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Conte out, populisti addio (forse)

Il premier camaleonte della stagione populista, senza maggioranza e mezzo parlamento contro, costretto a farsi da parte. Serve un nuovo paradigma per cogliere l’opportunità del colossale piano di aiuti di Bruxelles per far ripartire il Paese e proiettarlo nella modernità. Franceschini a Palazzo Chigi?

di Peppe Papa

Conte ha finalmente i suoi costruttori. La truppa di peones che già avevano votato la fiducia al suo governo in Senato si sono “palesati”, riuscendo a formare il gruppo, grazie al prestito del Pd di una sua senatrice per raggiungere il numero fatidico di dieci necessario. Potranno partecipare, dunque, alle consultazioni avviate dal capo dello Stato con le forze politiche in parlamento e ribadire il loro sostegno al premier uscente.

Una bella soddisfazione, ma che non sposta di una virgola le possibilità di ottenere il reincarico, nonostante in giornata sia arrivato il convinto sostegno da parte di Zingaretti nel corso del suo intervento alla direzione dem.

Per lui la partita sembra finita, senza maggioranza e mezzo parlamento contro, mentre crescono anche tra i suoi quelli che già guardano oltre decisi a non immolarsi in sua difesa, sarà costretto a farsi da parte chiudendo definitivamente la stagione del populismo al potere.

Riforme vere contro assistenzialismo, competenza contro approssimazione, politica contro antipolitica, capacità d’azione contro immobilismo, europeismo contro nazionalismo. La possibilità di archiviare i quasi tre anni di Conte, cogliendo l’opportunità del colossale piano di aiuti di Bruxelles per far ripartire il Paese e proiettarlo nella modernità.

E’ questa la sfida che si trovano a dovere affrontare le forze politiche dal Pd ai Cinquestelle, da Italia Viva alle componenti moderate dell’opposizione per rispondere alla crisi innescata da Matteo Renzi, cui va il merito, comunque la si pensi sul personaggio, di avere avuto il coraggio di porre al centro la questione del cambio di paradigma, una volta per tutte.

Se Conte è il problema, via Conte, il leggendario “punto di equilibrio” che con smanie peroniste tiene ingessato il Paese. Le sfide con il senatore di Rignano, malgrado l’appoggio incondizionato da parte di media e opinione pubblica, le ha perse tutte, dimostrando supponenza e mediocre visione politica.

E’ normale che si faccia da parte, a prescindere dalle lisciate di pelo di Pd e M5S, i quali, smesse le minacce di elezioni anticipate e pur continuando a mantenere toni ostili nei suoi confronti, hanno riaperto al dialogo con il leader di Iv.

Anche loro spalle al muro devono rivedere i propri piani e dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale, dovranno sedersi al tavolo e trattare, probabilmente anche con il “mostro” Berlusconi.

I pentastellati, almeno quelli con più sale in zucca, digeriranno pure questa, ormai ci hanno fatto l’abitudine, in fondo una delle alternative all’attuale premier potrebbe essere uno dei loro, anche se sotto tutela, se non altro per provare a salvare la faccia.

C’è chi parla, invece, di Dario Franceschini, tra i primi nomi tra l’altro proposti da Renzi per un eventuale passaggio di mano a Palazzo Chigi, che gode di un forte gradimento trasversale.

Non gli manca l’esperienza, è un brillante mediatore, ben agganciato con i poteri che contano, in “eccellenti rapporti – come riporta Italia oggicon Giancarlo Giorgetti e Silvio Berlusconi”, e molto gradito a Sergio Mattarella.

In possesso delle necessarie qualità, insomma, per metter intorno a un tavolo tutti e cominciare a ragionare da adulti. E chissà che questa prova non possa rappresentare, se gli dovesse riuscire l’impresa, la conquista dei galloni per aspirare al Colle, che sogna da bambino.

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