

di Peppe Papa
Qualcuno potrebbe pensare che il successo gli ha dato alla testa, ma Carlo Calenda fa sul serio, provate a fermarlo. Altro che fronte ‘liberal’, accordo con Renzi, Più Europa e compagnia bella, lui è già oltre e ha l’ambizione di mettere insieme Pd e Fi, nominare il prossimo presidente della Repubblica e quello del Consiglio nel 2023.
Lo ha spiegato in un incontro alla Stampa estera dove ha presentato la “seconda fase” di Azione, il suo partito risultato primo alle urne nella Capitale, con un nuovo simbolo in blu e verde dal dichiarato richiamo ambientalista e un ‘target’ preciso: “Aggregare nella prossima legislatura una coalizione che metta insieme le grandi famiglie politiche europee e proseguire con Draghi dopo Draghi”.
Obiettivo ambizioso, ma niente in questo momento per lui appare impossibile, la performance di Roma è stato solo il primo step che ha dimostrato come “mettendo insieme elettorati compositi” si possa fare un “lavoro di qualità, serio coerente affrontando i temi senza infingimenti”, adesso bisogna “andare oltre” proporre lo stesso modello a livello nazionale.
Per fare questo, ovviamente, non si nasconde che l’obiettivo minimo per poter essere credibili è che ‘Azione due’ arrivi perlomeno al 10% dei consensi, risultato per niente scontato, ma che non ne smorza l’ottimismo. Tanto che, come se tutto fosse già andato come si auspica, si è rivolto direttamente a Enrico Letta e Silvio Berlusconi per proporgli la sua ricetta.
“A Letta, che guarda più ai 5Stelle che all’area riformista, dico che è un errore, e a Forza Italia e Berlusconi, che ribadisce che va con i sovranisti quando il suo partito in Europa è nel Ppe, dico spezzate questa dipendenza”, ha affermato. “Draghi – ha proseguito – è uno straordinario veicolo per farlo, abbiate coraggio, ci vuole una larga coalizione di persone serie anche nella prossima legislatura, non di populisti”.
In caso contrario ognuno per la sua strada, il cammino non gli fa paura, e come potrebbe se si sente baciato dalla buona stella che premia gli audaci e i competenti. “Noi non vogliamo fare un lavoro contro Pd e Forza Italia – ha sottolineato a questo proposito – ma se non si costruisce un modello di fare politica molto retto oltre che serio, coerente, che dice faremo questo e lo fai, i sovranisti e i populisti – ha avvertito – vinceranno sempre”.
Dunque sì a Draghi a Palazzo Chigi, al Pd staccato dai grillini (“almeno da quelli che hanno nel Dna il populismo”), a Fi lontana dai sovranisti, questo il piano, prendere o lasciare. Per quanto riguarda poi il Quirinale, nessun dubbio, Paolo Gentiloni “che conosce il Pnrr”.
Grave però che nessuno gli abbia ricordato che, il miglior modo per bruciare un candidato al Colle, è quello di farne il nome così apertamente come ha fatto lui. Pazienza, si è lasciato prendere la mano dall’entusiasmo, ma imperdonabile per un leader.