

GRAZIELLA PAGANO
di Graziella Pagano
Nel 2016 il Parlamento approva la Riforma Costituzionale più vasta della Storia repubblicana. Dopo gli innumerevoli tentativi fatti da numerose commissioni (De Mita-Iotti, D’Alema-Berlusconi, bozza Violante per citare le più recenti) si arriva finalmente a consegnare al Paese un assetto istituzionale rinnovato, ma rispettoso dei pesi e contrappesi.
Vale la pena ribadirne i punti:
Riforma del Senato con l’abolizione del bicameralismo perfetto, già questione dirimente dei padri costituenti; conseguente taglio dei Senatori (100) a costo zero perché scelti tra i consiglieri regionali; equilibrio della rappresentanza uomo donna; revisione del titolo V nel rapporto stato Regioni ribaltando, per esempio nella Sanità, il potere dello Stato che decide e le Regioni che eseguono.
Immediatamente al grido “Non si tocca la Costituzione più bella del mondo” si costituisce un comitato trasversale contro il voto positivo, ovviamente con la promessa che “in un mese si sarebbe fatta la legge elettorale e in un anno una bella riforma di sistema” (cit.)
Sappiamo come è andata, la riforma è ritornata nel cassetto!
Oggi 2020 ci troviamo a dover decidere se avallare con un Sì un manifesto anticasta frutto della furia iconoclasta dei 5Stelle che se non sono riusciti ad aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, certamente hanno attentato alla centralità delle Camere fino a spacciare per riforma epocale una sforbiciata al “poltronificio” senza preoccuparsi degli squilibri disastrosi derivanti da questa proposta.
Il suo iter in Parlamento è stato travagliato con la ferma opposizione del centro sinistra che con forza ha ribadito nel dibattito che senza correttivi essenziali il testo non era votabile.
Alla quarta votazione lo scenario cambia e la ‘riforma ‘ entra come trattativa per la formazione del nuovo governo. Si vota Sì con l’impegno a lavorare ad una nuova legge elettorale e ad apportare gli aggiustamenti necessari.
Finora questo non è avvenuto e capisco l’imbarazzo di chi come Zingaretti decida per il Sì.
E l’imbarazzo diventa anche patetico con la corsa a discutere in commissione a tempo scaduto la legge elettorale
Appartengo a quel gruppo di Riformisti che si sono battuti per le riforme e mi dispiace che molti di essi pensano che votando Sì si apra la strada a una riforma più consistente. Io non lo credo e la storia parlamentare più recente lo conferma.
Pacta sunt servanda dice Franceschini, ma i patti sono tali se sono onorati da tutti. Soprattutto, si sciolgono se fanno male alla democrazia del nostro Paese.