

di Pasquale Bello
Mentre in Italia si discute della c.d. “Fase 2”, di ripartenza dopo le chiusure della stragrande maggioranza delle attività commerciali, tra ipotesi da “liberi tutti” e chiusure (legittime) di confini per evitare ulteriore diffusione di contagi, mentre ancora non è chiara la portata dei disastri provocati dalla pandemia da Coronavirus (ne conosceremo i dettagli solo tra qualche mese), mentre si è del tutto sottovalutata la componente psicologica e delle conseguenze di questo isolamento sociale imposto per ragioni di “sicurezza nazionale” (sembra quasi di leggere la trama di uno di tanti film americani), pochi attenti – perché definirli illuminati sarebbe eccessivo – si interrogano su un aspetto fondamentale: ripartiamo per tornare al passato oppure prendiamo foglio e matita ridisegnando il nostro futuro? A noi, e soltanto a noi, spetta tale scelta.
Alzi la mano chi era del tutto soddisfatto della vita e del mondo che abbiamo lasciato alle spalle da quando tv, radio, giornali e social ci hanno informato del primo positivo in Italia da Covid-19, un 38enne di Codogno (nemmeno sapevo dove si trovasse).
Come siamo giunti alla “Fase 2” lo sappiamo tutti, tra decisioni discutibili del governo centrale e quelle dei vari governatori di regione che provavano a limitare i danni (Dio salvi il presidente De Luca!).
Mentre trascorrevamo il tempo tra un bollettino della Protezione Civile, una diretta nazionale del Premier, esperimenti culinari e lezioni di fitness domestiche, la natura si riappropriava nei propri spazi, approfittando dell’assenza dell’uomo. Ma questo è un altro discorso che lascio volentieri a chi ne sa più di me…
Numerose, e tutte degne di nota, le esperienze di volontariato e di welfare che sono nate spontaneamente in questo tempo, quasi a dare dimostrazione (l’ennesima) che quando esiste una condizione di emergenza, l’impegno per il prossimo si attiva rapidamente.
Come sottolineato da Massimo Novarino (Forum Nazionale Terzo Settore), l’impegno sociale – inteso come volontaria e autonoma propensione a prendersi cura dell’altro dato che l’essere umano è un “animale sociale” – è per sua natura pre-giuridico, a prescindere da una qualsiasi eventuale legge che lo riconosca (ricordo che l’impegno sociale non fu cambiato neanche dalle leggi fasciste, che ebbe il solo risultato di renderlo clandestino e partigiano). L’impegno sociale c’era, c’è, e ci sarà; non viene fondato da una legge che poi lo plasma e lo cambia a suo piacimento.
Ora siamo dinanzi alla lavagna libera da gesso, ad una serie di fogli bianchi e abbiamo a disposizione decine di matite e colori, siamo quasi alla tabula rasa. Abbiamo una grandissima opportunità che sa di libertà mai vissuta prima per tante generazioni. Possiamo decidere come disegnare il nostro futuro.
Quale “economia” vogliamo? Non ci spaventi il termine, né le sfide che ci attendono. L’economia è uno strumento creato dall’uomo e potrebbe diventare uno dei concetti più belli se ne sfruttassimo le potenzialità. Abbiamo, insomma, un monitor vuoto con il cursore che lampeggia, sta a noi la capacità di scrivere un nuovo software.
Come ha suggerito Muhammad Yunus (per chi non lo conoscesse è l’ideatore e realizzatore del microcredito moderno ed insignito del Premio Nobel per la pace nel 2006), occorre ripartire da una consapevolezza sociale. I governi, ed il nostro in particolare, devono garantire una ripresa diversa rispetto al passato.
Il pianeta si è ripreso velocemente. E’ giunto anche il momento delle donne e degli uomini che lo abitano.
Si dovrà far ripartire le imprese e crearne di nuove in grado di rendere la ripresa non solo possibile, ma davvero migliore. Il rilancio post Covid-19, un moderno piano Marshall, non potrà prescindere da un aspetto fondamentale: mettere al centro di ogni decisione e di tutti i processi decisionali politici una nuova consapevolezza sociale e ambientale.
Si parta dall’Impresa Sociale, il cui oggetto sociale è stato integrato e migliorato nell’ultima riforma del Terzo Settore rispetto all’iniziale declinazione del D. Lgs. 155/06. Uno strumento dall’enorme potenziale (ancora inespresso del tutto in Italia) che, in estrema sintesi, può intervenire in numerosi ambiti di attività, e non solo per risolvere problemi alle persone comuni, ai cittadini e non agli “utenti” (servizi socio sanitari ed educativi), ovvero: salvaguardia delle risorse naturali e del paesaggio, attività culturali, radiodiffusione, cooperazione allo sviluppo, commercio equo e solidale, inserimento lavorativo, alloggio sociale, accoglienza umanitaria, microcredito, agricoltura sociale. Moderni organismi, insomma, che non generano utili ma benessere.
Si punti con maggiori investimenti sulle nuove Cooperative di Comunità, il cui disegno di legge è stato di recente approvato dal consiglio regionale della Campania (L.R. 2 marzo 2020 n. 1) che operano in aree urbane degradate per contrastare i fenomeni di spopolamento, declino economico, degrado sociale o urbanistico. Si incentivi la nascita di sempre nuovi e positivi Servizi di Prossimità.
Il momento è storico, il contesto è favorevole, gli amministratori (regionali e nazionali) possono finalmente inserire nelle loro agende questa priorità affinché le Imprese Sociali siano poste in condizione di fare quello per cui sono nate, ovvero assumersi la responsabilità sociale della ripresa e scrivere quello che sarà il nuovo welfare, moderni programmi di tutela ed assistenza per nuovi e diverse utenze sconosciute o invisibili prima della pandemia.
Innanzitutto occorrerebbe sbloccare le centinaia di milioni di euro di cui molte imprese sociali sono creditrici verso le PA.
Una volta ristabilita questa equità e ridata dignità al settore, sarebbe auspicabile ed utile creare dei fondi a livello centrale e locale, stimolando il privato, le fondazioni, le istituzioni finanziarie e i fondi di investimento a fare altrettanto.
Incoraggiare le imprese tradizionali a trasformarsi in imprese sociali o a stringere accordi con partner, aziende e soci che operino a questo livello, così che tutte siano spronate ad avere una divisione che si occupa di social business o a dar vita ad Enti sociali che operino in joint venture con altre imprese di questo tipo.
Lo sforzo più grande è ripensare l’economia, riscriverne le regole. Non più il vecchio “must” della massimizzazione dei profitti, ma generare benessere sociale che sia duraturo.
Saranno pronti i nostri governi ad attuare questa rivoluzione copernicana? Troveremo politici illuminati in grado di sostenere, patrocinare e perorare, ai vari livelli, tale cambiamento?
Ai posteri (in questo caso non molto lontani del tempo), l’ardua e definitiva sentenza.
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Analisi lucida e costruttiva di estrema lungimiranza, il terzo settore scheletro sempre retto di un corpo troppo spesso fragile e provato