

di Peppe Papa
Sarà l’ansia da prestazione, la mitomania, o l’ego smisurato, Vincenzo De Luca somiglia sempre di più alla parodia che ne fa Maurizio Crozza, tanto da confondere tra i due qual è quello reale.
Il governatore della Campania che, durante tutto il periodo dell’emergenza sanitaria, è stato sempre un passo avanti al governo su qualsiasi decisione, dal lockdown durissimo, tanto da minacciare il “lanciafiamme”, alle misure di assistenza alla popolazione.
Ogni volta a rivendicare la sua maggiore competenza e determinazione, la lucidità ad affrontare una situazione di oggettiva difficoltà epocale a petto in fuori e con la concretezza delle soluzioni. Insomma, uno a cui lo Stato non serve, è d’intralcio: lasciassero fare a lui.
Così ieri mattina, a margine di una conferenza stampa in sala giunta, non ha perso l’occasione per ribadire la stessa canzone che ormai va avanti come un disco rotto.
Il suo bersaglio Palazzo Chigi, dove risiede quello che occupa una poltrona che ritiene dovrebbe essere la sua.
“Il contributo dello Stato alla pandemia è stato totalmente negativo. Il merito del commissariamento è zero” ha detto senza mezzi termini e tema di smentita, approfittando nel contempo di lanciare l’immancabile stoccata polemica ai media, sottolineando come “nel mondo dell’informazione circola oggi questa esaltazione del commissariamento”.
‘Ciechi servi del padrone’, come si fa a non capire di chi sono i meriti. “Il governo ha avuto un solo pregio – ha spiegato – quello di avere una linea di prudenza. Tutto quello che si è fatto – ha aggiunto – è in capo alle Regioni e specificatamente al personale medico”. In pratica, il compito del commissariamento “è solo di distribuzione”, più o meno “quello che fa Amazon”.
Ovvio che se avessero lasciato fare a lui organizzare e utilizzare hub regionali si sarebbe fatto “prima e meglio”.
“Le indicazioni che vengono da Roma – ha sottolineato sprezzante – sono il più delle volte generatrici solo di confusione e incertezza. Se si stessero a casa sarebbe meglio, per la nostra salute e per la tranquillità dei cittadini”.
Si è rammaricato, infine, ma giusto per rimarcare il livello che passa tra lui e i comuni mortali che bivaccano nella Capitale, di non essere riuscito a impedire l’acquisto dei banchi a rotelle e le primule vaccinali “che non si sono fatte solo grazie all’iniziativa del sottoscritto”.
“Cinque sei mesi fa – ha raccontato – quando c’era Arcuri, chiesero alla conferenza delle Regioni la nomina di un rappresentante delle Regioni nella commissione aggiudicatrice delle primule. Mi sono alzato per chiedere che le Regioni non dessero nessun nome e che la responsabilità se l’assumesse completamente il governo”.
Nell’esaltazione non ha mancato poi di dare una botta in versione kapo meridionalista ai suoi stessi colleghi del nord, affermando che “ci sono più roghi in Padania che tra Napoli e Caserta”, oltre il mantra dei torti subiti dalla Campania a partire dalla distribuzione iniqua dei vaccini.
E su questa falsa riga ha continuato per un bel po’, inducendo negli ascoltatori la convinzione che tanta sicumera avesse prodotto chissà quante quote di potere in più, o per lo meno un ascolto preoccupato delle proprie ragioni. Macché.
Né il governo Draghi, dal quale ha dovuto ingoiare, così come gli altri governatori, la programmazione vaccinale imposta dal generale Figliuolo senza troppe discussioni, né il Pd il suo partito che gli ha imposto l’accordo con gli odiati Cinquestelle e il candidato sindaco, sembrano dargli più peso di quanto egli voglia far credere.
E’ troppo scaltro De Luca, crediamo, per non essersi reso conto di non potere oltre tirare la corda rischiando di spezzarla. Soprattutto se nel gioco delle parti è coinvolta Napoli che è una città strana, affamata di vita e feroce. Fa presto a far penzolare la forca per i suoi finti eroi.