente è la barbarie.

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