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SCUOLA 2.0 (di Maria Rosaria Forni) Prove Invalsi, cancellato il “curriculum dello studente”

Un emendamento al decreto Milleproroghe a firma dei deputati di LeU ne posticipa l’introduzione di un anno

di Maria Rosaria Forni

Un emendamento al decreto Milleproroghe, approvato in questi giorni dalla maggioranza di governo, cancella dal curriculum dello studente (che il D.lgs. 62/2017 aveva stabilito fosse rilasciato in allegato al diploma di maturità) i risultati conseguiti in seguito alla somministrazione delle prove Invalsi. Pertanto, le famiglie non potranno conoscere i livelli raggiunti dai ragazzi nei test di matematica, italiano e inglese obbligatori da quest’anno.

Questo emendamento, a firma dei deputati di LEU, fa sì che venga rinviato di un altro anno l’introduzione del cosiddetto “curriculum dello studente” previsto dalla riforma della Buona Scuola. In pratica viene abolito un allegato al diploma di maturità – un prezioso documento che rappresentava la parte più corposa e significativa del curriculum – che contiene tutte le esperienze, competenze e conoscenze accumulate dallo studente negli anni di scuola connesse ai suddette risultati, da presentare a Università e datori di lavoro.

Quest’anno, quindi, le prove Invalsi saranno dunque obbligatorie ma “secretate” restando solo come dati di sistema a disposizione del Ministero e delle scuole.

La prima considerazione che emerge è che la valutazione – cui si dovrebbe sottoporre l’ intera unità scolastica con la massima trasparenza – non piace alla scuola, per forma e sostanza. Mentre essa sarebbe fondamentale per capire quali sono le ragioni per cui, talora a pochi chilometri di distanza, può capitare che una scuola abbia ottimi risultati e un’altra no e, dunque, utile anche al fine di colmare i divari territoriali tra Nord e Sud del Paese.

Nel mondo dell’università, invece, già vige in varie forme il concetto di valutazione. Avere risultati precisi e disporre di dati attendibili significa fornire a tutti gli studenti uno specifico supporto al fine di migliorare le proprie prestazioni perché ogni scuola ha le sue caratteristiche che non sono assolutamente tutte uguali.

Si tratta quindi di un’analisi di “secondo livello”che assume come oggetto specifico d’indagine il cosiddetto “valore aggiunto” della scuola, primo indispensabile presupposto per contrastare gli scarsi risultati che, per il loro carattere strutturale, richiedono un miglioramento della pratica scolastica, non di tipo “aggiuntivo” ma capace di investirne gli aspetti costitutivi (il modo di progettare, insegnare, valutare, aggiornare il personale da parte delle scuole).

Le unità scolastiche dovrebbero definire e mettere in campo nelle diverse situazioni concrete un’autovalutazione sistematica delle pratiche professionali agite: solo allora potranno adire ad un percorso di valutazione.

Ciò alla luce del fatto che solo un cambiamento che parta dall’interno dei soggetti e dei luoghi del “fare scuola” possa produrre miglioramenti reali e controllabili quali quelli richiesti anche dall’Unione Europea.

Si tratta di un modello di governo democratico del servizio d’istruzione, che potrà diventare progressivamente una realtà se e quanto più i soggetti chiamati a realizzarlo (le scuole, gli uffici regionali e gli enti territoriali) assumeranno come proprio riferimento e criterio non astratte prerogative ma la finalità costituzionale dell’istruzione come strumento di cittadinanza consapevole delle nuove generazioni.

Il risultato generale più esplicito ed organico di tale rinuncia (non rendere partecipi le famiglie dei livelli raggiunti dagli studenti nelle prove Invalsi) è la teorizzazione dell’improponibilità stessa della correlazione tra esiti scolastici e processi professionali intenzionali attivati dalla scuola (Damiano), motivata con la tesi che quest’ultima è solo una delle variabili che incidono sui risultati scolastici.

Tesi invero alquanto singolare, soprattutto in chi denuncia l’autoreferenzialità della scuola, perché se è del tutto evidente che essa è solo una delle variabili che incidono sui risultati scolastici degli allievi, ciò di per sé non rende affatto infondata, e ancor meno improbabile per principio, un’indagine sul rapporto tra esiti degli allievi e pratiche scolastiche.

In realtà tale visione era ed è la radice e la matrice della storica “autoreferenzialità” della scuola tanto apparentemente criticata, che poi altro non era (e non è) che un modo di giustificare e riprodurre la sua parzialità sociale.

Lo dimostra il fatto che oggi, in forme “nuove”ed anche talora “accoglienti”, il sistema scolastico continua ad agire come elemento di riproduzione dell’esclusione sociale, come dimostrano accurate indagini anche recenti sul carattere socialmente predeterminato degli esiti scolastici e dei destini sociali degli allievi, senza alcun coinvolgimento attivo delle famiglie, tant’è che i risultati appunto rimarranno “secretati”.

Per giungere ad un reale cambiamento progettato della pratica scolastica complessiva sarebbe opportuno che i suoi metodi ed i suoi risultati venissero offerti alla riflessione di altre agenzie formative (in primis le famiglie) ed al confronto con tutte le scuole della Regione. Si auspica che questo cambiamento possa essere progettato però dagli stessi soggetti della pratica educativa e formativa: le unità scolastiche, come soggetti istituzionali primari e i docenti ed i dirigenti come concreti primari professionisti del servizio d’istruzione.

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