

di Peppe Papa
Il voto su Rousseau partito alle 10 di questa mattina, dopo la sospensione decisa ieri che aveva scatenato le ire della base, tanto da indurre alla marcia indietro lo stato maggiore M5S, compreso Beppe Grillo, si è concluso con la vittoria dei Sì a larga maggioranza (59,3%9.
Il “garante” questa volta era davvero preoccupato. Prima di dare il via libera alla consultazione, si era visto costretto a telefonare Draghi per chiedergli un segnale che lo potesse aiutare a convincere i seguaci più riottosi. Segnale puntualmente arrivato, con la promessa dell’istituzione di un ministero per la “Transizione ecologica”.
Dunque, la grande pagliacciata pure questa volta è andata in scena e alla fine anche i Cinquestelle saranno della partita. Anche se una cosa è certa, per loro la strada verso l’oblio sembra definitivamente imboccata.
E il primo a capire che la ‘truffa’ stellata, perpetrata a danno degli italiani, non regge più è stato chi il Movimento lo ha inventato. A Grillo è apparsa subito chiara la portata storica del momento politico, da rendere non più tollerabile, sospendendola d’imperio, la “commedia Rousseau“, che impediva la nascita del nuovo esecutivo..
Salvare il salvabile, questo l’imperativo. Soprattutto in considerazione del fatto che, anche senza l’apporto del M5S, il governo si sarebbe fatto lo stesso e loro non avrebbero più toccato palla.
Per questo il ‘guru’ genovese è sceso precipitosamente a Roma, come fa sempre per le ‘grandi occasioni’, ad incontrare personalmente il premier incaricato e invitare i suoi a sostenerlo senza riserve. L’unico modo per sopravvivere e non essere ingoiati dal buco nero dell’irrilevanza.
Insomma, la consapevolezza di dover rivedere il format movimentista, cominciando dal decidere se stare dentro, o fuori dai giochi a rivendicare una alterità ridicola che, insieme alla pandemia che ha fatto il resto accelerando il processo di disgregazione del sistema politico di cui sono stati protagonisti, ha contribuito a sprofondare nel suo punto più basso la vita del Paese. Be’, è finita.
Devono farsene una ragione, specie quelli che adesso strepitano e gridano al “tradimento” e che formano quella parte di Movimento tenuta fuori dal Palazzo, frantumatasi in mille pezzi in disputa tra loro per uno strapuntino di celebrità e speranza di futuro.
Ci ha provato in tutti i modi Grillo, rimasto sorpreso dalla vemenza del dissenso, a cercare di convincere i recalcitranti portavoce a soprassedere al referendum interno, assicurando che il “banchiere di dio è in realtà un grillino”, ma non c’è stato verso. E questa volta l’esito non era scontato come tutte le precedenti occasioni. Per fortuna gli è andata bene, segno che il suo ascendente ancora funziona.
Una sconfessione della linea avrebbe rappresentato la definitiva deflagrazione del fenomeno Cinquestelle. Molti, la maggioranza dei parlamentari, avrebbero appoggiato comunque il governo, il resto si sarebbe affrancato con una scissione in nome dello spirito duro e puro delle origini. Invece, pericolo scampato per ora, pur se in tutti i casi un’epoca è finita.
Il vecchio M5S sarà archiviato nei libri di storia come quella creatura bizzarra, inventata dalla fervida fantasia di Casaleggio padre e dal rancore di un comico in ambasce, che aveva portato in parlamento strana gente no-vax, no-Tav, no-Tap, no tutto, teorici sostenitori della decrescita felice, delle scie chimiche nei cieli, dell’uomo mai sbarcato sulla luna e del complotto dei poteri forti per il controllo globale della popolazione.