

di Gennaro Prisco
Parli sempre di Napoli ? Perché non parli d’altro? C’è tanto da raccontare. Si è vero, potrei parlare dello spazio. Delle emozioni che i ricchi sfondati provano girando intorno alla terra mentre si sta spegnendo. O della linea di Kármán, dell’immaginario mondo dei perdenti di successo. Che qui e altrove si nutrono delle disgrazie altrui. Degli stati di servizio che sono perfetti per chi ricicla il denaro mafioso e pessimi per chi vuole fare il proprio dovere verso sé stesso e la comunità.
Ok, lo faccio. Ma tutto il mondo è paese. E ciò che accade a Pechino è nel nostro porto. Ciò che accade in Nigeria è nelle nostre stazioni di servizio. Ciò che accade in Afghanistan è nelle nostre piazze di spaccio. Ciò che accade in Bangladesh è nei nostri negozi di abbigliamenti. Ciò che accade in Russia è nel nostro costo dell’energia. Ciò che accade in Brasile è nel nostro negazionismo. Ciò che accade in Polonia è nel nostro sovranismo. E potrei continuare all’infinito.
Napoli è l’ottava metropoli d’Europa. E’ una delle città più importanti del mondo. E’ la mia città. Il mio abitare. E qui, non altrove, che c’è bisogno di prendere posizione, di schierarsi, di dire che questa globalizzazione è impastata di colonialismo, di sfruttamento delle risorse umane e della natura, di un millenario mondo di conquiste e schiavitù nel quale si può eleggere un cavallo come senatore e un senatore come cavallo, perché l’usa e getta dei corpi e della materia si può stornare, nel nostro quartiere, nella nostra Nazione, nella nostra Europa, nel nostro Occidente.
Bevendo alcolici, sniffando coca, facendo sesso e dichiarando guerra alla libertà altrui perché la propria è l’unica libertà riconosciuta e chissenefrega se infetto, se lascio morire in mare il fuggitivo, se sparo dalla mia finestra sugli innocenti, se mento agli elettori. Qui e altrove. Fuori dai nostri confini municipali e dentro i nostri tessuti sociali. Non c’è pace sotto il cielo. Milioni di uomini e donne solitari lasciano i propri Paesi per mettere chilometri tra loro e la guerra, la fame, Dio. E anche i napoletani lo fanno. E la lontananza è come il mare, bisogna attraversarla. E’ come il vento, soffia con i ventagli. E’ come la pioggia, si implora con le danze. E’ come il coltello tagliagole, affoga uomini e città nel loro stesso abuso.
Vivo qui e vivo male. Non è Beirut o Damasco o Ankara o Port-au-Prince o Caracas. E’ Napoli. Una città libera ma non liberata. Di cosa dovrei parlare? Se non di cosa possiamo fare qui, ora, per cercare una indicazione di futuro? Per denunciare il “bla, bla, bla” dei leader locali e delle nazioni che Greta Thunberg ha così efficacemente sintetizzato? Per non passare alla storia come la generazione che ha consegnato ai propri figli e nipoti solitudine, precariato, virtualità? E al nulla la stessa vita sul pianeta?
Non è qui che è in crisi la democrazia parlamentare? Qui dove gli avvenimenti secolari hanno portato libertà, uguaglianza, fraternità? Qui dove la bellezza è sfregiata dal vandalismo? Qui dove si canta e si balla mentre accompagniamo la nostra gioventù negli inceneritori? Qui dove anche le vittime sono carnefici? Qui dove l’innocenza è oggetto di scherno?
Guarda altrove, ma l’altrove è in mezzo a noi. E bisogna dirlo. Perché Napoli è una città mondo. E le sue eccellenze, anche se numerose e espresse nei più svariati campi umani, sono minoranze. Oasi che non tolgono sete, pane che non toglie la fame. Il paesaggio ci dice che potrebbe essere il paradiso in terra, ma non lo è. E’ una città abile a credere alle bugie, a navigarci dentro con le zattere e i velieri, godendo del sereno e spaventandosi della burrasca.
Decidendo di non agire, perché poi viene Natale e bisogna mettere in sceneggiata il presepe e le luminarie sugli scogli e accogliere il turismo di massa e sfamarlo con dodici euro e al diavolo la filiera dell’eccellenza gastronomica e della produzione di qualità. Che tanto fa registrare numeri record nell’esportazione e si serve ai tavoli di qualità, lì dove la massa è massa e non ha diritto a sedere a tavola.
A volta penso che Napoli sia una città senza speranza. E che questa sua condizione fotografa la geografia del mondo, i cui leader che, nei giorni scorsi riuniti nel G20 a Roma, non hanno mollato moneta per diminuire l’emissione di gas nell’atmosfera, nonostante ad ogni agosto hanno già consumato per intero la propria fetta di torta. Tanto poi mangeranno quella dell’anno prossimo. E poco importa se c’è chi muore di fame, se quella che ingoieranno sarà la fetta destinata ai propri figli, al futuro.
Per questo parlo sempre di Napoli. Perché qui queste cose si sanno. Sono carne e sangue di un modo di pensare che chiamiamo camorra e che coinvolge tutti. Che ci impedisce di essere in prima fila contro i traffici di droga, di armi, di essere umani. Che ci impedisce di essere una comunità schierata per i diritti individuali perché a quelli ha rinunciato con l’omertà e con la compiacenza. Che ci impedisce di sostenere quei leader politici e religiosi che hanno chiaro in testa che stiamo giocando con la vita stessa del pianeta. Non amo Napoli? O la amo così tanto ogni qual volta denuncio il nostro essere assente, il chiudersi nelle proprie case pensando di essere al sicuro con gli allarmi, i muri di cinta, la pistola sul comodino?
E su tutto questo vorrei interrogare il sindaco eletto dal 65% del 47% dei napoletani che sono andati a votare. Perché è un sindaco che ama le Accademy e lascia che si occupi l’Università. Che si prepara andare nelle dieci Municipalità della città e poi accentra su di sé le decisioni. Che dice che la città ha bisogno di unità e poi si lascia eleggere da tredici liste che esprimono tredici propositi diversi. Che ha mentito su un patto per Napoli mai sottoscritto né dal governo né dal parlamento. Perché una delle condizioni per credere nelle istituzioni è ciò che si rappresenta. E non basta, non basta proprio formare una bella squadra quando il campionato è truccato. La pensa così l’80% dei tifosi e degli elettori.
5 Comments
Se vuoi veramente aiutare Napoli a dimostrazione dell’amore che nutri per la tua città…..nun parlà cchiù ….almeno con questa prolissità ossianesca che rincuora e rinvigorisce i sentimenti dei concittadini.
Se anche le pulci ossianesche non devono parlare più, l’amore per Napoli diventa pornografia. Grazie per l’attenzione.
Se anche una pulce ossianica deve stare zitto, l’amore per Napoli diventa pornografia. Grazie per l’attenzione.
Se anche le pulci ossianesche non devono parlare più, l’amore per Napoli diventa pornografia. Grazie per l’attenzione.
Se anche una pulce ossianica deve stare zitto, l’amore per Napoli diventa pornografia. Grazie per l’attenzione.