

di Gaetano Piscopo
Il caso dell’Ilva di Taranto in questi giorni è l’esempio più eclatante per descrivere l’inadeguatezza dei Pentastellati al governo.
Il Movimento è combattuto al suo interno da due fazioni radicali contrapposte che sul piano decisionale hanno numeri determinanti per la tenuta del governo. Una è nostalgica dell’alleanza con la Lega, l’altra legata alla originaria anima di ambientalismo estremo, quelli che hanno teorizzato la “Decrescita felice” come unica soluzione di tutti i mali generati dalle culture industriali e produttive.
A lanciare la sfida è stata la senatrice Barbara Lezzi (ex ministro Cinque Stelle) che, togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, ha costretto il Movimento a riproporre l’abolizione dello scudo penale per gli interventi di risanamento da porre in essere per l’Ilva. A dire il vero lo avevano già fatto con il governo giallo-verde per poi rimangiarsi il provvedimento due mesi dopo.
Delle due l’una. O si decide di essere per la chiusura della più grossa acciaieria d’Europa per ragioni ambientali, oppure si consente a chi prende in carico un polo così importante, di avere una forma di tutela nella fase di messa in sicurezza con nuove tecnologie per gli impianti ormai obsoleti.
Il governo Renzi, dopo che sia la vecchia proprietà dei Riva che i commissari governativi subentrati subivano un giorno sì e l’altro pure sequestri dei forni e delle linee di produzione da parte degli organi giudiziari, con l’approvazione di un progetto graduale di bonifica e adeguamento tecnologico dell’impianto, offriva questa protezione rispetto alle passate responsabilità ai nuovi gestori, sia pubblici che privati, con l’obbligo di adempiere agli impegni di risanamento.
Con l’abolizione di questo scudo abbiamo offerto un chiaro pretesto ad ArcelorMittal a defilarsi da un accordo tanto costoso quanto problematico in una fase di difficoltà, determinata dalla nuova crisi di mercato e dalla politica scellerata dei dazi imposta da Trump che fa lievitare i costi della materia prima.
Chi sta facendo la campagna di smantellamento di questo polo industriale facendosi scudo delle trecento vittime in dieci anni per l’inquinamento prodotto dimentica non solo le 20.000 famiglie che direttamente e indirettamente producono reddito grazie all’Ilva, ma soprattutto non tiene conto di quanto strategico sia sul piano industriale avere questo polo che pesa dell’1,5 sul Pil nazionale.
All’inizio del 1960 la popolazione tarantina tutta inneggiava lo slogan “Taranto non vuole morire” per simboleggiare la forte richiesta di localizzare a Taranto il quarto centro siderurgico del paese (quarto in ordine di tempo, dopo quelli di Cornigliano, Piombino e Bagnoli), il più grande di tutti.
Era la richiesta di una popolazione che voleva cogliere i vantaggi di una industrializzazione alternativa alla povera economia rurale del territorio.
Questo slogan si ripete come un mantra cinquant’anni dopo, ma questa volta la città è divisa in due fazioni che hanno la medesima parola d’ordine. Quella ambientalista che vuole recuperare un più adeguato livello di vivibilità da una parte, dall’altra quella delle famiglie (oltre il 25% della popolazione) che vogliono mantenere i livelli occupazionali per sopravvivere ad una prospettiva di impoverimento.
Qualche giorno fa ho sentito Luigi Di Maio in un’intervista pronunciare queste parole: “uno statista non fa calcoli elettorali, ma pensa alla prospettiva delle future generazioni”. Credo proprio che l’abbia sparata grossa.
Se oggi siamo in queste condizioni di sperimentazioni improntate sulla improvvisazione e sulla incapacità di leggere la storia, le tendenze del mercato, la necessità e i bisogni stabili di una popolazione è proprio per la mancanza di statisti che hanno la capacità di mediare e proporre soluzioni di prospettiva.
Il governo giallo rosso ha come unico collante la possibilità di arginare la scalata di Salvini, eppure sta offrendo su un piatto d’argento l’incremento di consenso ad una destra che con pochi e semplici messaggi illusori è capace di canalizzare il malcontento.
Di fatto gli alleati del Movimento oltre a non riuscire a determinare elementi concreti di discontinuità si limitano in ragione di ricatti a votare provvedimenti e una legge finanziaria che non risponde alle proprie chiare posizioni da sempre espresse. Oltre al caso ILVA gli esempi sono vari.
La Plastic Tax che penalizza innanzitutto una regione, l’Emilia Romagna prossima al voto, che detiene una grossa fetta dell’intera produzione, e un settore con 162.000 addetti e 32 miliardi di fatturato.
Quota 100 che in termini concreti è rivolta a una fetta ridotta di beneficiari (120.000) con un costo solo per la prossima annualità di oltre 9 miliardi. Una cifra importante se inserita nei benefici di detassazione dei redditi di lavoratori e pensionati.
Chi prova a mettere in discussione ciò viene percepito come elemento di fibrillazione e destabilizzante. Detto dal Pd, è preoccupante, soprattutto se intende estendere l’alleanza con i 5 Stelle sui territori, in assenza di una propria caratterizzazione nell’attuale alleanza.
Se il governo giallo-rosso non è capace di segnare nessuna differenza con quello giallo-verde le domande sono scontate. “Cui prodest” un’alleanza di facciata e non di sostanza? Qual è il ruolo del centro sinistra?
Il gioco è semplice. Mentre il Movimento pur ricattando su ogni provvedimento dove pone le sue condizioni, non ha nessuna intenzione di andare al voto, perché ormai svuotati di consenso, per gli altri si tratta di verificare chi per prima ne stacca la spina, anche se tutti cercheranno di addossarne a Matteo Renzi la responsabilità.
Eppure è l’unico che con chiarezza e senza mezzi termini ha sempre motivato questa scelta come unica possibilità di arginare l’ascesa di Salvini e di una destra sovranista. Non è lui che ha proposto un’estensione dell’alleanza nelle Regioni, ma ha sempre e pubblicamente espresso la sua posizione sull’inefficacia dei precedenti provvedimenti di governo, ha sempre palesato quali potevano essere gli elementi di distinguo (es. quota 100) e non sarà possibile levargli il ruolo di “impallinatore” che descrivevo in un articolo di due mesi fa.
Io non mi fiderei troppo dei sondaggi e in caso di elezioni le sorprese possono essere dietro l’angolo.