

di Gaetano Piscopo
Ero abituato a essere definito un uomo dall’atteggiamento “positivo”. Un modo per descrivere il mio ottimismo nell’approccio con il lavoro, nel rapporto con gli altri.
Poi scopri di esserlo per aver contratto il virus e questo vocabolo assume un altro significato. Contagiato non sai come e dove e vivi una brutta esperienza difficile da raccontare.
Mi dicevano di stare attento per i miei precedenti deficit e lo sono stato nei limiti del possibile. Ho continuato a lavorare con tutte le prudenze evitando incontri superflui, sapendo che dal tuo lavoro dipende anche la condizione di altri.
Tutto comincia con dolori articolari che avevo imputato ad una reazione al vaccino influenzale fatto da pochi giorni. Subito dopo la febbre, che non scende con la Tachipirina, poi la spossatezza, la mancanza di olfatto, del gusto e capisci di aver contratto il virus. Il tampone fatto dopo qualche giorno lo ha solo confermato, ma nel frattempo comincio subito la terapia di attacco consigliata dal mio medico.
Come si fa a descrivere quello che provi? Ad ogni respiro affannoso corrisponde un dolore e i primi giorni ti senti perso con il terrore di dover ricorrere a cure ospedaliere. Poi le rassicurazioni e i consigli del medico che ti chiama durante il giorno, interpreta i tuoi sintomi e ti trasmette quel senso di protezione e di accudimento indispensabili.
Già, il medico di famiglia, Carlo Piccolo, che devo ringraziare per la sua professionalità e umanità e che mi ha emozionato quando pubblicando una poesia ti dice di dedicarla anche a te.
Una poesia di Herman Hesse che recita così:
Tienimi per mano al tramonto,
quando la luce del giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle…
Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto…
Tienimi per mano…
portami dove il tempo non esiste…
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano…
nei giorni in cui mi sento disorientato…
cantami la canzone delle stelle dolce cantilena di voci respirate…
Tienimi la mano,
e stringila forte prima che l’insolente fato possa portarmi via da te…
Tienimi per mano e non lasciarmi andare…
mai…
Una poesia da dedicare a tutti quelli che stanno provando in solitudine l’angoscia del contagio.
Ho vissuto altre stagioni di battaglie. Ho combattuto contro il cancro. Ho già provato la paura.
Ma questa esperienza è diversa, il virus oltre al dolore ti toglie la cosa più preziosa “il respiro”. Ti trasmette insicurezza e timore per non essere capace di prevederne l’evoluzione. Poi le condizioni esterne anche del sistema sanitario accentuano il tuo disagio e le tue paure.
Non so i danni provocati e quali segni potrà lasciarmi questo virus, ma nelle lunghe ore che trascorri con te stesso ti capita anche di provare un certo disagio pensando di essere stato più fortunato di tanti che vivono questa esperienza. Lo sei perché hai gli spazi giusti per te stesso, perché sei circondato da affetti ed attenzione, perché hai trovato l’ossigeno, insomma perché hai potuto curarti a casa senza dover ricorrere al ricovero.
Ho sentito il bisogno di condividere questa mia esperienza per diversi motivi.
Prima di tutto per far capire meglio che nessuno è immune da questo virus e che non si può pensare che tanto a te non capiterà. Ma soprattutto testimoniare l’importanza della medicina territoriale come unico filtro alla corsa in ospedale.
Proprio quella medicina di base che vantavamo come “eccellenza” e che negli anni è stata distrutta da tagli incomprensibili, ma ci saranno altre occasioni per dire quello che penso sulla incapacità acclarata di governare questa difficile fase sia sul piano nazionale che locale.