

di Peppe Papa
Il M5S come nuovo correntone del Pd per contenderne la leadership e mutarne dall’interno l’identità, trasformandolo nel nuovo partito populista della sinistra, depurato dalla retorica del vaffa, che punti al governo del Paese.
E’ il vecchio progetto, tra l’altro mai nascosto, di Beppe Grillo cui, prima la segreteria di Zingaretti, poi quella di Letta, ha prestato il fianco con l’intento opposto, inconfessato e mal riuscito, di fagocitare il Movimento e riprendersi l’elettorato che lo aveva abbandonato.
Altro che alleanza strategica, il comico genovese vuole fare cappotto e rischia di riuscirci, se l’annichilita classe dirigente dem non corre ai ripari, anche se i segnali non sono per niente confortanti.
Soprattutto se una delle sue menti migliori, richiamata dal prestigioso Aventino parigino in cui si era ritirata, prosegue nell’insano proposito di stringere un patto privilegiato con chi gli ha già portato via mezzo elettorato.
Dovrebbe essere un motivo di preoccupazione constatare che, nonostante l’attivismo del neo segretario, le percentuali assegnate al Pd dai sondaggi lo tengono inchiodato a quel misero 18% del livello pre-crisi, di un’inezia più avanti dei ‘moribondi’ Cinquestelle al 17,5%.
I quali si stanno in fretta riorganizzando, nonostante le paturnie interne, approfittando della mancanza di qualsiasi forma di contrasto.
Diventare un partito vero con un tutti i crismi è ormai una questione superata, come superata quella del comando. Grillo ha designato Giuseppe Conte, l’ex premier ancora molto popolare, che a sua volta ha indicato la nuova road map.
Nel suo intervento davanti all’assemblea del M5S ha detto chiaramente in che modo vuole trasformarlo. Non ha parlato, intanto, agli attivisti e nemmeno in qualche modo ai ‘vecchi’ eletti, ha “bocciato l’antisistema” come posizione e rivolto lo sguardo al fronte moderato, sottolineando pure che “il partito cesserà di essere a costo zero”.
Ha confermato il perimetro delle alleanze nel centrosinistra, ribadito che la regola dell’uno vale uno è morta e sepolta e che in futuro varrà il criterio della competenza. Discorso chiuso anche con la piattaforma Rousseau e Casaleggio jr, impulso all’organizzazione sul territorio con annessa struttura di comando e stop a qualsiasi forma correntizia.
A queste condizioni, non c’è alcun motivo per il fluttuante ex elettore Pd, ritornare a casa trovandosi di fronte praticamente al suo replicante che, pur non avendo tenuto fede a tutte le promesse annunciate su trasparenza, legalità e giustizia, continua a conservare in parte il suo appeal di “novità politica”.
Due partiti, per molti aspetti simili, che sarà difficile tenere separati a lungo a contendersi lo stesso bacino di voti, uno di loro è di troppo, sarà gioco forza inevitabile, a un certo punto, unirsi per sfuggire entrambi al rischio di condannarsi all’irrilevanza.
Esattamente quello che va vagheggiando da anni Beppe Grillo arrivato per questo, in ultimo, a sbeffeggiare il Pd proponendosi di prenderne la guida dopo le dimissioni di Zingaretti.
Il piano del guru pentastellato è tanto esplicito, quanto incredibilmente ignorato dai capi dem, da far apparire un suicidio l’accondiscendenza di Letta che si è spinto, tanto per rendere il compito più agevole, a dichiarare di essere pronto a contendersi la leadership della coalizione con Conte sulla base di chi prende più voti.
Quelli, tanto per cominciare, degli ambienti popolari con cui la sinistra non parla da anni finiti nel frattempo nel calderone dei Cinquestelle, che toccherà andarsi a riprendere per sperare di spuntarla. Un’impresa, in tutta evidenza improba, ma nemmeno allo stato accennata visto l’andazzo.
Eppure sarebbe l’unica strada, oltre pescare nel campo dell’astensione, per provare a costruire quel partito del 25% e candidarsi a governare l’Italia alla guida del fronte progressista. Ma forse ha ragione Grillo, meglio affidarsi a lui che qualcosa sempre se la inventa, come fin qui ha dimostrato, anche se può risultare un disastro.